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venerdì 8 dicembre 2017

Nelle tue vene scorre il miele



“Kain è idolatrato. I clan raccontano leggende su di lui, ma pochi sanno la verità. Una volta egli era mortale come tutti noi. Il suo disprezzo per l'umanità lo portò a creare me e i miei fratelli.
Io sono Raziel: il primo dei suoi luogotenenti. Ho servito Kain per un intero millennio. All'alba dell'impero io ero al suo fianco assieme ai miei fratelli, tutti insieme creammo le legioni che fecero cadere Nosgoth. Con il tempo continuammo ad evolverci, diventammo sempre meno umani, sempre più... divini.
Kain sperimentava per primo il cambiamento e ne emergeva rinnovato in qualcosa. Qualche anno dopo il nostro Signore anche a noi sarebbe toccato evolverci. Questo durò fino a quando ebbi l'impulso di superare il mio Signore.
Per la mia trasgressione ricevetti un nuovo tipo di ricompensa: l'agonia. Il risultato poteva essere uno solo: la mia eterna dannazione. Io, Raziel, sarei finito come i traditori e gli inetti, sarei bruciato per sempre nelle viscere del Lago dei Morti. E così caddi nelle profondità dell'abisso urlando mentre fuochi bianchi mi divoravano. Dolore indicibile, agonia estrema, il tempo smise di esistere. Rimase solo questa tortura e un odio sempre più profondo per l'ipocrisia che mi aveva condannato ad un simile inferno. Dopo un'eternità il mio tormento si mitigò facendomi risalire nel precipizio della follia. La discesa mi aveva distrutto eppure vivevo ancora.
Raziel... Sei un valoroso...
...And Your Blood Is Full Of Honey” è la prima opera dei The Angelic Process, duo formato da K.Angylus e MDragynfly che ha avuto una vita musicale breve (causa il decesso del primo dei due elementi) ma qualitativamente sopra le righe. La formula dei Nostri, che arriverà al suo apice con il capolavoro “Weighing Souls With Sand”, è qui ancora acerba: è come se il doom e il drone che stanno alla base di questo lavoro costituissero come una sorta di essere vivente, le cui carni sono ora lacerate dalla voce lontana e sofferente di MDragynfly, ora sferzate dagli algidi riff di chitarra, ora percosse da una batteria marziale e aliena. Si intravede ancora parzialmente l’elemento atmosferico e shoegaze che sarà presente in misura sempre maggiore nei lavori a seguire, aspetto questo che donerà alla musica dei Nostri un sinistro bagliore quasi di speranza e redenzione, che non si percepiscono ancora nell’oscurità di questo “...And Your Blood Is Full Of Honey”.
Si tratta di un lavoro assolutamente da riscoprire, e che si merita un posto di assoluto rilievo nella discografia dei The Angelic Process: un disco cupo e pessimista, spettrale, un viaggio nelle paure e nelle angosce più profonde dei Nostri, quelle stesse paure che poi hanno preso il sopravvento su K.Angylus portandolo alla prematura dipartita.

Cages of Blood and Bone

https://www.debaser.it/the-angelic-process/and-your-blood-is-full-of-honey/recensione

venerdì 6 ottobre 2017

Anelli



Anelli.
Colin si toglie la maglietta, di un bianco accecante. La sua pelle è coperta di tatuaggi, simboli alchemici, frasi dal senso apparentemente sconnesso: si volta per appoggiarla a terra, mostrando così l'enorme croce ribaltata che campeggia sulla sua schiena, dalle spalle fino al bacino, nera come gli inni che di lì a poco avrebbe levato al cielo.
Ha delle cicatrici lungo le braccia, ci sono dei piccoli fori tra le sue costole.
Si volta nuovamente, occhi chiusi e braccia allargate: uomini incappucciati gli scivolano alle spalle, quasi come generati dalla sua ombra, trascinando corde, anelli e ganci. Uno dopo l'altro fanno passare gli anelli nei fori presenti sulle braccia e sulla schiena: ad ogni anello corrisponde un gancio, ad ogni gancio è fissata una corda, e ogni corda è portata in alto, sopra la sua testa, legate a delle carrucole che finora erano rimaste nascoste, avvolte dal buio.
Colin non ha ancora aperto gli occhi, la musica che sente nella sua testa è maestosa e trascinante, lo stato di trance che lo pervade non gli fa sentire altro che quelle note. Non ha sentito il freddo metallo degli anelli trapassare le sue carni, ma sa che a ognuno di essi corrisponde un ricordo, un'emozione, una sfida verso se stesso o gli altri. Uno è collegato con il cuore, uno con la mente, uno con il respiro, uno con il sangue, uno con gli occhi, uno con in sogni, uno con gli incubi. C'è un anello per la rabbia, uno per la sconfitta, uno per l'amore e uno per la perdita. L'anello del cuore è perfettamente circolare, non presenta rotture come gli altri, non si sa come sia stato agganciato: circolare, senza interruzioni, come la vita e la morte in eterno girotondo.
L'intensità della musica cresce, le corde si tendono, i suoi piedi si staccano pian piano da terra, la sua crocifissione sta prendendo forma. Non è metafora religiosa, è quanto di più terreno e materico possa esistere: in quel corpo che piano piano viene issato verso l'alto convergono tutte le paure, i timori e le sofferenze di ognuno di noi. Eccolo lassù in alto Colin, all'apice della sua salita e della sua musica, sovrano incontrastato dalla corona di spine di cashiana memoria, che veglia sul suo "solitary reign" decadente e sanguinante.
Chi è appassionato di sonorità post metal (per semplificare le cose, ma potrei anche parlare di hardcore, doom, crust, sludge...) conoscerà sicuramente gli Amenra. Il combo, proveniente dalle Fiandre, si è fatto notare nel corso degli anni per una serie di lavori (EP, LP, split, live performances) dall'indubbio valore, nei quali la forma musicale dei Nostri si è plasmata pian piano. Successore del binomio "Mass IIII" e "Mass V" (per me quasi un unico lavoro), questo "Mass VI" si caratterizza sin da subito come, con ogni probabilità, il loro lavoro meglio riuscito. Nelle sei tracce che compongono il disco c'è un perfetto bilanciamento tra dolore, sofferenza, pazzia e malinconia, che musicalmente parlando si traducono in scream furiosi e dolenti, clean caldo e avvolgente, chitarre corpose e robuste e una sessione ritmica che sorregge il tutto con influenze, a mio avviso, mutuate dal mondo post rock e wave. Forse un po' troppo corto (o magari sono io che lo percepisco così, visto il coinvolgimento emotivo che ogni volta mi provoca), "Mass VI" non commette passi falsi ma avanza, dolente, sbaragliando le difese del nostro cuore con pezzi da novanta come "Solitary Reign", tra i più belli mai scritti dagli Amenra.
Si tratta di un passo avanti rispetto alla precedente discografia, c'è evoluzione nascosta in queste tracce, e per quanto mi riguarda si tratta sicuramente di uno dei top album del 2017.

Children of the Eye

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venerdì 4 agosto 2017

Sentieri eterni



C’è un uomo che cammina nel suo giardino, ha in mano un libo. L’uomo è cieco e il giardino è un labirinto di sentieri che si dividono, si ramificano, e si riuniscono. Nel giardino ci sono delle statue enormi: qualcuno dice di averle viste muoversi, ma se così fosse sarebbe stato di certo in maniera molto lenta, quasi impercettibile. Il libro è pesante, una persona normale non sarebbe in grado di portarlo.

Il sentiero che l’uomo sta seguendo in questo momento lo conduce all'interno della sua dimora, un edificio fatto da corridoi e saloni. I dipinti nel salone di Destino ritraggono i suoi fratelli e sorelle con le fattezze con le quali loro desiderano essere visti da lui (anche se va detto che nel regno degli Eterni ciò che si desidera e ciò che si ottiene sono in realtà cose così vicine che non si riuscirebbe a farci passare nemmeno una sottile lama affilata nel mezzo). Anche tu, che stai leggendo, avrai passato del tempo nel regno dei suoi fratelli e sorelle: sognando, disperandoti, provando desiderio e cercando distruzione, piacere, finanche a trovare la morte, prima o poi… Ma la tua vita non è mai stata davvero tua, sei sempre stato suo, sin dalla prima pagina del libro, e solo lui è in grado di leggere la tua storia, di come è stata e di come sarà, molto tempo da oggi.

Destino è incatenato al suo libro, o forse è il libro a essere incatenato a lui? E’ composto da tante pagine, non può essere né rubato né prestato. Contiene la tua vita, ogni dettaglio, ogni cosa che ti è successa, ti accadrà, o che semplicemente hai dimenticato o alla quale non credi. Di fatto contiene tutto ciò che è accaduto ed accadrà a chiunque tu abbia conosciuto, incontrato, o nemmeno mai sentito nominare… Lì dentro trovi i sogni, le vicende, i trionfi, le sconfitte e le morti di tutti. In esso si spiega il senso di ognuna delle macchie che compongono il manto di un leopardo, così come la verità sulla forma delle nuvole, sulla vita dei batteri e i segreti che il vento sussurra quando non c’è nessuno a sentirlo. C’è tutto, dall’inizio alla fine.

Destino non ha creato il percorso che sta seguendo la tua vita, eppure nel libro sono spiegati i moti degli atomi e delle galassie: per lui non c’è differenza tra loro, è tutto parte dello stesso tomo. Un giorno, quando il libro sarà terminato, lui lo abbandonerà, ma ancora non è scritto da nessuna parte cosa accadrà dopo. Intanto si volta una nuova pagina: Destino continua a passeggiare nel giardino con in mano un libro, nel quale è contenuto l’Universo intero. (tratto da “Endless Nights”, Neil Gaiman, traduzione libera).

Smoke in the Sky” è la prima prova “ufficiale” dei 1476, duo del New England già ampiamente trattato in queste pagine. Si tratta di un EP, ripubblicato dalla tedesca Prophecy con l’aggiunta di alcune tracce live che seguono il mood del disco principale. E’ un’opera principalmente acustica, che pesca a piene mani dal (neo) folk americano e europeo, aggiungendo saltuariamente inserti di drones ed elettronica. La resa è fumosa, mistica, nostalgica e pensosa: i pezzi rendono al meglio se ascoltati con tranquillità, pensando a tutto e niente, passeggiando per boschi o città. Citando la descrizione fatta dal gruppo, “Smoke In The Sky" places a strong lyrical focus on self-realization and destroying/overcoming obstacles to be reborn as a stronger, healthier self".

Molti degli elementi che caratterizzano questo lavoro saranno poi ampiamente recuperate nei successive dischi: va da sé che è un ascolto obbligato se avete apprezzato il resto della produzione dei 1476, ma merita un occhio di riguardo anche da chi ama immergersi nelle atmosfere magiche che certe produzioni neo folk sanno offrire.

"To Reveal the Shadow Self"

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https://www.debaser.it/1476/smoke-in-the-sky/recensione

giovedì 3 agosto 2017

The Subtle and the Profound



Quel ramo sul quale era nata e cresciuta le era sempre stato un po’ stretto, e a pensarci bene anche il parco, sebbene fosse uno dei più grandi della città, non sembrava riservarle chissà quali sorprese. Posta in uno dei rami più alti e grandi dell’acero, la foglia sentiva una spinta a volere qualcosa di più: non voleva maturare la sua estate e ondeggiare verso la morte nel foliage per sempre attaccata lì dove si trovava… E così una mattina, sfruttando un vento più forte del previsto, si staccò dalle sue sorelle e si fece trasportare via: dove non lo sapeva, alla fine era nelle mani del vento, ma già quello voleva dire vivere qualcosa di nuovo. In quella mattina di primavera l’aria era ancora fresca e Boston si stava risvegliando: la foglia volò tra le persone: gente che si affrettava verso il lavoro, gente che fotografava i monumenti e seguiva il Freedom Trail, gente che mangiava di tutto già a quell’ora. I profumi della città erano già troppo pungenti per lei, abituata al verde parco, per cui accolse con gioia la decisione del vento di trasportarla a nord, lungo la costa.
Portsmouth era già più vivibile: fresca, immersa nel profumo di salsedine, pesce e legno invecchiato al sole e all’acqua di mare, vivace come un porto deve essere, giovane e carica di promesse e speranze… Purtroppo la sua sosta durò poco: il vento si fece di colpo più pressante, spingendola ancora più a nord, verso i fari del Maine, e verso nubi nere cariche di pioggia.
Quando giunse a Cape Elizabeth impattò con forza in uno scoglio, e sentì le sue nervature scricchiolare per la prima volta: non ci fece molto caso, estasiata com’era dalla bellezza e dal misticismo che quel posto emanava. Era come se ci fosse un microclima sulla costa, che aveva generato una fitta nebbia che avvolgeva il faro, il quale svettava ed emergeva comunque imperioso a baluardo dell’ignoto. Seguendo la costa e gli scogli giunse al sentiero sassoso che l’avrebbe accompagnata verso Spring Point Ledge: faro condizionato dallo stesso destino che affliggeva anche Cape Elizabeth, questo era se possibile ancora più spettrale. La foglia fu grata al vento quando questi decise di farle fare un giro attorno alla cima del faro: come svoltò l‘angolo si sentì sospinta da una forza brutale, erano i venti dell’Atlantico che per un attimo avevano dato man forte alla sua fida guida e la stavano spingendo con forza verso ovest.
La foglia, dopo tanto peregrinare, si depositò alla fine sulla grondaia di una chiesetta di campagna: bianca immacolata, col tetto a punta rosso, quella chiesetta le ricordava tantissimo quelle che aveva visto disegnate nei libri di storia dei bambini che erano soliti leggere sotto il suo acero, nel parco, quando ancora era attaccata al suo ramo. Si stava abbandonando ad una leggera malinconia quando di nuovo si alzò in volo, stavolta flebilmente, e volteggiando passò sotto un ponte coperto, trave dopo trave danzando tra ragnatele e nidi di rondine. Oltrepassato il ponte ed il fiume avvertì il calore del sole farsi di colpo più forte: era come se una stagione fosse trascorsa, e l’estate stava rendendo le sue nervature un po’ più secche e meno elastiche, e le sue fibre più tese. Non ci fece alla fine molto caso, Wolfeboro era in vista, e con essa il lago sul quale si adagiava placida. Volteggiò tra i tetti delle case, sospinta dai fumi delle caffetterie e attratta dal battello che stava per iniziare la sua consueta gita attraverso il lago. Stanca si lasciò cadere sul ponte per godersi la calma del lago, una pace meditativa che per un attimo la fece pensare che forse quello sarebbe stato il posto adatto al suo foliage. E invece niente, si riparte: una folata e via verso il Vermont, dove di colpo capì che era lì che ogni foglia avrebbe voluto nascere, crescere e morire marcendo ai piedi di frondosi alberi e vicino a fiumi e cascate. Swanzey era solo la porta per un mondo magico, dove la natura regnava incontrastata e le campagne ed i boschi erano pieni di aceri grandi il doppio del suo (che per inciso aveva i suoi anni ed era comunque un signor albero). Di nuovo un improvviso e forte soffio di vento la fece sbattere contro una roccia, e ancora altri scricchiolii sinistri… Si tornava a sud, sembrava quasi la strada di casa, e invece la mano del vento amico, che di colpo si era fatta più fredda e umida, la trasportò in mezzo a una bufera che si stava abbattendo sulla cittadina di Salem. La gelida e incessante pioggia ingrossò il vento che la trasportava, che si fece quasi più maldestro e violento, sbatacchiandola a destra e sinistra, addosso alle porte delle case, alle vetrine dei negozi e alle mura dei cimiteri. Un colpo d’occhio ad una vetrina le rivelò che aveva cambiato colore: il verde delle sue fibre aveva lasciato il posto a un marrone/rosso, forse un po’ spento probabilmente a causa del tempaccio; anche le nervature erano diventate secche e fragili, colpa del troppo sbattere a destra e sinistra. Fortunatamente raggiunse la costa: “Winter Island” lesse, e pensò che doveva essere un segno quello. Il suo foliage lo aveva avuto in volo, adesso doveva solo affidarsi al vento per l’ultimo ballo, quel volteggio finale che avrebbe posto la parola fine al suo peregrinare. Non ci sperava più ma il vento fu magnanimo, e la depositò proprio sul bordo del faro di Winter Island. Lassù, di nuovo sulla cima del suo piccolo mondo, si sentì a casa, di nuovo, e nemmeno si accorse che le sue trame si stavano pian piano dissolvendo con la pioggia che aveva incessantemente continuato a colpirla.
Nick Stanger è l’anima e il principale autore del progetto Ashbringer, one man band (prima) e ora gruppo a tutti gli effetti originario del Minnesota. Il New England non c’entra nulla con la musica dei Nostri, almeno in apparenza: in realtà la mutabilità di paesaggi e clima tipica della regione a nordest degli USA ben rispecchia la musica della band. Con “Yūgen”, seconda fatica del gruppo, siamo dinnanzi a un di black atmosferico con inserimenti acustici, folk ed epico post rock: in otto tracce abbiamo un affresco del mondo musicale di Stanger, che si ispira sì al versante cascadiano del black, ma ci mette anche molto del suo. Ashbringer sa essere ora sferzante e impetuoso, ora dolce, poetico e struggente, ma sempre originale e incredibilmente suggestivo.
Disco non più recente, è perfetto per il prossimo autunno: un ascolto consigliato per vivere al meglio una stagione transitoria e ahimè fin troppo breve.

"Glowing Embers, Dying Fire"

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https://www.debaser.it/ashbringer/ygen/recensione

venerdì 7 luglio 2017

DIECIMILA!!!



...e siamo oltre quota 10.000,00 visite!
Diecimila, D-I-E-C-I-M-I-L-A, cioè dieci (10) volte mille (1.000), che già erano tanti!

GRAZIE!
10.000 Days

lunedì 3 luglio 2017

Peculiar Storms



Ferdinando, ti vedo assai turbato, 
come sgomento: non aver paura. 
I giochi di magia son terminati. 
Come t'avevo detto, quegli attori 
erano solo spiriti dell'aria, 
ed in aria si son tutti dissolti, 
in un'aria sottile ed impalpabile. 
E come questa rappresentazione 
- un edificio senza fondamenta - 
così l'immenso globo della terra, 
con le sue torri ammantate di nubi, 
le sue ricche magioni, i sacri templi 
e tutto quello che vi si contiene 
è destinato al suo dissolvimento; 
e al pari di quell'incorporea scena 
che abbiam visto dissolversi poc'anzi, 
non lascerà di sé nessuna traccia. 
Siamo fatti anche noi della materia 
di cui son fatti i sogni; 
e nello spazio e nel tempo d'un sogno 
è racchiusa la nostra breve vita.

La furia delle onde si è ormai calmata, e Miranda, seduta su una roccia, fissa con sguardo vitreo quello che resta della sua nave. E' il vento a ricordarle con folate fredde e improvvise del naufragio avvenuto solo poche ore prima, con le sue mani gelide che si insinuano tra i suoi capelli rosso fuoco, scompigliandoli. Solo adesso, solo dopo aver scampato la morte, la giovane si rende conto di quanto suo padre ha sempre sostenuto: la vita è inconsistente, evanescente come gli spiriti, e come loro anche noi scomparendo non lasceremo traccia alcuna, e questo grande palcoscenico sul quale ci muoviamo non ricorderà neppure le nostre ombre o il suono dei nostri passi.

As you fall into sleep 
Beneath the trees 
Beside the stream 
You meander into dreams 
Your heart quickens 
And you race towards the light 
Forever, towards the end of time 
And, always, towards the end of mind 
There will never be escape 
All you know, All you love 
All you thought would keep you safe 
Burns away and dissipates 
And, at the end, all that remains 
Is you and The Eternal Storm 
You and The Eternal Storm

Dietro il progetto Monastery si nasconde Robb Kavjian, “l’altro 50%” dei 1476, duo di Salem già presente su queste pagine. Come già accaduto per i L-XIII (progetto solista dell’altro membro della band sopra citata, Neil DeRosa) anche in questo “Peculiar Storms” siamo di fronte ad una proposta dai connotati spiccatamente ambient, che si fregia però del contributo di inserti elettronici, campionamenti, drone, synth ed influenze folk. A detta del Musicista la principale fonte di ispirazione per questo lavoro è stata l’arte del norvegese Theodor Kittelsen, che insieme ad altri pittori suoi conterranei gli permesso di legare suggestioni musicali, a lui inizialmente poco familiari, con il suo amore per la natura e per l’incontenibile sentimento di “sublime” che essa sa generare nei cuori di chi sa entrarvi in sintonia. Sia nel booklet del cd che nella pagina Bandcamp ogni brano è accompagnato da un dipinto del pittore norvegese che il Nostro ha scelto come possibile riferimento visivo, ma alla fine le suggestioni devono fluire libere e l’ascoltatore deve essere libero di dare la forma che più preferisce ai pezzi che ascolta.
Da notare che, diversamente da quanto accadeva con “Obsidian” a firma L-XIII, l’atmosfera è molto più onirica, brumosa, sognante ed eterea: Kavjian ricrea un mondo magico, un bozzolo ovattato accogliente e intimo, nel quale ognuno è libero di rifugiarsi per trovare un attimo di distacco dalla frenesia quotidiana. Non si tratta del rovescio della medaglia di “Obsidian”, né tanto meno uno sviluppo delle tematiche trattate dai 1476: l’ambientazione pastorale che sento in questo “Peculiar Storms” non è presente nelle produzioni della band “madre”, per lo meno non ne costituisce un tratto distintivo, mentre è il cardine della poetica di Monastery. Un ascolto particolare, non per tutti, non per ogni momento della giornata, ma da centellinare con cura per apprezzarne appieno la magia e la bellezza.

Dedicato alla "mia" Miranda, se c'è un sogno che incornicia la mia vita, quel sogno sei te.

The Eternal Storm

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martedì 27 giugno 2017

Il pianoforte fantasma



Il vecchio e fumoso bar aveva ormai da anni dismesso i lucenti panni di locale alla moda, ed era rimasto ad appannaggio quasi esclusivo di alcuni abitanti del luogo e di pochi viaggiatori che passavano di lì, di tanto in tanto... Alla fine neppure consumavano: si affacciavano un attimo, davano un'occhiata in giro, ma poi uscivano subito timidamente, quasi respinti dall'ambiente restìo ad accoglierli. Le luci erano spesso soffuse: il proprietario voleva risparmiare sulla bolletta, e alla fine la mezza oscurità giovava alle sbornie degli avventori. L'aria odorava tra il puzzo di fumo e quello dell'alcool scadente che veniva servito, l'arredamento era molto scarno, ma c'era una cosa che non mancava mai, la musica. Un vecchio pianoforte a coda era piazzato in un angolo della sala: sopra di esso era sempre presente, giorno e sera, un bicchiere, una bottiglia di whisky, un candelabro. Il pianista era un tipo spettrale, che ben si confaceva però all'ambiente: alto, magro, una lunga giacca che pareva essere stata rubata da qualche defunto tanto era logora e antiquata, capelli lunghi sulle spalle e un cilindro in testa. Aveva un abitudine il buon Wyatt: per ogni cliente che entrava nel locale lui improvvisava un pezzo al suo pianoforte. Gli bastava un'occhiata: un minuto di silenzio, lo squadrava per qualche secondo, e subito partiva con il suo motivo, che nella sua mente rifletteva esattamente quella che secondo lui era la storia di quel personaggio. E in genere non erano mai belle storie, perché diffficilmente chi entrava nel locale cercava felicità, ma solo conforto e consolazione dai suoi problemi e dal suo passato, che provava ad affogare in una bottiglia di alcool. Alcuni clienti erano poi "affezionati", per cui nel tempo Wyatt aveva avuto modo di scrivere vere e proprie colonne sonore dedicate al loro ingresso.
C'era il vedovo, che aveva tentato il suicidio più di una volta senza mai riuscirci: nei suoi occhi il pianista vedeva solo fantasmi del passato e desiderio di farla finita, mai esaudito per un misto di sfortuna e codardia. C'era il giovane abbandonato dall'amore della sua vita: dopo che era stato lasciato non aveva avuto più la forza di risollevarsi, per cui si aggirava perso per il locale, sussultando ad ogni voce che fosse più alta di un sussurro, con lo sguardo perso in qualche ricordo fumoso. La sua controparte era la sposa abbandonata all'altare: strano che i due non avessero mai tentato di conoscersi, uniti com'erano dallo stesso infausto destino. Anche lei, come lui, era ottenebrata dal ricordo di un momento di gioia mai concretizzatosi, e, forse a causa di una pazzia latente che piano piano stava emergendo dal fondo del suo io, amava andarsene in giro con il velo bianco (anzi, ormai grigio) in testa. C'era poi l'assassina: nessuno lo sapeva, ma Wyatt aveva visto tutto negli occhi di quella donna. Era una madre, che devastata dall'impotenza di fronte alla malattia delle sue figlioline, aveva deciso un giorno di ucciderle soffocandole nel sonno: alla polizia aveva detto che erano morte per la malattia, e gli ufficiali ci avevano creduto (o forse non se ne erano preoccupati più di tanto, in fondo era solo una poveraccia). La donna aveva sempre le lacrime agli occhi, si muoveva a scatti come un manichino, era magra scheletrica, il suo corpo riflesso del vuoto che aveva nel suo cuore.
A fine serata quando tutti se ne erano andati e il bar chiudeva, Wyatt beveva l'ultimo goccio di whyskey, prima di salire le scale sul retro del bar e ritirarsi in camera (il suo alloggio era infatti al piano superiore del locale, un bugigattolo che una persona normale non avrebbe difficoltà a definire stanzino per le scope).
Una volta posato il cappello si distendeva sul letto, e prima di addormentarsi era solito cantare la canzone che lui stesso dedicava alla sua vita, al suo passato, alla sua tristezza e ai suoi fantasmi: "It seemed to me that summer It would never come again/I watched the snow through dusty windowpanes/Every time I dreamed at night I woke up filled with terror/Silent things were floating in the air/And I wonder how you sleep/And I wonder how you breathe".
Lonesome Wyatt è un cantautore americano con all'attivo due progetti, i Those Poor Bastards e i Lonesome Wyatt and the Holy Spooks, e il presente "Heartsick" fa parte proprio di quest'ultimo. Con gli Holy Spooks Wyatt esplora la parte più intima, malinconica e "gloomy" messa in campo dai TPH, togliendo le parti più sgangherate e dissonanti e riducendo il tutto ad un country americano oscuro e malinconico. Per darvi un'idea potete immaginarvi un'unione tra le "marcette" grottesche spesso utilizzate da Danny Elfman per musicare i film di Tim Burton e le atmosfere polverose, oscure, meste e decadenti dei primi Black Heart Procession. Le sue sono storie di malinconia, di assassini, di morte, che molto si ispirano nelle atmosfere ai film horror in bianco e nero della prima metà del Novecento; i suoi pezzi sono spesso cantilenanti, ma sanno immergere perfettamente l'ascoltatore nell'ambientazione descritta. Musicalmente il country goticheggiante del Nostro si basa in larga misura su pianoforte, chitarra (o altri strumenti a corde come l'ukulele) e su effetti di vario tipo applicati anche alla voce (che spesso risulta volutamente filtrata e lontana, con una resa molto "spettrale"), i brani non sono mai lunnghi al punto da annoiare e l'ascolto è sempre molto piacevole.
La produzione a firma Lonesome Wyatt and the Holy Spooks è a mio avviso molto valida: vero, concettualmente si ruota sempre a tematiche molto simili tra l'oro (e lo stesso autore non fa mistero di essere affascinato dalle atmosfere macabre e dalle storie tetre che ripropone ad ogni suo disco), ciò nonostante è sempre piacevole immergersi nelle musica del cantautore americano. Assolutamente da provare se amate i Black Heart Procession e il mood oscuro che permea i film (di animazione e non) di certi film di Tim Burton.

I Wonder

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