Translate

sabato 31 dicembre 2011

Il samurai in flanella

Camminava per le vie di una città, solo vagamente conosciuta. Aveva un qualcosa del quartiere dove vive la Sofia di Vanilla Sky, ma non era New York, di questo ne era certo: foglie di acero secche e morenti cospargevano il marciapiede che costeggiava il viale che stava percorrendo, e due file lunghissime di aceri inseguivano il ciglio della strada e irradiavano nell'ambiente la loro lucentezza rossastra. Era una bella giornata autunnale, neanche troppo fredda: aveva indosso, di pesante, la sola camicia di flanella rossa a quadrettoni neri che tanto adora, e non aveva freddo.
Svolta un angolo e viene bloccato da un capannello di persone. Pare vogliano indire una sorta di torneo di combattimento con spade, e vogliono che lui partecipi. Sinceramente non ricorda il tono della voce di queste persone, se era scherzoso o di sfida, e non ricorda neanche le facce, visto che la mattina sfilaccia, minuto dopo minuto, le trame dei sogni fatti durante la notte.
Ad ogni modo si ricorda di aver accettato di partecipare, e di essere entrato in un negozio di armi che stava proprio di fronte a dove si era fermato. Chiede di una spada, gli viene venduto uno spadone gigantesco, che nemmeno sa alzare tanto era pesante, ma stranamente non protesta; lo paga anche una tombola a dirla tutta, attingendo a dei risparmi che aveva messo da parte da un bel po'.
Uscito dal negozio vede che il vialetto è stato ricoperto da tatami grigi e rossi: il terreno sul quale si sfideranno i partecipanti al torneo. Torneo che, oltretutto, era già iniziato: stavano incrociando le lame due persone (di nuovo, il problema delle facce) ma non sembravano molto coscienti di quello che facevano. C'era di buono, pensò, che i colpi non andavano mai a segno, e che si fermavano prima di impattare sull'avversario. Poi un lampo: si ricordò che, a aikido, gli avevano insegnato anche l'uso del bokken (la “katana” di legno), per cui, utilizzando le tecniche in suo possesso, avrebbe avuto un margine di vantaggio, seppur non molto ampio (data la sua relativa esperienza) sugli altri concorrenti.
Rientrò nel negozio e chiese di sostituire la spada in suo possesso con il suo bokken: non si sa per quale motivo avevano in negozio proprio la sua spada, fatto sta che se ne uscì stringendo in mano il liscio legno della sua arma. Era proprio la sua, leggermente crettata in cima, e con un taglio profondo che attraversava tutta la “lama”: si chiese se avrebbe resistito agli urti con altre spade ben più resistenti e di metallo, ma c'era poco tempo per preoccuparsene, dato che era venuto il suo momento.
Seguendo la ritualità tipica insegnatogli durante le varie lezioni di aikido salì sul tatami, posò il bokken a lato, fece il canonico saluto e si preparò al combattimento con un po' di riscaldamento.
Non ricorda molto di quello che venne dopo, solo alcuni flash: lui che incrocia la spada dell'avversario solo per fare una schivata e colpirlo al braccio; lui che, per qualche motivo disarmato, lo affronta a mani nude e lo disarma con un ikkyo sorprendentemente fatto bene, per poi rotolare in avanti, impugnare nuovamente la spada e iniziare di nuovo il combattimento.
Belli i sogni eh? Sei vestito come più ti piace, nei posti che più ti piacciono, e fai cose che, nella realtà, non faresti mai, sia perché te ne manca il coraggio, sia perché non ti senti all'altezza di farle.
...il samurai in flanella...

giovedì 29 dicembre 2011

Un uomo e il suo cane

"Mentre Buck li guardava, Thornton s'inginocchiò vicino a lui, e con le sue rozze e affettuose mani cercò se vi fossero ossa rotte. Quando fu sicuro che non vi era niente altro se non molte contusioni e un terribile stato d'inedia, la slitta si era allontanata di un quarto di miglia. Il cane e l'uomo la guardavano strisciare sul ghiaccio.
Improvvisamente videro sprofondare la parte posteriore e il timone, con Hal aggrappato, ergersi nell'aria. Giunse alle loro orecchie l'urlo di Mercedes. Videro Charles voltarsi e fare un passo per tornare indietro, poi un'intera lastra di ghiaccio cedette, e i cani e gli uomini scomparvero. Rimase solo una buca aperta. La pista aveva ceduto.
John Thornton e Buck si guardarono.
- Poveri diavoli, - disse John Thornton.
E Buck gli leccò la mano."




21.09.11

Dal greco hypokritḗs


Sempre la stessa storia: ogni volta che qualcuno di famoso (artista, sportivo, personaggio pubblico) muore Lei è lì che sogghigna e che parla con centinaia di voci. Voci di persone che conosci, voci amiche, che d'improvviso paiono impazzire e dire tutte le stesse cose: non sono loro, evidentemente sono possedute (oppure sono sempre in quello stato e ormai non se ne rendono più conto?), però è incredibile la loro coordinazione mentale. Basta che la notizia inizi a circolare e subito Facebook si popola di commenti dedicati all'argomento, alla commemorazione dell'evento, fiumi di lacrime di coccodrillo e di ipocrite frasi di plastica buttate lì al solo scopo di strappare un “Mi piace” o un commento altrettanto plasticoso. Pare di vederla Lei, l'Ipocrisia, strisciare compiaciuta in questa situazione, coccolata dai suoi figliocci che anche stavolta, volenti o nolenti, hanno fatto il suo gioco.
Muore Steve Jobs, e subito: “grande uomo”; “genio”; “mi spiace per lui”; “il mondo ha perso una grande personalità”.
Muore Simoncelli, e subito: “che peccato morire così giovani”; “sportivo eccezionale”; “mi spiace per  lui”; “il mondo ha perso una grande personalità”.
Ma li conoscevate? Seguivate il MotoGP? Ma non eravate voi quelli che sputavano su ogni prodotto della Apple? E allora cosa cavolo scrivete? Vi dispiace davvero? Ok, tenetevelo per voi, che bisogno avete di scriverlo e di condividerlo ai quattro venti? Volete solo far sapere quanto siete parte del mondo? Come se un “Mi piace” in più fosse un abbraccio alla madre o al padre del defunto. Statevene in silenzio invece, è tanto semplice (“Silence Is Easy” dicevano gli Starsailor) voi che potete e che non vivete su queste cose. Chi viene pagato per allevare i figli dell'Ipocrisia già imperversa in tv, radio e giornali, che bisogno c'è che vi ci mettiate anche voi?
Esempio lampante, “Domenica 5 del 23/10/11, in seguito alla morte di Simoncelli. Si apre la trasmissione, tutti felici e allegri a cantare e ballare, tutti sorridenti, la Panicucci allegrona che saluta tutti, ringrazia (con alle sue spalle pletore di ballerini e ballerine che occhieggiano e spuntano in cerca di un'inquadratura), eppoi d'improvviso, appena nomina le due parole magiche “morto” e “Simoncelli” cade sulla trasmissione una nube scura, fittissima ma di una falsità tangibile: lei che dice quanto le dispiace, e dietro quei debosciati, che cinque secondi prima ridevano, ora annuiscono ebeti, seri e pensierosi.... Ma cinque secondi dopo, non appena si riparla delle solite stronzate, eccoli di
nuovo tutti a sorridere e ballare e cantare. E ai genitori del defunto non ci pensa più nessuno.
Fatemi (ma anche fateCI e fateVI) un favore: evitate commenti stupidi, e se le cose le sentite davvero non le rendete pubbliche, che sanno di falso e di certo non vi rendono persone migliori. Non rallevate l'Ipocrisia anche voi, che di certo non ha bisogno del vostro aiuto per sopravvivere.
Ipocrita: dal greco hypokritḗs, simulatore di atteggiamenti o sentimenti esemplari, per ingannare o lusingare.

Silence is easy, it just becomes me,
You don't even know me, why lie about me.
Silence is easy, it just becomes me,
You don't even know me, why do you hate me.

23.10.11



Aggiornamento: qualche giorno fa è morto Giorgio Bocca: secondo voi cosa è successo? ...a voi la risposta.

lunedì 26 dicembre 2011

David Gold


Arrivo al cimitero di Mount Pleasant che è presto (o tardi, non lo so): i sogni sono così, ti trovi nel bel mezzo di una situazione, non hai la più pallida idea di come ci sei finito (e nemmeno te lo chiedi) ma sai perfettamente dove andare e cosa fare.
C'è solo una leggera pioggerellina a farmi compagnia. Attravero i vialetti di breccino bianco e, in una sorta di radura, trovo la sua tomba. E' un pezzo unico di marmo nero, semplice e minimale nella forma, con una lapide coperta da una cupola di vetro. Nello spazio tra la lapide e il vetro ci sono solo alcuni fiori, buttati alla bell'e meglio, una flebile lucina e una foto in bianco e nero, che ritrae il defunto di profilo, un'immagine leggermente sfocata, come se stesse già iniziando a scomparire mentre ancora era in vita.
Sulla parete del marmo, sono scritte a lettere dorate queste parole:

I was buried in Mount Pleasant Cemetery, alone and unceremoniously
...Buried in Mount Pleasant Cemetery, when life was taken from me
Our tree was full and green, I had to leave it
The sadness was overwhelming,
To be alone beneath it
The sun came down hot and hard, I could never sleep
To disappear was the only way I could find relief
When I was buried in Mount Pleasant Cemetery, alone and un-Sarah-moniously
... Buried in Mount Pleasant Cemetery, when life was taken so suddenly
First I paid my respects to Glenn Gould
Then I visited the grave of Alexander Muir
Next to Eaton's tomb, I hung my head and cried
Looking for Joseph Mulgrew, I gave up and died
When I was buried...
The birds sang, the flowers in bloom, spring had just begun
Recently fitted for a suit, now lying in a box
By summer, I was gone, my remains stolen from the ground
My body never recovered and I was never found
... Until now
I was buried in Mount Pleasant Cemetery, alone and unceremoniously
Buried in Mount Pleasant Cemetery, between the monuments and trees
At the heart of the city, Amongst the statues and fountains
New life could begin, where the old path I ran came to and end
I was buried in Mount Pleasant Cemetery, alone and unceremoniously
... Buried in Mount Pleasant Cemetery, when life was taken from me

David Gold, io non ti conoscevo, della tua band avevo solo un disco, ma solo per il fatto che stanotte nel mio sogno il protagonista eri tu ti ho voluto dedicare questo scritto: magari ti potrà essere di aiuto, magari potrà esserlo per me.
Ciao,

venerdì 16 dicembre 2011

Stagioni giapponesi

Non riusciva a dormire, aveva in testa un fischio, una voce lontana che non capiva da dove venisse, e non sapeva cosa dicesse. Si alzò dal letto e, scostata la tenda, si affacciò fuori: stava albeggiando, c'era un flebile venticello che faceva raschiare i rami in fiore del suo pesco contro il vetro della sua finestra, ma il cielo pareva sgombro. Sarebbe stata una buona giornata d'inzizio primavera.
Ad un tratto sentì un'urgenza di dover camminare: si infilò la tuta, le scarpe, un giacchettino, e via. JD scese gli scalini di casa sua, attraversò il cortile e si incamminò per il viale deserto: non c'era ancora nessuno in giro eppure si percepiva la vita all'interno delle case, oltre le mura, oltre le persiane abbassate. Da una finestra una luce accesa illuminava flebilmente un giardino: proveniva da un salotto, c'era un babbo dentro, con in braccio il suo figlioletto appena nato, lo stava cullando mentre gli stava dando il biberon, e pareva gli stesse cantando qualcosa, forse una filastrocca. JD non lo sentiva ma lo vedeva, vedeva i suoi occhi, il suo viso disteso nonostante la levataccia, ne percepiva la pace, e l'amore. Passo dopo passo arrivò in fondo al viale, e il sole già cominciava a farsi sentire: non credeva di aver camminato così tanto, il viale sembrava così lungo... Non aveva con sé l'orologio quindi non sapeva che ore fossero, ma a giudicare dall'animosità della strada sembrava che di colpo tutti si fossero svegliati, si fossero vestiti in fretta e furia e si fossero buttati a capofitto sulle loro attività consuete. Avrebbe dovuto tornarsene a casa e andare anche lui a lavoro, ma in fondo pensò che no, oggi lo voleva dedicare a se stesso, oggi voleva camminare.
Cominciava a fare molto caldo, come se d'improvviso anche il sole avesse avuto fretta di lavorare, di compiere i suoi soliti, annuali, corsi: più che d'inizio primavera sembrava adesso essere a inizio estate. Si voltò verso casa sua: non sembrava così distante, eppure sentiva di aver camminato tanto... Guardò il pesco: i fiori erano stati sostituiti da bellissimi frutti, che risaltavano alla luce del sole. Strano, pensò, ma continuò lo stesso a camminare. Per la strada i bambini giocavano, in costume da bagno, e anche lui fu costretto a togliersi via via giacchetto e il sopra della tuta; incrociò il furgone coi gelati, intravide il suo vicino a spasso col cane, in infradito e cannottiera, e dopo un po' raggiunse il parco del suo quartiere: pieno di gente che giocava, cantava, correva e festeggiava. JD li guardò e sorrise: non capiva cosa stessero celebrando ma non importava, l'atmosfera era piacevole, per cui si appoggiò un attimo alla staccionata e li osservò.



Una folata di vento freddo lo colpì alle spalle: si voltò e vide con stupore il viale pieno di pozzanghere, come in seguito a un temporale; anche gli alberi avevano perso i loro bei frutti, anche il sole pareva essere più lontano, un po' più triste. La luce che spargeva sulle case, sull'erba, sul viale, era arancione, ma non riscaldava, era solo fortemente nostalgica. Si rigirò verso il parco: tutte quelle persone erano sparite, sostituite da coppiette che passeggiavano mano nella mano, pestando un tappeto scricchiolante di foglie secche. Alzò lo sguardo, la sua attenzione fu richiamata da uno stormo di uccelli che volavano sopra la sua testa, diretti chissà dove. C'era una velata tristezza nell'aria, nonostante gli abbracci delle coppiette, nonostante l'odore di fumo proveniente da chissà quale giardino (probabilmente qualcuno stava bruciando dei rami secchi), nonostante il piacevole scricchiolio delle foglie sotto i suoi piedi. Cominciò a fare freddo, fu per cui costretto a rimettersi il giacchetto e anzi, a tirarsi su il cappuccio, che, nella fretta, gli calò sugli occhi. Nel giro di un secondo, giusto il tempo di rimettersi a posto il cappuccio, il viale era di nuovo mutato.
Era buio adesso, non c'era più nessuno in giro: l'unico movimento che riuscì a percepire fu quello (stranissimo a dirsi!) della neve, che stava cominciando a cadere da un cielo scuro e completamente velato. JD sentì freddo, decise di affrettare il passo e di rincasare: di nuovo quell'urgenza con la quale si era svegliato la mattina, stavolta però molto meno positiva e serena, lo spingeva a tornare a letto il prima possibile, quasi come se qualcosa di brutto stesse per accadergli. Fece giusto in tempo a buttare veloci sguardi alle finestre illuminate a giorno, dietro le quali si muovevano figure agitate con indosso grossi maglioni e in mano pacchi di ogni tipo. Il tragitto verso casa fu inspiegabilmente più corto dell'andata, e in pochi passi raggiunse di nuovo il suo pesco, ormai ridotto a uno scheletro: lo guardò, con un filo di tristezza, si scrollò dalle scarpe la neve, e rientrò in casa: l'indomani si sarebbe svegliato un po' più triste, e inspiegabilmente più vecchio (un po' come quel vecchio marinaio di quella vecchia storia che aveva letto la sera prima).
Capita alle volte di incappare in dischi che, con la loro ciclicità, con i loro quasi programmati cambi di umore e di atmosfere, ti fanno pensare al corso di una vita, al passare delle stagioni, al trascorrere dei giorni. "Insomniac Doze" è uno di questi, un album in cui si alternano, pezzo dopo pezzo, umori e odori, e in cui i giapponesi Envy sono stati magistralmente in grado di trasmettere la loro serena malinconia e la loro tacita rabbia.
Non molto distante da altre loro opere, ma allo stesso modo un viaggio visionario, una grande tela che l'ascoltatore contribuisce a dipingere, con i suoi colori e le sue immagini, ascolto dopo ascolto.

giovedì 15 dicembre 2011

Fili

C'è un cavo reciso. L'elettricità è viva, vigorosa, lo fa fremere e volteggiare nell'aria.
I fili sono scoperti, i nervi sono scoperti, il cavo reciso tocca i nervi scoperti e l'uomo impazzisce, si divincola, urla e grida strazianti escono dalla sua bocca. E' tempo di bruciare dice, le corde vocali si strappano e si lacerano in mille pezzi, le chitarre creano e disfanno, crescono e decrescono, corrono assieme e collidono, i muri ultradistorti che creano crollano su se stessi per poi innalzarsi repentinamente. C'è poi un attimo di pace, in cui tutto è nulla: riflessione, quiescenza, un sussulto, l'uomo teme che l'inferno stia per ricominciare e si accoccola, si chiude in se stesso, e difatti eccolo lì di nuovo il cavo scoperto che lo assale. La carne viva impazzisce nuovamente, i fili lo avvolgono, lo sommergono: l'uomo svanisce, tutto è nero e informe.


Dal buio piccoli scintille, infinitesimali bagliori animano l'oscurità che era caduta sul mondo. La calma si evolve lentamente in vita, la vita lentamente cresce e si sviluppa, e dal grumo nero risorge un uomo. I suoi occhi sono scintillanti come stelle, i nervi sono di nuovo scoperti.
E un cavo brilla nell'oscurità.

29.09.11


Il fiore perfetto


"Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata."


mercoledì 14 dicembre 2011

Bagni pubblici



Sono nella mia vecchia scuola elementare, al primo piano: quello dove ho fatto la quinta, quello dove passavo le mezz'ore di intervallo girellando tra i grandi saloni, quello dei "grandi". Devo andare al bagno, ogni volta per qualcosa di diverso: si può trattare di un bisogno, oppure devo cambiarmi un vestito, oppure non so, devo solo andarci.
Apro la porta blu scura in finto legno: la maniglia è di metallo lucido e freddo, posso sentirla anche ora. Quello che vedo non è un semplice bagno, ma un salone. Le mura sono scalcinate, l'intonaco cade a pezzi e dove non c'è le pareti sono gialle, di un giallo malsano, che ti fa stare male. La parete in fondo è tutta occupata da grandi finestroni che si affacciano su non so dove, non mi sono mai affacciato; fuori è giorno ma il cielo deve essere velato, dato che non filtra il sole. Grosse file di neon pendono dal soffitto, alcune funzionano, altre meno; il pavimento è mezzo divelto, molte mattonelle mancano e dove sono presenti sono le vecchie mattonellone di graniglia quadrate, quelle che andavano negli anni Settanta.
L'intero salone è occupato da bagni, di tutti i tipi: alla turca, normali, aperti o riparati da pareti e da porte. Ce ne sono veramente tantissimi, alcuni sono chiusi, sembrano essere occupati, sento respirare dall'altra parte della porta ma non chiedo chi c'è: non che me ne importi, scelgo un bagno libero, ce ne sono così tanti...
Mi ricordo ancora il tragitto che faccio ogni notte: entro, vado a dritto attraversando un corridoio, poi a destra, a dritto e a sinistra, dove trovo il "mio" bagno. Ora non so dire se sia sempre lo stesso, stanotte era questo. Nonostante l'aspetto demolito del salone il bagnetto che ho scelto mi appare confortevole, intimo nel vero senso della parola. Una volta lì abbasso la seggetta, vi salgo sopra appoggiandomi al lavandino sulla sinistra e cerco di aprire una finestrella stretta stretta posta in alto, sopra il water: un'apertura coperta da un vetro opaco, reso ancora più scuro da una fitta rete di ragnatele che lo avvolgono.
E' sempre così, da un po' di notti a questa parte. C'è chi commenterebbe questo sogno con "vuoi esprimerti fuori dall’ambito familiare, ma temi che gli altri ti giudichino per quello che sei o che ancora non sei", altri direbbero "ti senti invisibile agli occhi delle persone che quotidianamente ti circondano"... Non lo so, fatto sta che ho, è ufficiale, un nuovo sogno ricorrente.

Three

martedì 13 dicembre 2011

Peschi innevati


Guarda, nevica.
Impossibile, i peschi sono in fiore.
I tetti degli antichi templi sono tutti coperti da un soffice manto. I fiocchi cadono lenti, si adagiano sui fiori di pesco, li abbracciano e assieme si lasciano cadere. Le Ultime Ore dell’Eternità sono così, scorrono lente, piacevoli quasi, ti mettono in pace col mondo, sono come lacrime calde che scendono piano piano. E quando la tempesta imperversa questa non sembra toccarti, avvolto come sei dal quel dolce e nostalgico alone.
Se ai coccolanti arpeggi dei Mono o degli Explosions In The Sky unisci la furia disperata dell’emocore d’annata nella peggiore delle ipotesi hai qualcosa di inascoltabile, un dolce-salato che non va né su né giù. Ma se gli ingredienti sono mischiati in modo corretto, se riesci a tratteggiare scenari in cui rabbia e pace coesistono ma in cui la seconda non riesce a intaccare totalmente la prima, allora la neve scenderà sui peschi in fiore.
03.08.11

venerdì 9 dicembre 2011

Il tempo di chiudere il portone e riaprirlo

Da un po' di mesi a questa parte mi sono accorto di quanto in fretta passi il tempo. Alle volte, parlando del più e del meno, affronto argomenti chehanno a che fare con il passato, con cose che facevo da piccolo, con la mia infanzia, con la scuola e l'università: allora tutto pare bloccarsi come in un sogno, e mi rendo conto che certi amici, quelli più intimi, sono già dieci anni (alcuni di più) che li conosco, e mi chiedo quante cose fa una persona in dieci anni, quante vite conosce, quanto viavai di gente incontra saluta e abbandona, e mi rendo conto di essere in corsa, sento il vento tra i (pochi) capelli, vedo i panorami sfocati, la vita ha un sapore un po' più sciapo, il calore è un po' più tiepido. Mi rendo conto che la mia vita è in discesa, ma non perché sia facile, non in quel senso: la mia vita sta correndo e io non sembro starle dietro, cerco di afferrarla per godermi certe cose ma non pare ascoltare, credo di essere a gennaio e invece siamo già a agosto.
Ci sono dei pro in tutto questo: le giornate lavorative volano, ma qui, ne sono certo, entra in scena un altro fattore. Da un po' di tempo a questa parte, due mesi circa, sto vivendo la mia quotidianeità lavorativa come una parentesi, come un intervallo doveroso (nel senso di legato al dovere) che mi allontana dalla mia esistenza consueta e abitudinaria. Esco di casa, Le saluto entrambe, e non appena chiudo il portone inizio già a pensare a cosa farò quando, quasi dieci ore dopo, lo riaprirò per salutarLe e abbracciarLe di nuovo. Questa è la chiave, almeno per me: è vero, si vive per lavorare e si lavora per vivere, ma non è SOLO questo, fortunatamente c'è altro. E Loro mi hanno aiutato a capirlo.
E come diceva Alex Britti
"se la vita corre la lascerò girare/
farò del mio meglio per non farla rallentare/
se la vita corre allora corro anch’io/
fino a che mi fermerà un giorno qualche dio"
Grazie.

22.08.11

lunedì 5 dicembre 2011

La (seconda) processione del cuore nero



La processione avanza. Cinque? Dieci? Cento persone? Non lo so, non lo capisco, tutti vestiti di nero in quel modo sono indistinguibili, sembrano una scura macchia d'inchiostro che scivola su un piano di marmo. Avanzano con lo stesso lento, barcollante passo, destro, sinistro,destro, sinistro, sembra danzino alle volte, indugiano a posare il prossimo passo, ballettano quasi, ma non si fermano: a capobasso, incappucciati, portano sulle spalle una bara bianca, che sulle loro curve spalle fa quasi l'effetto di un fascio di luce sparato da un faro in una notte di bufera. Sul coperchio della bara solo un intarsio, un bellissmo cuore nero.
Fa caldo, l'aria è ferma e le cicale cantano, sembra di stare dentro un pezzo dei Joy Division, invece la musica è diversa. Senti un trombone, una tromba, una fisarmonica, un pianoforte, mentre una voce sofferente, tra l'avvinazzato e il malinconico, sbiascica parole di delusione, tristezza e abbandono, proviene da qualcuno all'interno della processione, ma da chi? Le lacrime intando continuano a scorrere, i processanti piangono mentre marciano. Chi è morto, chi c'è dentro la bara? Non lo sappiamo, forse non c'è nessuno, forse ci siamo noi tutti, o per lo meno una parte di noi, un pezzo del nostro cuore che, per un qualche motivo, si è crettato, diviso, per poi appassire e rinsecchire privo della linfa vitale dell'amore.
Dice questa sia la seconda processione del gruppo. Non lo so, è la prima a cui assisto. Dice che quella prima non era così affascinante, e quelle che verranno dopo non raggiungeranno lo stesso livello di coinvolgimento: non mi è difficile crederci.
La processione avanza: destro, sinistro, destro, sinistro... Il piano suona i suoi rintocchi pesanti, le note sono i passi dei processanti, la nera marea sfila sotto i miei occhi e si defila all'orizzonte.
...destro, sinistro, destro, sinistro...

http://www.debaser.it/recensionidb/ID_36026/The_Black_Heart_Procession_2.htm

venerdì 2 dicembre 2011

Dieci minuti

Non puoi non considerarla. Sei tutto indaffarato nelle tue mille questioni, nei tuoi tanti problemi, corri a destra e a sinistra, da camera a cucina da cucina a bagno da bagno a camera, e lei ti segue passo passo, trotterellandoti dietro, magari bloccandoti senza volerlo la strada e rallentando i tuoi movimenti. Quando ti fermi appoggia le sue zampette anteriori sulle tue gambe, si stiracchia e intanto ti guarda con i suoi occhioni; le fai due carezze ma pensi ancora ai tuoi problemi e fuggi di nuovo. E di nuovo lei ti insegue trotterellando, ti abbandona per un attimo per poi tornare con un giocattolino che ti appoggia vicino. E allora capisci che ha davvero bisogno di te, anche di dieci minuti delle tue attenzioni, ed è una gioia prendere quel suo giocattolino e farla giocare, distesi a terra come se avessi cinque anni, dimentico di tutto quanto mi infastidiva fino a qualche minuto prima.
C'è una magia in lei, qualcosa che riesce a farti scordare, anche solo momentaneamente, di tutto il casino che affolla la tua vita: il suo mondo è semplice, lei te ne vuole far partecipe, e forse è davvero il caso di accettare più spesso questo suo invito.

Cenere e spiriti lontani

Esci dalla guesthouse dove hai passato la notte, attraversi il vialetto di ciottolato e ti incammini verso il mare. Sono i primi di giugno ma a Edinburgo è ancora freschino. E piove. Quella pioggerella tipica inglese, che in questo periodo dell'anno ti cade uggiosa addosso ma sembra che anche lei non abbia tutta questa voglia di bagnarti. Passo dopo passo il richiamo dei gabbiani, che è un po' ovunque per la città, fino anche alla vecchia Old Town, si fa più insistente, e anche le case paiono cambiare aspetto, e anche l'aria, fresca, si fa strada facendo più frizzante, salata.
Arrivi a Leith: c'è un flebile vento dal carattere però impavido e sprezzante che soffia, mentre in giro non c'è nessuno, troppo presto per i turisti, troppo tardi per i lavoratori. Ti incammini a sinistra, verso il Leith Walk, e di nuovo tutto cambia: attraversi sottoboschi fiancheggiati ora da casette, ora da ponti, ma sempre con il fido fiume che ti accompagna, placido, nei tuoi giri. L'aria sa di fresco, di erba bagnata e di terra, e ti chiedi come sia possibile sentire gli odori della campagna in città. Seguendo i tuoi passi esci dalla New Town e risali verso la Old Town, eppoi giù lungo il Royal Mile fino a intravedere il brillante verde dell'Arthur's Seat. Sembra di non riuscire a fermarti, senti che quell'incredibile spianata ti apra il cuore, aspra e allo stesso tempo dolce, impervia ma apapgante una volta toccatane la "vetta".
E una volta che sei su il sole esce allo scoperto, asciuga la tua fronte e fa scintillare l'oceano all'orizzonte ("Horizons") e le onde che bagnano Leith. Hai chiuso il cerchio, e ti sei innamorato di Edinburgo: adesso puoi solo riscendere e ricominciare a camminare.
Se ascolti i Falloch e conosci la Scozia non puoi non riconoscere come questi giovanissimi musicisti siano stati in grado di riversare nella loro musica tanti dei caratteri distintivi della loro terra (la Scozia appunto). Le ripide e scoscese progressioni ritmiche non sono ancora scogli appuntiti del black metal (ma neppure di tanto post black metal se è per questo), così come le chitarre non sferzano l'orecchio con fredde e pungenti note. E la voce, quella deve il suo incedere non tanto burrasche e forti temporali ma a pioggerelle deboli che lasciano spazio a timidi e flebili raggi di sole. Volete trovare della negatività in questo disco? Mi è difficile farlo, e se proprio si vuole pensare a spiriti dolenti e anime vaganti allora preferisco immaginarmi campi elisi e alto grano, con, perché no, all'orizzonte qualche nuvola minacciosa.


08/11/11

giovedì 1 dicembre 2011

Dove vivono i ricordi

Fa e un respiro profondo e chiude gli occhi: nelle sue palpebre, un caleidoscopio di immagini.
Una foto seppiata, che lo ritrae con un capellino di lana, a pochi mesi di vita, preso in braccio da un nonno con una sigaretta in bocca che gli sorride (con il fumo che, a giudicare dall'espressione che ha, gli va nel viso, e non gli fa neppure tanto piacere).
Una foto in bianco e nero della mamma, giovanissima, coi capelli neri corvini, quando ancora era felice.
Lui, un po' più grandicello, con una felpa blu che solleva un legno e dice al suo babbo che è fortissimo, e che la prossima volta che faranno a braccio di ferro lo batterà (non è vero, non ci è mai riuscito).
I suoi cani e gatti, ne ha visti tanti in questi anni, alcuni di loro gli mancano anche ora, se ben ci riflette.
I giorni delle elementari, quando tornava da scuola, saliva nella Renault 5 della mamma e le diceva che aveva preso un bel voto, "V" (in realtà era il "visto" della maestra, ma la mamma era comunque fiera di lui).
L'impermeabilino giallo e le galosce blu che aveva comprato con il babbo nel negozio di un vecchio signore vicino casa, e che, si disse, "ora vedrai se non gli garbo a Marianna" (vecchia fiamma dei tempi dell'asilo, Marianna, forse perché più grande, forse perchè correva dietro a Rudy, non lo ha mai considerato).
Le estati delle scuole elementari, passate fuori a giocare, fare finte trasmissioni TV con la videocamera del babbo, studiare sui librini di Pac e Billy, e quella volta che rovesciò tutti gli scaffali in un negozio, e il babbo per impaurirlo lo portò di fronte a una scuola e gli disse "questo è il collegio, se non fai il bravo ti ci lascio" (e lui che pensava invece: "e i vestiti? e i giocattoli, come faccio a giocare solo con questo qui che ho adesso per un intero anno?")
Le scuole medie, e quelle risse coi compagni di scuola.
Il primo amore, che pare il primo amore di Piero in OvoSodo (per altro della stessa durata, una settimana circa, e senza neppure un bacio, che per lui al tempo era roba da grandi).
Le cabine telefoniche, le tascate di gettoni (prima) e le schedine (dopo, e delle quali peraltro faceva collezione).
I giocattoli, tanti, anche uno al giorno, viziatissimo com'era.
La volta che, dopo aver visto la prima puntata delle tartarughe ninja, andò al corso di pallacanestro con la cintura blu dell'accappatoio legata intorno alla vita (perché la sua tartaruga preferita era Leonardo, e lo è tutt'ora).
Suo nonno, che, ne è certo, se ci fosse aiuterebbe molto a migliorare le cose.
Le scuole superiori, e con esse il primo cellulare, il motorino ("vedi queste luci rosse" diceva il babbo, "quando si accendono nella macchina davanti frena sennò ci batti").
Le discussioni, col tempo sempre più frequenti, dei suoi genitori, e lui che si rintanava sotto le coperte e si diceva che l'indomani sarebbe stato più tranquillo (a tutt'oggi ha paura in certe notti).
I cartoni animati delle 14:00, dopo scuola, gli amici alle 15:00, i cartoni del pomeriggio (e forse, in tutto questo, anche i compiti).
La prima storia d'amore importante, un logorìo senza fine (e Raf con "Infinito" che ne era diventata la colonna sonora).
L'ultimo giorno di quinta superiore: le sbornie, le acquate, la cena con i prof e le "interviste doppie", eppoi la maturità, la gran paura e un 92 che sapeva di "essere adulto".
L'università, i capelli lunghi, le tante conoscenze (alcune importantissime), i fratelli e le sorelle, tre anni passati in fretta che si è goduto tanto, ma che avrebbe voluto godersi di più.
Lei, che ha messo a posto tantissime cose e che ancora le sta mettendo, da sei anni a questa parte indelebile punto fermo.
La laurea, il babbo che piangeva, e la festa con gli amici.
La Scozia, l'unico posto dove ha lasciato il cuore e dove tornerebbe ogni fine settimana.
Il mondo del lavoro (e finora si può considerare fortunato), le due nuove vite (da solo e la convivenza), il cane e quella voglia di tornare a casa dopo una giornata di lavoro (perché quella è l'isola felice dove Lei e il suo cucciolo la attendono).
Apre gli occhi, le immagini si sbiadiscono, si bagnano un po' di lacrime: li richiude e nuove immagini compaiono, immagini di una vita che deve ancora vivere.
L'addio al celibato con gli amici.
Il matrimonio nella chiesa in campagna che tanto ama, con la musica in sottofondo che lui ha scelto con attenzione (già, la musica, che compagna di vita anche quella).
Un figlio, al quale insegnare le parolacce, a giocare a pallone, a suonare, a amare la musica (di nuovo) e gli animali.
E al suo funerale, quanto vorrebbe che fosse come in quel film, con quelle parole che tanto vorrebbe che qualcuno dicesse (o pensasse) di lui:
"There's a man Ian never got to know, the man he was growing up to be. He's a goodlooking clear eyed fella... about 25. I can see him. He's the type of guy men want to be around, because he has integrity, you know ? He has character. You can't fake that. And he's a guy women want to be around, too. Because there's tenderness in him... respect... and loyalty, and courage. And women respond to that. Makes him a terrific husband, this guy. I see him as a father. That's where he really shines. See, when he looks in his kid's eyes and that kid knows that his dad really, really sees him... he sees who he is. Then that child knows that he is an amazing person. He's quite a guy... that I'll never get to meet. I wish I had."
Riapre gli occhi, inspira profondamente, e fa un passo avanti.



30.09.11

La Stella del Mattino


Un inizio placido e sognante fa ripensare a certi Explosions In The Sky, la successiva deflagrazione melodica ricorda invece i Cult Of Luna, un andamento pesante solo in apparenza, "Primum Movens" scorre via veloce e elegante nonostante il minutaggio; un andamento però discontinuo, agrodolce, fiero e orgoglioso ma anche dolce e carezzevole.
La sua più bella creatura lo ha tradito, e Lui lo ha punito gettandolo agli antipodi della bellezza, in un pantano infuocato dal quale, scosso e piangente, alza lentamente lo sguardo. L'antica luce negli occhi non si è spenta, ma dove sono le splendide ali piumate, dove è fuggito l'oro dei suoi capelli, sostituito da sporco fango e melma?. Le lacrime lasciano velocemente spazio all'orgoglio, alla voglia di vendicare l'offesa e di riprendere ciò che è suo: speranza dunque, dopo l'Eden iniziale, dopo l'oblio della caduta, la speranza di risalire in qualche modo. Con le cattive magari.
"Prelapsus" detta i tempi marziali della sua marcia inesorabile verso l'alto, un lento percorso che lo riporterà finalmente a rivedere la luce. La luce, lui che da tempi immemori ne è stato il portatore, lui, Stella del Mattino.
I could never again be an angel... Innocence, once lost, can never be regained

17.06.11