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martedì 19 dicembre 2017

2017: a (metal) retrospective

Il mio 2017 musicale è stato un anno di vacche non magre, magrissime: veramente pochi sono stati i dischi usciti in questo anno che si sta per chiudere che mi hanno veramente lasciato qualcosa. Una precisazione è però dovuta: forse per controbilanciare questa pochezza ho avuto l'opportunità di scoprire album usciti anche qualche anno fa di band a me più o meno conosciute, quindi alla fine il bilancio non può dirsi così pessimo, almeno in generale.

Sono stati dodici mesi di delusioni: band che aspettavo con impazienza (vedi più sotto) hanno poi rilasciato dischi tiepidini, che non hanno soddisfatto del tutto l'hype che avevo riposto in loro. Bando alle ciance, questi gli album usciti nel 2017 che mi hanno colpito:



L-XIII - "Obsidian"
Uscito agli inizi del 2017 "Obsidian" è il parto di Neil DeRosa, uno dei due membri degli americani (di Salem, New England) 1476, qui nelle vesti di mastermind del proprio progetto solista L-XIII. Si tratta di un lavoro interamente strumentale, che sa immergere l'ascoltatore in un'atmosfera rarefatta, magica, misteriosa e evocativa. Synth, drone, passaggi atmosferici che flirtano con il Dark ambient più sofisticato ed etereo, una larga presenza del piano, addirittura elementi assimilabili al trip hop più notturno e urbano, fanno di questo "Obsidian" un EP interessante e affascinante. E' forse un po' troppo corto (alla fin fine è pur sempre un EP), ma può costituire sia un ottimo antipasto per possibili uscite future a firma L-XIII: insomma, è da provare, meglio se in un momento in cui avete bisogno di un po' di pace e tranquillità.


Pagina Bandcamp di L-XIII



1476 - "Our Season Draws Near"

Pubblicato in primavera il disco del duo del New England è però strettamente collegato con l'inverno, come ben si evince sin dalla sua copertina. Il nuovo lavoro ha un mood più solenne ed epico rispetto alle precedenti uscite, sebbene siano comunque presenti molti rimandi a "Wildwood". La ricetta dei Nostri presenta sempre gli stessi ingredienti già usati in passato, ma le dosi sono diverse: sfuriate al limite del (post) punk e dark metal con rallentamenti e fasi introspettive tipiche del folk più oscuro e quasi tribale. Riconosco che si è trattato di un lavoro meno immediato dei precedenti, ci ho messo alcuni mesi a farlo mio ma alla fine mi ha conquistato, come già successo con i precedenti lavori. Una band assolutamente da non perdere di vista.


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Amenra - "Mass VI"

Il 2017 ha visto il ritorno sulle scene degli Amenra... e che ritorno!

"Mass VI" si caratterizza sin da subito come, con ogni probabilità, il loro lavoro meglio riuscito, con un perfetto bilanciamento tra dolore, sofferenza, pazzia e malinconia, che musicalmente parlando si traducono in scream furiosi e dolenti, clean caldo e avvolgente, chitarre corpose e robuste e una sessione ritmica che sorregge il tutto con influenze, a mio avviso, mutuate dal mondo post rock e wave. Il disco, forse un po' breve, avanza doloroso e incessante, sbaragliando ogni difesa con "A Solitary Reign", uno tra i più bei pezzi mai scritti dagli Amenra (ma attenzione, anche il finale del lavoro non è da meno!).

Sebbene le soluzioni siano in larga misura sempre le stesse, al punto da poter ormai prevedere la possibile evoluzione di una traccia, c'è comunque una velata evoluzione nascosta in queste tracce, una voglia di toccare ancora più nel profondo il cuore degli ascoltatori. Disco che sin dalla sua uscita si è ritagliato un posto nella mia classifica dei top album del 2017.


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Dawn Ray'd - "The Unlawful Assembly"

Inaspettata sorpresa sul finire del 2017, gli inglesi Dawn Ray'd si sono conquistati un posto fisso nel mio stereo per diversi giorni. Per me si tratta di una vecchia conoscenza, parte della band già militava nei We Came out like Tigers, gruppo dalle sonorità blackcore caratterizzato da un animo "anarco-green" e da sonorità allo stesso tempo ferali e malinconiche (merito dell'uso del violino, in grado di donare ai pezzi un piglio spesso evocativo e poetico). Con il loro debutto "The Unlawful Assembly" i Nostri recuperano gli elementi già sentiti nella precedente incarnazione, ma introducono anche una componente politica di rivolta e protesta che dona al tutto un incedere epico, titanico e feroce. Gran bella band, spero di sentir parlare ancora positivamente di loro il prossimo anno!


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...e veniamo alle tirate di orecchie. I Wiegedood con "De Doden Hebben Het Goed II" non bissano il successo del precedente lavoro, cercando da una parte di ispirarsi alla scuola old school black metal, in parte scansando momentaneamente certe sezioni più rituali e "esoteriche" che avevano caratterizzato il predecessore. Ci regalano un lavoro violento e martellante, ma spesso senza una verve in grado di staccarlo dal resto. Stesso discorso può essere fatto per gli Harakiri for the Sky, che cercano di restare sull'onda del successo ottenuto con "Aokigahara" riuscendoci solo in parte. I Nostri svolgono il compitino con "III: Trauma", ma nulla più: sono sempre presenti i continui saliscendi emotivi, con melodia e potenza che si alternano in egual misura, ma alla lunga il tutto non colpisce, se non per episodi.

Seguono a ruota i Moonspell con il loro "1755", lavoro cantato totalmente in portoghese e dedicato al terremoto che mise in ginocchio Lisbona. Si tratta di un disco tirato e potente, con un Fernando Ribeiro sugli scudi che ringhia forse però anche troppo, risultando alla lunga monocorde. A fronte di brani notevoli e da un fortissimo appeal emotivo si hanno anche pezzi un po' scialbi, e su tutto un fare un po' troppo barocco, con cori, tastiere ed arrangiamenti ampollosi che snaturano una proposta che avrebbe dovuto essere più sanguigna. Alla fine non è un brutto disco sia chiaro, ma non sarà sicuramente ricordato nella discografia dei Nostri, se non per il fatto della componente linguistica.

Chiudo con quella che è stata la delusione più cocente dell'anno, "Thrice Woven" dei Wolves in the Throne Room. Dopo "Celestite" avevo perso ogni speranza, e sapere che sarebbero tornati alle origini con un nuovo lavoro mi aveva animato di grandissime aspettative, in larga misura poi deluse. E' un lavoro che molti gruppi Cascadian e black in generale si sognerebbero di fare, questo è vero, ma non del solo nome si può campare. Ci sono due, tre pezzi oggettivamente esagerati, che fanno riassaporare i vecchi WITTR, ma ce ne sono altrettanti tiepidi e tutto sommato trascurabili. Tanto valeva fare un EP per tenere tranquilli i fan e allo stesso tempo asfaltare le masse con il suono potente ed evocativo che li ha sempre caratterizzati, ma messo così sembra un po' un non finito, qualcosa di affrettato buttato in pasto alle masse per far tacere le lamentele. E' però il ritorno sulle scene dei WITTR, e ciò mi basta, nella speranza che il futuro sia nuovamente roseo per i Nostri... Nel frattempo rimetto su "Two Hunters"!

Vi lascio con un appunto personale. Questo 2017 mi ha permesso di stringere amicizie (spero durature!) con artisti che apprezzo e che stimo molto, i cui lavori rientrano ormai da tempo tra i miei dischi preferiti, album che ogni tanto sento la necessità di riascoltare. Un enorme grazie quindi va a Matteo (Chiral), Robb e Neil (Monastery, L-XIII e, insieme, 1476): tutte persone squisite dotate di grande senso artistico e di una sensibilità (anche nei rapporti umani) davvero fuori dal comune.

Per questo 2017 direi che è tutto: a questo punto posso solo augurarmi che il 2018 sia migliore, alla fine non ci vorrà tantissimo!

venerdì 8 dicembre 2017

Nelle tue vene scorre il miele



“Kain è idolatrato. I clan raccontano leggende su di lui, ma pochi sanno la verità. Una volta egli era mortale come tutti noi. Il suo disprezzo per l'umanità lo portò a creare me e i miei fratelli.
Io sono Raziel: il primo dei suoi luogotenenti. Ho servito Kain per un intero millennio. All'alba dell'impero io ero al suo fianco assieme ai miei fratelli, tutti insieme creammo le legioni che fecero cadere Nosgoth. Con il tempo continuammo ad evolverci, diventammo sempre meno umani, sempre più... divini.
Kain sperimentava per primo il cambiamento e ne emergeva rinnovato in qualcosa. Qualche anno dopo il nostro Signore anche a noi sarebbe toccato evolverci. Questo durò fino a quando ebbi l'impulso di superare il mio Signore.
Per la mia trasgressione ricevetti un nuovo tipo di ricompensa: l'agonia. Il risultato poteva essere uno solo: la mia eterna dannazione. Io, Raziel, sarei finito come i traditori e gli inetti, sarei bruciato per sempre nelle viscere del Lago dei Morti. E così caddi nelle profondità dell'abisso urlando mentre fuochi bianchi mi divoravano. Dolore indicibile, agonia estrema, il tempo smise di esistere. Rimase solo questa tortura e un odio sempre più profondo per l'ipocrisia che mi aveva condannato ad un simile inferno. Dopo un'eternità il mio tormento si mitigò facendomi risalire nel precipizio della follia. La discesa mi aveva distrutto eppure vivevo ancora.
Raziel... Sei un valoroso...
...And Your Blood Is Full Of Honey” è la prima opera dei The Angelic Process, duo formato da K.Angylus e MDragynfly che ha avuto una vita musicale breve (causa il decesso del primo dei due elementi) ma qualitativamente sopra le righe. La formula dei Nostri, che arriverà al suo apice con il capolavoro “Weighing Souls With Sand”, è qui ancora acerba: è come se il doom e il drone che stanno alla base di questo lavoro costituissero come una sorta di essere vivente, le cui carni sono ora lacerate dalla voce lontana e sofferente di MDragynfly, ora sferzate dagli algidi riff di chitarra, ora percosse da una batteria marziale e aliena. Si intravede ancora parzialmente l’elemento atmosferico e shoegaze che sarà presente in misura sempre maggiore nei lavori a seguire, aspetto questo che donerà alla musica dei Nostri un sinistro bagliore quasi di speranza e redenzione, che non si percepiscono ancora nell’oscurità di questo “...And Your Blood Is Full Of Honey”.
Si tratta di un lavoro assolutamente da riscoprire, e che si merita un posto di assoluto rilievo nella discografia dei The Angelic Process: un disco cupo e pessimista, spettrale, un viaggio nelle paure e nelle angosce più profonde dei Nostri, quelle stesse paure che poi hanno preso il sopravvento su K.Angylus portandolo alla prematura dipartita.

Cages of Blood and Bone

https://www.debaser.it/the-angelic-process/and-your-blood-is-full-of-honey/recensione

venerdì 6 ottobre 2017

Anelli



Anelli.
Colin si toglie la maglietta, di un bianco accecante. La sua pelle è coperta di tatuaggi, simboli alchemici, frasi dal senso apparentemente sconnesso: si volta per appoggiarla a terra, mostrando così l'enorme croce ribaltata che campeggia sulla sua schiena, dalle spalle fino al bacino, nera come gli inni che di lì a poco avrebbe levato al cielo.
Ha delle cicatrici lungo le braccia, ci sono dei piccoli fori tra le sue costole.
Si volta nuovamente, occhi chiusi e braccia allargate: uomini incappucciati gli scivolano alle spalle, quasi come generati dalla sua ombra, trascinando corde, anelli e ganci. Uno dopo l'altro fanno passare gli anelli nei fori presenti sulle braccia e sulla schiena: ad ogni anello corrisponde un gancio, ad ogni gancio è fissata una corda, e ogni corda è portata in alto, sopra la sua testa, legate a delle carrucole che finora erano rimaste nascoste, avvolte dal buio.
Colin non ha ancora aperto gli occhi, la musica che sente nella sua testa è maestosa e trascinante, lo stato di trance che lo pervade non gli fa sentire altro che quelle note. Non ha sentito il freddo metallo degli anelli trapassare le sue carni, ma sa che a ognuno di essi corrisponde un ricordo, un'emozione, una sfida verso se stesso o gli altri. Uno è collegato con il cuore, uno con la mente, uno con il respiro, uno con il sangue, uno con gli occhi, uno con in sogni, uno con gli incubi. C'è un anello per la rabbia, uno per la sconfitta, uno per l'amore e uno per la perdita. L'anello del cuore è perfettamente circolare, non presenta rotture come gli altri, non si sa come sia stato agganciato: circolare, senza interruzioni, come la vita e la morte in eterno girotondo.
L'intensità della musica cresce, le corde si tendono, i suoi piedi si staccano pian piano da terra, la sua crocifissione sta prendendo forma. Non è metafora religiosa, è quanto di più terreno e materico possa esistere: in quel corpo che piano piano viene issato verso l'alto convergono tutte le paure, i timori e le sofferenze di ognuno di noi. Eccolo lassù in alto Colin, all'apice della sua salita e della sua musica, sovrano incontrastato dalla corona di spine di cashiana memoria, che veglia sul suo "solitary reign" decadente e sanguinante.
Chi è appassionato di sonorità post metal (per semplificare le cose, ma potrei anche parlare di hardcore, doom, crust, sludge...) conoscerà sicuramente gli Amenra. Il combo, proveniente dalle Fiandre, si è fatto notare nel corso degli anni per una serie di lavori (EP, LP, split, live performances) dall'indubbio valore, nei quali la forma musicale dei Nostri si è plasmata pian piano. Successore del binomio "Mass IIII" e "Mass V" (per me quasi un unico lavoro), questo "Mass VI" si caratterizza sin da subito come, con ogni probabilità, il loro lavoro meglio riuscito. Nelle sei tracce che compongono il disco c'è un perfetto bilanciamento tra dolore, sofferenza, pazzia e malinconia, che musicalmente parlando si traducono in scream furiosi e dolenti, clean caldo e avvolgente, chitarre corpose e robuste e una sessione ritmica che sorregge il tutto con influenze, a mio avviso, mutuate dal mondo post rock e wave. Forse un po' troppo corto (o magari sono io che lo percepisco così, visto il coinvolgimento emotivo che ogni volta mi provoca), "Mass VI" non commette passi falsi ma avanza, dolente, sbaragliando le difese del nostro cuore con pezzi da novanta come "Solitary Reign", tra i più belli mai scritti dagli Amenra.
Si tratta di un passo avanti rispetto alla precedente discografia, c'è evoluzione nascosta in queste tracce, e per quanto mi riguarda si tratta sicuramente di uno dei top album del 2017.

Children of the Eye

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https://www.debaser.it/amenra/mass-vi/recensione

venerdì 4 agosto 2017

Sentieri eterni



C’è un uomo che cammina nel suo giardino, ha in mano un libo. L’uomo è cieco e il giardino è un labirinto di sentieri che si dividono, si ramificano, e si riuniscono. Nel giardino ci sono delle statue enormi: qualcuno dice di averle viste muoversi, ma se così fosse sarebbe stato di certo in maniera molto lenta, quasi impercettibile. Il libro è pesante, una persona normale non sarebbe in grado di portarlo.

Il sentiero che l’uomo sta seguendo in questo momento lo conduce all'interno della sua dimora, un edificio fatto da corridoi e saloni. I dipinti nel salone di Destino ritraggono i suoi fratelli e sorelle con le fattezze con le quali loro desiderano essere visti da lui (anche se va detto che nel regno degli Eterni ciò che si desidera e ciò che si ottiene sono in realtà cose così vicine che non si riuscirebbe a farci passare nemmeno una sottile lama affilata nel mezzo). Anche tu, che stai leggendo, avrai passato del tempo nel regno dei suoi fratelli e sorelle: sognando, disperandoti, provando desiderio e cercando distruzione, piacere, finanche a trovare la morte, prima o poi… Ma la tua vita non è mai stata davvero tua, sei sempre stato suo, sin dalla prima pagina del libro, e solo lui è in grado di leggere la tua storia, di come è stata e di come sarà, molto tempo da oggi.

Destino è incatenato al suo libro, o forse è il libro a essere incatenato a lui? E’ composto da tante pagine, non può essere né rubato né prestato. Contiene la tua vita, ogni dettaglio, ogni cosa che ti è successa, ti accadrà, o che semplicemente hai dimenticato o alla quale non credi. Di fatto contiene tutto ciò che è accaduto ed accadrà a chiunque tu abbia conosciuto, incontrato, o nemmeno mai sentito nominare… Lì dentro trovi i sogni, le vicende, i trionfi, le sconfitte e le morti di tutti. In esso si spiega il senso di ognuna delle macchie che compongono il manto di un leopardo, così come la verità sulla forma delle nuvole, sulla vita dei batteri e i segreti che il vento sussurra quando non c’è nessuno a sentirlo. C’è tutto, dall’inizio alla fine.

Destino non ha creato il percorso che sta seguendo la tua vita, eppure nel libro sono spiegati i moti degli atomi e delle galassie: per lui non c’è differenza tra loro, è tutto parte dello stesso tomo. Un giorno, quando il libro sarà terminato, lui lo abbandonerà, ma ancora non è scritto da nessuna parte cosa accadrà dopo. Intanto si volta una nuova pagina: Destino continua a passeggiare nel giardino con in mano un libro, nel quale è contenuto l’Universo intero. (tratto da “Endless Nights”, Neil Gaiman, traduzione libera).

Smoke in the Sky” è la prima prova “ufficiale” dei 1476, duo del New England già ampiamente trattato in queste pagine. Si tratta di un EP, ripubblicato dalla tedesca Prophecy con l’aggiunta di alcune tracce live che seguono il mood del disco principale. E’ un’opera principalmente acustica, che pesca a piene mani dal (neo) folk americano e europeo, aggiungendo saltuariamente inserti di drones ed elettronica. La resa è fumosa, mistica, nostalgica e pensosa: i pezzi rendono al meglio se ascoltati con tranquillità, pensando a tutto e niente, passeggiando per boschi o città. Citando la descrizione fatta dal gruppo, “Smoke In The Sky" places a strong lyrical focus on self-realization and destroying/overcoming obstacles to be reborn as a stronger, healthier self".

Molti degli elementi che caratterizzano questo lavoro saranno poi ampiamente recuperate nei successive dischi: va da sé che è un ascolto obbligato se avete apprezzato il resto della produzione dei 1476, ma merita un occhio di riguardo anche da chi ama immergersi nelle atmosfere magiche che certe produzioni neo folk sanno offrire.

"To Reveal the Shadow Self"

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https://www.debaser.it/1476/smoke-in-the-sky/recensione

giovedì 3 agosto 2017

The Subtle and the Profound



Quel ramo sul quale era nata e cresciuta le era sempre stato un po’ stretto, e a pensarci bene anche il parco, sebbene fosse uno dei più grandi della città, non sembrava riservarle chissà quali sorprese. Posta in uno dei rami più alti e grandi dell’acero, la foglia sentiva una spinta a volere qualcosa di più: non voleva maturare la sua estate e ondeggiare verso la morte nel foliage per sempre attaccata lì dove si trovava… E così una mattina, sfruttando un vento più forte del previsto, si staccò dalle sue sorelle e si fece trasportare via: dove non lo sapeva, alla fine era nelle mani del vento, ma già quello voleva dire vivere qualcosa di nuovo. In quella mattina di primavera l’aria era ancora fresca e Boston si stava risvegliando: la foglia volò tra le persone: gente che si affrettava verso il lavoro, gente che fotografava i monumenti e seguiva il Freedom Trail, gente che mangiava di tutto già a quell’ora. I profumi della città erano già troppo pungenti per lei, abituata al verde parco, per cui accolse con gioia la decisione del vento di trasportarla a nord, lungo la costa.
Portsmouth era già più vivibile: fresca, immersa nel profumo di salsedine, pesce e legno invecchiato al sole e all’acqua di mare, vivace come un porto deve essere, giovane e carica di promesse e speranze… Purtroppo la sua sosta durò poco: il vento si fece di colpo più pressante, spingendola ancora più a nord, verso i fari del Maine, e verso nubi nere cariche di pioggia.
Quando giunse a Cape Elizabeth impattò con forza in uno scoglio, e sentì le sue nervature scricchiolare per la prima volta: non ci fece molto caso, estasiata com’era dalla bellezza e dal misticismo che quel posto emanava. Era come se ci fosse un microclima sulla costa, che aveva generato una fitta nebbia che avvolgeva il faro, il quale svettava ed emergeva comunque imperioso a baluardo dell’ignoto. Seguendo la costa e gli scogli giunse al sentiero sassoso che l’avrebbe accompagnata verso Spring Point Ledge: faro condizionato dallo stesso destino che affliggeva anche Cape Elizabeth, questo era se possibile ancora più spettrale. La foglia fu grata al vento quando questi decise di farle fare un giro attorno alla cima del faro: come svoltò l‘angolo si sentì sospinta da una forza brutale, erano i venti dell’Atlantico che per un attimo avevano dato man forte alla sua fida guida e la stavano spingendo con forza verso ovest.
La foglia, dopo tanto peregrinare, si depositò alla fine sulla grondaia di una chiesetta di campagna: bianca immacolata, col tetto a punta rosso, quella chiesetta le ricordava tantissimo quelle che aveva visto disegnate nei libri di storia dei bambini che erano soliti leggere sotto il suo acero, nel parco, quando ancora era attaccata al suo ramo. Si stava abbandonando ad una leggera malinconia quando di nuovo si alzò in volo, stavolta flebilmente, e volteggiando passò sotto un ponte coperto, trave dopo trave danzando tra ragnatele e nidi di rondine. Oltrepassato il ponte ed il fiume avvertì il calore del sole farsi di colpo più forte: era come se una stagione fosse trascorsa, e l’estate stava rendendo le sue nervature un po’ più secche e meno elastiche, e le sue fibre più tese. Non ci fece alla fine molto caso, Wolfeboro era in vista, e con essa il lago sul quale si adagiava placida. Volteggiò tra i tetti delle case, sospinta dai fumi delle caffetterie e attratta dal battello che stava per iniziare la sua consueta gita attraverso il lago. Stanca si lasciò cadere sul ponte per godersi la calma del lago, una pace meditativa che per un attimo la fece pensare che forse quello sarebbe stato il posto adatto al suo foliage. E invece niente, si riparte: una folata e via verso il Vermont, dove di colpo capì che era lì che ogni foglia avrebbe voluto nascere, crescere e morire marcendo ai piedi di frondosi alberi e vicino a fiumi e cascate. Swanzey era solo la porta per un mondo magico, dove la natura regnava incontrastata e le campagne ed i boschi erano pieni di aceri grandi il doppio del suo (che per inciso aveva i suoi anni ed era comunque un signor albero). Di nuovo un improvviso e forte soffio di vento la fece sbattere contro una roccia, e ancora altri scricchiolii sinistri… Si tornava a sud, sembrava quasi la strada di casa, e invece la mano del vento amico, che di colpo si era fatta più fredda e umida, la trasportò in mezzo a una bufera che si stava abbattendo sulla cittadina di Salem. La gelida e incessante pioggia ingrossò il vento che la trasportava, che si fece quasi più maldestro e violento, sbatacchiandola a destra e sinistra, addosso alle porte delle case, alle vetrine dei negozi e alle mura dei cimiteri. Un colpo d’occhio ad una vetrina le rivelò che aveva cambiato colore: il verde delle sue fibre aveva lasciato il posto a un marrone/rosso, forse un po’ spento probabilmente a causa del tempaccio; anche le nervature erano diventate secche e fragili, colpa del troppo sbattere a destra e sinistra. Fortunatamente raggiunse la costa: “Winter Island” lesse, e pensò che doveva essere un segno quello. Il suo foliage lo aveva avuto in volo, adesso doveva solo affidarsi al vento per l’ultimo ballo, quel volteggio finale che avrebbe posto la parola fine al suo peregrinare. Non ci sperava più ma il vento fu magnanimo, e la depositò proprio sul bordo del faro di Winter Island. Lassù, di nuovo sulla cima del suo piccolo mondo, si sentì a casa, di nuovo, e nemmeno si accorse che le sue trame si stavano pian piano dissolvendo con la pioggia che aveva incessantemente continuato a colpirla.
Nick Stanger è l’anima e il principale autore del progetto Ashbringer, one man band (prima) e ora gruppo a tutti gli effetti originario del Minnesota. Il New England non c’entra nulla con la musica dei Nostri, almeno in apparenza: in realtà la mutabilità di paesaggi e clima tipica della regione a nordest degli USA ben rispecchia la musica della band. Con “Yūgen”, seconda fatica del gruppo, siamo dinnanzi a un di black atmosferico con inserimenti acustici, folk ed epico post rock: in otto tracce abbiamo un affresco del mondo musicale di Stanger, che si ispira sì al versante cascadiano del black, ma ci mette anche molto del suo. Ashbringer sa essere ora sferzante e impetuoso, ora dolce, poetico e struggente, ma sempre originale e incredibilmente suggestivo.
Disco non più recente, è perfetto per il prossimo autunno: un ascolto consigliato per vivere al meglio una stagione transitoria e ahimè fin troppo breve.

"Glowing Embers, Dying Fire"

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venerdì 7 luglio 2017

DIECIMILA!!!



...e siamo oltre quota 10.000,00 visite!
Diecimila, D-I-E-C-I-M-I-L-A, cioè dieci (10) volte mille (1.000), che già erano tanti!

GRAZIE!
10.000 Days

lunedì 3 luglio 2017

Peculiar Storms



Ferdinando, ti vedo assai turbato, 
come sgomento: non aver paura. 
I giochi di magia son terminati. 
Come t'avevo detto, quegli attori 
erano solo spiriti dell'aria, 
ed in aria si son tutti dissolti, 
in un'aria sottile ed impalpabile. 
E come questa rappresentazione 
- un edificio senza fondamenta - 
così l'immenso globo della terra, 
con le sue torri ammantate di nubi, 
le sue ricche magioni, i sacri templi 
e tutto quello che vi si contiene 
è destinato al suo dissolvimento; 
e al pari di quell'incorporea scena 
che abbiam visto dissolversi poc'anzi, 
non lascerà di sé nessuna traccia. 
Siamo fatti anche noi della materia 
di cui son fatti i sogni; 
e nello spazio e nel tempo d'un sogno 
è racchiusa la nostra breve vita.

La furia delle onde si è ormai calmata, e Miranda, seduta su una roccia, fissa con sguardo vitreo quello che resta della sua nave. E' il vento a ricordarle con folate fredde e improvvise del naufragio avvenuto solo poche ore prima, con le sue mani gelide che si insinuano tra i suoi capelli rosso fuoco, scompigliandoli. Solo adesso, solo dopo aver scampato la morte, la giovane si rende conto di quanto suo padre ha sempre sostenuto: la vita è inconsistente, evanescente come gli spiriti, e come loro anche noi scomparendo non lasceremo traccia alcuna, e questo grande palcoscenico sul quale ci muoviamo non ricorderà neppure le nostre ombre o il suono dei nostri passi.

As you fall into sleep 
Beneath the trees 
Beside the stream 
You meander into dreams 
Your heart quickens 
And you race towards the light 
Forever, towards the end of time 
And, always, towards the end of mind 
There will never be escape 
All you know, All you love 
All you thought would keep you safe 
Burns away and dissipates 
And, at the end, all that remains 
Is you and The Eternal Storm 
You and The Eternal Storm

Dietro il progetto Monastery si nasconde Robb Kavjian, “l’altro 50%” dei 1476, duo di Salem già presente su queste pagine. Come già accaduto per i L-XIII (progetto solista dell’altro membro della band sopra citata, Neil DeRosa) anche in questo “Peculiar Storms” siamo di fronte ad una proposta dai connotati spiccatamente ambient, che si fregia però del contributo di inserti elettronici, campionamenti, drone, synth ed influenze folk. A detta del Musicista la principale fonte di ispirazione per questo lavoro è stata l’arte del norvegese Theodor Kittelsen, che insieme ad altri pittori suoi conterranei gli permesso di legare suggestioni musicali, a lui inizialmente poco familiari, con il suo amore per la natura e per l’incontenibile sentimento di “sublime” che essa sa generare nei cuori di chi sa entrarvi in sintonia. Sia nel booklet del cd che nella pagina Bandcamp ogni brano è accompagnato da un dipinto del pittore norvegese che il Nostro ha scelto come possibile riferimento visivo, ma alla fine le suggestioni devono fluire libere e l’ascoltatore deve essere libero di dare la forma che più preferisce ai pezzi che ascolta.
Da notare che, diversamente da quanto accadeva con “Obsidian” a firma L-XIII, l’atmosfera è molto più onirica, brumosa, sognante ed eterea: Kavjian ricrea un mondo magico, un bozzolo ovattato accogliente e intimo, nel quale ognuno è libero di rifugiarsi per trovare un attimo di distacco dalla frenesia quotidiana. Non si tratta del rovescio della medaglia di “Obsidian”, né tanto meno uno sviluppo delle tematiche trattate dai 1476: l’ambientazione pastorale che sento in questo “Peculiar Storms” non è presente nelle produzioni della band “madre”, per lo meno non ne costituisce un tratto distintivo, mentre è il cardine della poetica di Monastery. Un ascolto particolare, non per tutti, non per ogni momento della giornata, ma da centellinare con cura per apprezzarne appieno la magia e la bellezza.

Dedicato alla "mia" Miranda, se c'è un sogno che incornicia la mia vita, quel sogno sei te.

The Eternal Storm

https://www.debaser.it/monastery/peculiar-storms/recensione