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lunedì 4 giugno 2018

I was here for a moment, and then I was gone



Il mio nome è Salmon, come il pesce; Susie Salmon. Avevo quattordici anni quando sono stata uccisa, il 6 dicembre 1973”.
E’ stata una cosa rapida, un flash, ho solo vaghi ricordi di quel momento. Le mani del mio assassino, luride, tremanti per l’eccitazione, la sua voce stridula che fino a pochi minuti prima si era dimostrata amichevole, da buon vicino di casa, la sua brutalità e ferocia animalesca che lo ha portato ad abusare di me e ad uccidermi. Per fortuna il dolore è durato un attimo, per lo meno quello fisico: adesso è l’anima che fa male, è il cuore (se ancora di cuore posso parlare), è lo spirito che geme vedendo dibattersi i miei genitori e mia sorella, mentre cercano consolazione in ciò che è successo. Ma provo anche rabbia, tantissima, nei confronti del mio assassino, e vorrei poter fare di tutto per vederlo soffrire come è successo a me, vederlo annaspare nella terra e nel fango cercando una via di fuga, vedere i suoi occhi sbarrati mentre la vita lo abbandona, come è successo con le sue altre vittime.
Per fortuna la rabbia mi assale solo in certi momenti: qui dove sono è bellissimo, trascorro le mie giornate nel gazebo in mezzo al lago, quello stesso gazebo dove avrei dovuto incontrarmi con Ray, se non fosse andata come di fatto poi è andata. Il cielo, i prati, tutto muta in accordo con i miei sentimenti, le foglie secche degli alberi si trasformano in splendidi uccelli, le onde del mare sono solcate dai modellini di navi in bottiglia, riproduzioni su larga scala di quelle che io e mio padre eravamo soliti costruire insieme, è il mio piccolo mondo, e si muove con me. Ogni tanto riesco a vedere i miei familiari, cerco di aiutarli a capire cosa mi è accaduto, cerco di indirizzarli verso il mio assassino, ma mi rendo conto che forse dovrei lasciar loro vivere la loro vita, anche se la caparbietà di mio padre e di mia sorella mi lasciano capire che forse c’è qualche speranza di rivalsa.
In questo mio mondo perfetto, in questo “limbo”, c’è solo una cosa che mi inquieta, una casa con un faro, scura e buia, in netto contrasto con la lucentezza del mondo che la circonda. La riconosco perfettamente, è la casa del mio assassino, è dove tanti omicidi si sono consumati, è dove tanti brutti ricordi albergano e vagano in cerca di vendetta. So che prima o poi dovrò farmi coraggio ed aprire quella porta, per affrontare una volta per tutte il mio mostro. Ma so anche che non sarò sola in questa impresa, potrò contare sui miei familiari, laggiù, che ancora non hanno perso le speranze. E riusciremo finalmente a punire quel verme che mi ha tolto la vita e la gioia così presto.
My name is Salmon, like the fish. First name: Susie. I was fourteen years old when I was murdered on December 6th, 1973. I was here for a moment, and then I was gone. I wish you all, a long, and happy life.
Uscito nel 2015 “All Things Shining” è, in teoria, il successore di “Until the Wind Stops Blowing” del 2013: in teoria, perché in pratica le cose sono ben diverse. Con questo album Chris, la mente dietro al progetto Clouds Collide, intende mettere in risalto le basi che hanno portato allo sviluppo del disco precedente. Citando le sue parole “Until the Wind Stops Blowing dealt a lot with grieving and the winter. All Things Shining deals with the ups and downs of overcoming loss and once again is hugely influenced by nostalgic connections with the seasons and the memories that may come along with them, this time the season being Spring.”
Il blackgaze è tutt’ora il genere di riferimento nel quale possiamo inquadrare questo lavoro, anche se le melodie sono ancor più eteree e sognanti, solari, c’è qualcosa dei Deafheaven e degli Alcest più speranzosi, ed anche l’approccio vocale incede spesso in un clean languido che molto può ricordare l’alternative rock e l’emo (quello buono) di matrice USA. Non mancano ovviamente le accelerazioni: quando c’è da puntare sul black Chris sa il fatto suo, con uno scream lontano e graffiante che ben si amalgama con i vari pezzi, supportati da una sezione ritmica robusta ed efficace, mentre le chitarre continuano a tessere trame color pastello di chiara reminiscenza post rock.
All Things Shining” è un lavoro complesso, molto sfaccettato: nelle sue nove tracce affronta uno svariato range di emozioni, è quindi da questo punto di vista forse più vario e maturo del precedente “Until the Wind Stops Blowing”. Il livello qualitativo è comunque molto alto, e sebbene il genere trattato non sia ormai più una novità si lascia ascoltare e sa sorprendere più volte. E’ ovviamente un disco dedicato a chi ama le sonorità blackgaze, ma strizza l’occhio anche a chi normalmente si nutre di post rock e alternative/emo, un ascolto è dunque più che consigliato.

All Things Shining

https://www.debaser.it/clouds-collide/all-things-shining/recensione

mercoledì 11 aprile 2018

Romaticismo inglese/2



Hawes è un ridente paesino nel Nord dello Yorkshire. Non lo consideri a meno che tu non sia un appassionato di hiking, e anche in questo caso magari ci sono altri posti migliori da visitare. Ciò nonostante è popolato da turisti che sciamano lungo l'unica via (degna di nota) del paese, entrando e uscendo da tea rooms, negozi di attrezzatura sportiva e pub. Le pietre scure con le quali tutte le case sono costruite possono sembrare povere, rozze, fredde, in realtà per chi ama questi posti trasmettono un rassicurante senso di "casa". Ma Hawes ha anche un altro asso nella manica, che forse non tutti apprezzano e conoscono, ma che te la fa amare e ricordare anche a distanza di anni. Se camminando decidi di uscire dal centro in pochi minuti sei immerso nella verde e ridente campagna dello Yorkshire: via via che ti allontani dalla strada asfaltata e ti immetti nella Penine Way ti sembra di trovarti in un mondo a parte, un toccasana per il tuo spirito. A luglio in questa zona dell'Inghilterra non fa assolutamente freddo, ma si sa, il tempo britannico è un giullare, ti fa credere che puoi vestirti leggero salvo poi sorprenderti con improvvise piogge mai comuque troppo pesanti. Il vento soffia leggero spazzolando l'erba, che dove non è stata brucata dalle mucche e dalle pecore ti arriva anche al ginocchio. Intorno a te pascoli di pecore che masticano placide, emettendo belati che si rincorrono per tutta la vallata; rondini e altri uccelli volano tra le fronde degli alberi che costeggiano i muri a secco, ma guarda dove cammini! Potresti inavvertitamente inciampare in qualche tana di lepre... Eccole lì, sfrecciare a gran velocità man mano che prosegui nel tuo sentiero.
Dove si sta andando? Ah già, Hardraw Force, le cascate: dieci minuti che camminiamo in questi campi e già ho resettato il perché mi trovo qui, è così bello vagare e farsi abbracciare da questa pace! Oltrepassato un cancelletto di legno arrivi a un fiume, scavalcato da un ponte (ovviamente anch'esso in pietra) sotto il quale, scalzi, giocano dei bambini. Dimmi un po', ma in che epoca siamo?!? E' davvero il 2016?!? Perdi non sai quanti minuti a guardare i bambini giocare, poi ti ricordi che sono quasi le cinque di pomeriggio, e forse è il caso di raggiungerla questa benedetta cascata. Arrivi finalmente alla strada asfaltata, davanti a te alcune casette ed un pub, proprio di fianco all'entrata della Hardraw Force... Che ovviamente è chiusa! Siamo arrivati tardi, ma è davvero un problema? Ci guardiamo intorno, decidiamo che è il momento di entrare in quel delizioso pub tutto in pietra: al suo interno un'atmosfera idilliaca, scure e possenti mura sono riscaldate dai balzi della fiamma che scoppietta nel camino, mentre le birre che teniamo in mano risplendono di freschezza e frizzantezza.
Usciamo fuori, ci sediamo ai tavoli, respiriamo e ascoltiamo: nessun rumore diverso dai belati, dagli uccelli che volano, dal respiro del fiume lì vicino, nessuna macchina che passa, in lontananza solo le risate degli avventori del pub. Terminiamo le nostre birre e ci incamminiamo nuovamente verso Hawes, che già sta tramontando il sole.
A cosa è servita questa camminata senza obbiettivo preciso? A tutto e a niente, di sicuro ci ha fatto capire che si vive passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, e se anche non raggiungiamo l'obbiettivo prefissato magari lungo il percorso abbiamo vissuto esperienze ben più importanti di ciò che avremmo potuto ottenere in altro modo.
"The Hallowing of Heirdom" degli inglesi Winterfylleth è esattamente questo, una placida camminata nella campagna dello Yorkshire, senza motivo, solo una contemplazione e un "prendere parte" della splendida natura che ti circonda. Non ci sono sorprese in questo disco, le tracce scorrono via placidamente tra un arpeggio di chitarra e un coro lontano, ma attenzione! Non aspettatevi un disco di black atmosferico come ci hanno abituato finora i Nostri! Con questo album gli inglesi spogliano la loro musica, tolgono le armature e mettono a nudo l'amore che nutrono per i luoghi in cui vivono e le eredità che hanno lasciato loro. Niente blast beat, niente furiosi scream, solo strumenti a corde, fiati, percussioni, e voci mai così evocative. Un capitolo essenziale della discografia dei Winterfylleth, un lavoro che va affrontato senza pretese, con calma, va fatto maturare e crescere, deve cullare l'ascoltatore e conquistarlo con piccolissime sorprese. Di fatto, l'altra faccia della medaglia della musica dei Nostri, e per questo meritevole di considerazione.

Elder Mother

https://www.debaser.it/winterfylleth/the-hallowing-of-heirdom/recensione

martedì 10 aprile 2018

Romanticismo inglese



Se c’è una cosa che la musica sa fare è riunire sensazioni, ricordi ed emozioni: bastano poche note, qualche arpeggio di chitarra, e se le corde toccate sono quelle giuste in un attimo possono riaffiorare alla mente fotografie, odori, rumori, scene vissute e momentaneamente riposte in qualche cassetto della memoria.
Songs from the Fyrgen” è un inno all’Inghilterra, al suo folklore, alla sua storia certo, ma per come lo vivo io, per le esperienze che ho vissuto e che fortunatamente ancora vivo, è soprattutto la celebrazione della Natura inglese. “Heathen folk music”, tre parole che ricorrono spesso quando si parla di Dan Capp e della sua creatura Wolcensmen, e la definizione è quanto mai corretta. Se si vogliono fare dei parallelismi possiamo dire che la one-man band britannica innesta un processo di revival della musica folk “ancestrale” o comunque “pre-cristiana” inglese simile a quanto fanno i Wardruna per quella norvegese. Sono del parere che per parlare di musica in maniera efficace si devono anche mettere in gioco altri sensi e sensazioni, e non essendo così familiare con la penisola scandinava così come lo sono per a terra di Albione non posso espormi più di tanto. Posso però dire questo: “Songs from the Fyrgen” è un bellissimo e mutevole dipinto raffigurante l’aspetto bucolico della campagna inglese, cangiante come il suo clima, capace di sorprenderti con piccolissime gioie e di riscaldarti con semplici gesti.
Posso vederle le brughiere nebbiose nelle quali pascolano, indisturbati, cervi e mucche: la mattina è fresca e la nebbia lascerà presto il posto alla rugiada che si depositerà sull’erba verdissima e perennemente fradicia. Intorno a te quell’odore di legno, di terra, di pietre coperte di muschio, i muri a secco creano percorsi che si perdono all’orizzonte; e improvvisamente la coltre di nebbia è squarciata dai raggi di sole, un sole solo apparentemente freddo e distante, in realtà sa raggiungere il tuo cuore e riscaldare le tue ossa infreddolite in un modo unico, tutto suo.
Nella musica di Wolcensmen c’è fierezza, umiltà, amore per le proprie origini e per il proprio passato: con dolcezza il Nostro descrive una natura armoniosa e al tempo stesso apra, una terra piena di contrasti, di colori solo apparentemente pallidi, di sapori da scoprire pian piano. La chitarra arpeggiata, i fiati, le percussioni, persino gli sporadici synth, tutto è perfettamente bilanciato e fondamentale alla realizzazione del progetto del Nostro. Se cercate dei riferimenti musicali questi possono essere rintracciati nelle primissime produzioni degli Ulver, nei Winterfylleth acustici (Capp è anche un loro membro, e si sente), negli Empyrium.
Un disco fatto di piccole cose, di piccoli gesti, di piccole emozioni e gioie, così come la natura inglese oggetto delle canzoni che lo compongono: una delle sorprese più belle del recente panorama neofolk/pagan. Come un bellissimo quadro Romantico, “Songs from the Fyrgen” bypassa ogni parola e ogni possibile descrizione e arriva direttamente al cuore, conquista e commuove: va solo ascoltato e assaporato con delicatezza e tranquillità.

The Fyre-Bough
https://www.debaser.it/wolcensmen/songs-from-the-fyrgen/recensione

venerdì 16 marzo 2018

La borsa degli attrezzi



La borsa degli attrezzi è grande, robusta, apparentemente indistruttibile: ci sono sì dei graffi e delle ammaccature al suo esterno, ma la dura corazza ha retto gli urti del tempo e protetto tutto il prezioso contenuto.
Quando la apri senti un odore strano eppure ormai tipico e unico, per sempre associato a quella sola borsa: un odore di plastica, di silicone sigillante, di fumo, misto a profumo (sicuramente ci sarà stata inavvertitamente rovesciata qualche boccetta di profumo, altrimenti non si spiega!). Quell'odore ti porta subito alla mente tutte le volte che, da piccolo, hai aperto la borsa per giocare e familiarizzare con gli strumenti che conteneva: cacciaviti di ogni forma e dimensione, martello, chiodi, pinze, tester, e altri aggeggi dei quali da piccolo ignoravi l'uso ma che ti piaceva lo stesso maneggiare, ti facevano sentire grande, ti davano un posto nella società rispettabile degli adulti. Poi la richiudevi, e immancabile sentivi alle tue spalle una voce che ti ricordava che "gli attrezzi si rimettono al loro posto quando si è finito di usarli...": e allora la riaprivi, e pazientemente, ma sempre per gioco, rimettevi tutto in ordine.
Era bello d'estate accompagnarti e farti da "portaborse", aiutarti a portare la borsa e passarti via via i vari attrezzi man mano che ti servivano, e anche se era pesante non importava, era pur sempre una soddisfazione. La portavo con due mani, la abbracciavo orgoglioso.
Col tempo le strade si sono separate, come è giusto che sia: la borsa degli attrezzi è rimasta con te, eppure quando mi sono trasferito di casa hai voluto passarmene una parte, mi hai fatto la "mia" valigetta con tutti gli attrezzi che conoscevo, un po' come si fa con i bambini piccoli, quando compri loro il martello e le pinze di plastica così possono giocare ad imitare il babbo artigiano. E il bello è che l'ho usata, perché alla fine il sangue è quello, c'è poco da fare: non l'ho usata come te, ma avrò tempo.
Stanotte in sogno ho di nuovo portato la borsa degli attrezzi: grande, pesante, la abbracciavo e la portavo con due mani nonostante i miei trentacinque anni, e ti accompagnavo per andare a fare una delle tue solite riparazioni. Guidavamo la mia macchina per una strada di montagna, io, passeggero, vedevo lo strapiombo alla mia destra e la parete rocciosa a sinistra. Non riuscivo a vedere la strada che percorrevamo, sembrava un lembo di terra sospeso per aria, ma tu mi dicevi tranquillo che non sempre riusciamo a vedere la strada che percorriamo, eppure andiamo avanti. Mi tranquillizzavano queste parole, e allo stesso tempo mi chiedevo se sapevi di non essere veramente lì, se sapevi di essertene andato alcuni mesi fa.
Non so quando e se sarò pronto a camminare da solo, di certo speravo di aver avuto più tempo, e con il senno di poi avrei voluto usare meglio i momenti passati assieme.  C'è però una frase che finora mi ha sempre sostenuto: "You are mortal: it is the mortal way. You attend the funeral, you bid the dead farewell. You grieve. Then you continue with your life. And at times the fact of her absence will hit you like a blow to the chest, and you will weep. But this will happen less and less as time goes on. She is dead. You are alive. So live."
Tratte da "Sandman" di Neil Gaiman, sono le parole che Sogno dice a suo figlio Orfeo, che ha appena perso Euridice: il "so live" alla fine ha una tale forza, un tale "élan vital" che ti fa capire quanto sia necessario che la vita prevalga sulla morte, sempre. Ma non scordiamoci mai chi siamo, non dimentichiamoci mai cosa ci ha reso ciò che siamo, non dimentichiamoci mai di quella cassetta degli attrezzi, che oltre agli utensili contiene anche i ricordi di un bambino dall'infanzia, ora ne sono certo, rosea e felice.


venerdì 9 febbraio 2018

Dov'è scappato il barlume visionario? Dove sono ora, la gloria e il sogno?



Le mie mani fredde sono state strappate alla terra umida, dove riposavano stanche, ed ora eccole qui, di nuovo immerse nel nero terriccio, le dita bianche neve che sembrano essere divorate dagli scuri granelli. Riesco a vederle con questi occhi ambrati, ora velati da lacrime che non pensavo sarei stato più in grado di versare, dopo la rinascita.
"Demone" mi chiamano, "Calibano" e "John Clare" sono altri nomi che mi sono scelto o che altri hanno scelto per me... In realtà non so più chi sono, perso nel limbo della non-vita e della non-morte. "Demone" è anche il nome che ho assegnato al mio Creatore, che mi ha fatto rinascere per poi abbandonarmi come un cane sotto la pioggia: dolente, bistrattato, confuso, impaurito. Ho gridato, ho urlato, ho fatto quello che voi definireste piangere, anche se al tempo le lacrime non esistevano nei miei occhi. Alla fine mi sono arreso alla collera e alla solitudine, e i miei giorni di prigionia sono stati alleggeriti dalla poesia, libri su libri che erano stati abbandonati nella mia prigione assieme a me. Sì prigionia, perché il mio Creatore è stato un tale vigliacco da non volerne più sapere di me, forse spaventato dal mio aspetto o dal terrore che si rifletteva nei miei occhi.
Sono fuggito ma ho giurato di cercarlo, trovarlo, e farlo patire quanto ho patito io. E quando finalmente l'ho trovato alla rabbia si è aggiunto il bisogno di calore, la necessità di avere accanto a me uno spirito affine che condividesse e abbracciasse la mia anima. L'ho chiesto al Creatore, ma il risultato è stato di gran lunga più abbietto di me. L'ho cercato tra le persone sofferenti e apparentemente malate, salvo poi scoprire che la loro era solo una maschera per un animo ben più cinico del mio.
L'ho cercato, e abbracciato per un attimo! L'ho trovato nella mia famiglia che mi credeva scomparso, e oh, come è stato bello riassaporare quel calore... Ma poi di nuovo la morte e la follia si sono intromesse nella mia quasi-vita, e ho di nuovo perso tutto.
Ma in tutto questo percorso ho conosciuto una persona, una donna, un essere incomprensibile ai più e dotato di una luce interiore accecante, sebbene spesso eclissata da un demone che cercava di sovrastarla. Sì, ancora di demoni parlo, alla fine tutti noi dobbiamo lottare o venire a patti con i diavoli che albergano nella nostra anima. Questa donna mi ha insegnato che il mio demone alla fine era ben più umano e vivo di tanti altri presunti uomini che ho incrociato nel mio cammino, e gliene sono grato.
Sulla sua tomba, su questo terriccio nero che copre le sue spoglie, piango lacrime fredde come il marmo della sua lapide, e mi sento di nuovo solo come quando sono rinato. Solo che al tempo non sapevo cosa stesse succedendo, ma adesso lo so, e le parole di Wordsworth riecheggiano nella mia mente, immortali come la sua ode:

"C’era un tempo in cui prato, bosco, e ruscello,
la terra, e ogni essere comune
a me sembravano
ornati da una luce celestiale,
la gloria e la freschezza di un sogno.
non è più com'era prima;—
mi giro ovunque posso,
di giorno o di notte,
le cose che ho visto ora non posso più vederle.
...
Ma c’è un albero, di molti, uno,
un singolo campo che osserva dall'alto,
entrambi parlano di qualcosa che è passato:
la viola del pensiero ai miei piedi
ripete lo stesso racconto:
dov'è scappato il barlume visionario?
dove sono ora, la gloria e il sogno?"


Disco di natura piuttosto strana questo "Solipstic" a firma del duo The Angelic Process. E' come se i nostri avessero in parte spogliato il loro drone e il loro shoegaze mettendone a nudo i nervi e l'anima più intima. Si tratta di un lavoro mai ufficialmente pubblicato dalla band, e reso disponibile solo per alcune etichette come promo per una possibile pubblicazione.
Cronologicamente segue "Coma Wearing", dal quale mutua alcune pulsioni "cosmiche" quasi, una sorta di trip pauroso e instabile, un viaggio dentro molti degli aspetti più torbidi della vita di ognuno di noi. Alle ritmiche martellanti e alle consuete bordate di chitarra stavolta si accompagnano però anche momenti riflessivi, spogliati appunto del contorno oscuro e feroce che comunque fa da base per la proposta sonora dei Nostri. Sono esperimenti comparsi anche in "..And Your Blood Is Full of Honey", di due anni precedente, e che dopo questo lavoro saranno definitivamente abbandonati in favore di una forma più coesa e strutturata di musica.
Il disco è recuperabile online o in una recente riedizione in vinile comprendente tutta la discografia dei The Angelic Process: per chi ama la band e ne vuole seguire il processo creativo punto per punto si tratta di un'uscita indispensabile; per tutti gli altri un disco diverso dalle loro produzioni, e affascinante proprio anche per questa sua dissonanza da quanto fatto prima e da quanto verrà poi.



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https://www.debaser.it/the-angelic-process/solipsistic/recensione

https://www.youtube.com/watch?v=Y5ke9LPLTJU


martedì 19 dicembre 2017

2017: a (metal) retrospective

Il mio 2017 musicale è stato un anno di vacche non magre, magrissime: veramente pochi sono stati i dischi usciti in questo anno che si sta per chiudere che mi hanno veramente lasciato qualcosa. Una precisazione è però dovuta: forse per controbilanciare questa pochezza ho avuto l'opportunità di scoprire album usciti anche qualche anno fa di band a me più o meno conosciute, quindi alla fine il bilancio non può dirsi così pessimo, almeno in generale.

Sono stati dodici mesi di delusioni: band che aspettavo con impazienza (vedi più sotto) hanno poi rilasciato dischi tiepidini, che non hanno soddisfatto del tutto l'hype che avevo riposto in loro. Bando alle ciance, questi gli album usciti nel 2017 che mi hanno colpito:



L-XIII - "Obsidian"
Uscito agli inizi del 2017 "Obsidian" è il parto di Neil DeRosa, uno dei due membri degli americani (di Salem, New England) 1476, qui nelle vesti di mastermind del proprio progetto solista L-XIII. Si tratta di un lavoro interamente strumentale, che sa immergere l'ascoltatore in un'atmosfera rarefatta, magica, misteriosa e evocativa. Synth, drone, passaggi atmosferici che flirtano con il Dark ambient più sofisticato ed etereo, una larga presenza del piano, addirittura elementi assimilabili al trip hop più notturno e urbano, fanno di questo "Obsidian" un EP interessante e affascinante. E' forse un po' troppo corto (alla fin fine è pur sempre un EP), ma può costituire sia un ottimo antipasto per possibili uscite future a firma L-XIII: insomma, è da provare, meglio se in un momento in cui avete bisogno di un po' di pace e tranquillità.


Pagina Bandcamp di L-XIII



1476 - "Our Season Draws Near"

Pubblicato in primavera il disco del duo del New England è però strettamente collegato con l'inverno, come ben si evince sin dalla sua copertina. Il nuovo lavoro ha un mood più solenne ed epico rispetto alle precedenti uscite, sebbene siano comunque presenti molti rimandi a "Wildwood". La ricetta dei Nostri presenta sempre gli stessi ingredienti già usati in passato, ma le dosi sono diverse: sfuriate al limite del (post) punk e dark metal con rallentamenti e fasi introspettive tipiche del folk più oscuro e quasi tribale. Riconosco che si è trattato di un lavoro meno immediato dei precedenti, ci ho messo alcuni mesi a farlo mio ma alla fine mi ha conquistato, come già successo con i precedenti lavori. Una band assolutamente da non perdere di vista.


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Amenra - "Mass VI"

Il 2017 ha visto il ritorno sulle scene degli Amenra... e che ritorno!

"Mass VI" si caratterizza sin da subito come, con ogni probabilità, il loro lavoro meglio riuscito, con un perfetto bilanciamento tra dolore, sofferenza, pazzia e malinconia, che musicalmente parlando si traducono in scream furiosi e dolenti, clean caldo e avvolgente, chitarre corpose e robuste e una sessione ritmica che sorregge il tutto con influenze, a mio avviso, mutuate dal mondo post rock e wave. Il disco, forse un po' breve, avanza doloroso e incessante, sbaragliando ogni difesa con "A Solitary Reign", uno tra i più bei pezzi mai scritti dagli Amenra (ma attenzione, anche il finale del lavoro non è da meno!).

Sebbene le soluzioni siano in larga misura sempre le stesse, al punto da poter ormai prevedere la possibile evoluzione di una traccia, c'è comunque una velata evoluzione nascosta in queste tracce, una voglia di toccare ancora più nel profondo il cuore degli ascoltatori. Disco che sin dalla sua uscita si è ritagliato un posto nella mia classifica dei top album del 2017.


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Dawn Ray'd - "The Unlawful Assembly"

Inaspettata sorpresa sul finire del 2017, gli inglesi Dawn Ray'd si sono conquistati un posto fisso nel mio stereo per diversi giorni. Per me si tratta di una vecchia conoscenza, parte della band già militava nei We Came out like Tigers, gruppo dalle sonorità blackcore caratterizzato da un animo "anarco-green" e da sonorità allo stesso tempo ferali e malinconiche (merito dell'uso del violino, in grado di donare ai pezzi un piglio spesso evocativo e poetico). Con il loro debutto "The Unlawful Assembly" i Nostri recuperano gli elementi già sentiti nella precedente incarnazione, ma introducono anche una componente politica di rivolta e protesta che dona al tutto un incedere epico, titanico e feroce. Gran bella band, spero di sentir parlare ancora positivamente di loro il prossimo anno!


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...e veniamo alle tirate di orecchie. I Wiegedood con "De Doden Hebben Het Goed II" non bissano il successo del precedente lavoro, cercando da una parte di ispirarsi alla scuola old school black metal, in parte scansando momentaneamente certe sezioni più rituali e "esoteriche" che avevano caratterizzato il predecessore. Ci regalano un lavoro violento e martellante, ma spesso senza una verve in grado di staccarlo dal resto. Stesso discorso può essere fatto per gli Harakiri for the Sky, che cercano di restare sull'onda del successo ottenuto con "Aokigahara" riuscendoci solo in parte. I Nostri svolgono il compitino con "III: Trauma", ma nulla più: sono sempre presenti i continui saliscendi emotivi, con melodia e potenza che si alternano in egual misura, ma alla lunga il tutto non colpisce, se non per episodi.

Seguono a ruota i Moonspell con il loro "1755", lavoro cantato totalmente in portoghese e dedicato al terremoto che mise in ginocchio Lisbona. Si tratta di un disco tirato e potente, con un Fernando Ribeiro sugli scudi che ringhia forse però anche troppo, risultando alla lunga monocorde. A fronte di brani notevoli e da un fortissimo appeal emotivo si hanno anche pezzi un po' scialbi, e su tutto un fare un po' troppo barocco, con cori, tastiere ed arrangiamenti ampollosi che snaturano una proposta che avrebbe dovuto essere più sanguigna. Alla fine non è un brutto disco sia chiaro, ma non sarà sicuramente ricordato nella discografia dei Nostri, se non per il fatto della componente linguistica.

Chiudo con quella che è stata la delusione più cocente dell'anno, "Thrice Woven" dei Wolves in the Throne Room. Dopo "Celestite" avevo perso ogni speranza, e sapere che sarebbero tornati alle origini con un nuovo lavoro mi aveva animato di grandissime aspettative, in larga misura poi deluse. E' un lavoro che molti gruppi Cascadian e black in generale si sognerebbero di fare, questo è vero, ma non del solo nome si può campare. Ci sono due, tre pezzi oggettivamente esagerati, che fanno riassaporare i vecchi WITTR, ma ce ne sono altrettanti tiepidi e tutto sommato trascurabili. Tanto valeva fare un EP per tenere tranquilli i fan e allo stesso tempo asfaltare le masse con il suono potente ed evocativo che li ha sempre caratterizzati, ma messo così sembra un po' un non finito, qualcosa di affrettato buttato in pasto alle masse per far tacere le lamentele. E' però il ritorno sulle scene dei WITTR, e ciò mi basta, nella speranza che il futuro sia nuovamente roseo per i Nostri... Nel frattempo rimetto su "Two Hunters"!

Vi lascio con un appunto personale. Questo 2017 mi ha permesso di stringere amicizie (spero durature!) con artisti che apprezzo e che stimo molto, i cui lavori rientrano ormai da tempo tra i miei dischi preferiti, album che ogni tanto sento la necessità di riascoltare. Un enorme grazie quindi va a Matteo (Chiral), Robb e Neil (Monastery, L-XIII e, insieme, 1476): tutte persone squisite dotate di grande senso artistico e di una sensibilità (anche nei rapporti umani) davvero fuori dal comune.

Per questo 2017 direi che è tutto: a questo punto posso solo augurarmi che il 2018 sia migliore, alla fine non ci vorrà tantissimo!

venerdì 8 dicembre 2017

Nelle tue vene scorre il miele



“Kain è idolatrato. I clan raccontano leggende su di lui, ma pochi sanno la verità. Una volta egli era mortale come tutti noi. Il suo disprezzo per l'umanità lo portò a creare me e i miei fratelli.
Io sono Raziel: il primo dei suoi luogotenenti. Ho servito Kain per un intero millennio. All'alba dell'impero io ero al suo fianco assieme ai miei fratelli, tutti insieme creammo le legioni che fecero cadere Nosgoth. Con il tempo continuammo ad evolverci, diventammo sempre meno umani, sempre più... divini.
Kain sperimentava per primo il cambiamento e ne emergeva rinnovato in qualcosa. Qualche anno dopo il nostro Signore anche a noi sarebbe toccato evolverci. Questo durò fino a quando ebbi l'impulso di superare il mio Signore.
Per la mia trasgressione ricevetti un nuovo tipo di ricompensa: l'agonia. Il risultato poteva essere uno solo: la mia eterna dannazione. Io, Raziel, sarei finito come i traditori e gli inetti, sarei bruciato per sempre nelle viscere del Lago dei Morti. E così caddi nelle profondità dell'abisso urlando mentre fuochi bianchi mi divoravano. Dolore indicibile, agonia estrema, il tempo smise di esistere. Rimase solo questa tortura e un odio sempre più profondo per l'ipocrisia che mi aveva condannato ad un simile inferno. Dopo un'eternità il mio tormento si mitigò facendomi risalire nel precipizio della follia. La discesa mi aveva distrutto eppure vivevo ancora.
Raziel... Sei un valoroso...
...And Your Blood Is Full Of Honey” è la prima opera dei The Angelic Process, duo formato da K.Angylus e MDragynfly che ha avuto una vita musicale breve (causa il decesso del primo dei due elementi) ma qualitativamente sopra le righe. La formula dei Nostri, che arriverà al suo apice con il capolavoro “Weighing Souls With Sand”, è qui ancora acerba: è come se il doom e il drone che stanno alla base di questo lavoro costituissero come una sorta di essere vivente, le cui carni sono ora lacerate dalla voce lontana e sofferente di MDragynfly, ora sferzate dagli algidi riff di chitarra, ora percosse da una batteria marziale e aliena. Si intravede ancora parzialmente l’elemento atmosferico e shoegaze che sarà presente in misura sempre maggiore nei lavori a seguire, aspetto questo che donerà alla musica dei Nostri un sinistro bagliore quasi di speranza e redenzione, che non si percepiscono ancora nell’oscurità di questo “...And Your Blood Is Full Of Honey”.
Si tratta di un lavoro assolutamente da riscoprire, e che si merita un posto di assoluto rilievo nella discografia dei The Angelic Process: un disco cupo e pessimista, spettrale, un viaggio nelle paure e nelle angosce più profonde dei Nostri, quelle stesse paure che poi hanno preso il sopravvento su K.Angylus portandolo alla prematura dipartita.

Cages of Blood and Bone

https://www.debaser.it/the-angelic-process/and-your-blood-is-full-of-honey/recensione