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venerdì 27 gennaio 2012

C'è ricordare e ricordare

Il 29/12/11 parlavo dell'ipocrisia in questo post e ecco qua, ci siamo ricascati! E come ogni anno per giunta...
Che senso ha ricordare per UN SOLO GIORNO?!
Mi spiace, ma a costo di passarci da insensibile, io queste cose non le capirò mai.

I viaggi dell'anima



Chris non sentì  arrivare l’auto. Preso com’era dalla situazione e dai suoi pensieri scese di corsa dalla sua vettura per accorrere le persone vittime di un incidente. “Magari”, si disse, “se riesco a salvare loro è come se fossi stato presente e fossi riuscito a salvare anche Ian e Marie”. Ian e Marie erano i suoi figli adolescenti, morti in un tragico scontro automobilistico qualche anno prima: Chris non era con loro, e neppure Annie, sua moglie e madre dei ragazzi. L’uomo non fece in tempo a valutare la condizione dei feriti che due fari lo illuminarono, accecandolo: una forte botta, e tutto si spense.
Quando si risvegliò si sentiva stranamente bene, come se nulla fosse successo. Era in una casa insolitamente familiare, senza porte o finestre, illuminata da una caldissima luce, quella luce tipica dei tramonti autunnali o delle albe primaverili. Era a suo agio in quel posto, il cui pavimento era ricoperto da un sottilissimo strato d’acqua, in cui verde, fiori  e erba avvolgevano le colonne e davano un senso di vita alle pareti. Uscì di casa e fu sbalordito dal panorama che vide: immense valli si aprivano di fronte a sé, un mare all’orizzonte (o forse era un lago? Non lo sapeva dire con certezza), e un albero, forse un pesco, su una collina vicina, colorava di rosa (il colore dei suoi petali) la radura circostante. Chris riconobbe il luogo come il soggetto di uno dei dipinti di Annie, e l’abitazione altro non era che il luogo dove lui e sua moglie si sarebbero ritirati in vecchiaia, per passare lì i loro ultimi giorni “come due vecchie tartarughe che ridono contandosi le rughe”, come era solita dire Annie con un sorriso.
Allora capì tutto, si rese conto dell’incidente, era felice perché sapeva di essere in paradiso (o per lo meno, nel suo personale paradiso), ma allo stesso tempo, col passare dei giorni, si sentiva come all’inferno: sperava di rivedere i suoi ragazzi, ma ad eccezione di due giovani incontrati in quel posto non c’era traccia di Ian e Marie. E soprattutto sentiva la sofferenza di Annie, ormai sola in terra, privata dell’amore del marito e dei figli. La vedeva sfiorire, ora dopo ora, come quel pesco tanto bello che lei, nel mondo reale, decise un giorno di cancellare da un suo dipinto, e che di colpo, nel paradiso di Chris, si trasformò in uno scheletro senza vita.
Il suicidio di Annie era purtroppo nell’aria, e quando esso si concretizzò Chris non ci pensò due volte a recarsi nell’inferno dei suicidi per portarla con sé. Sapeva che i suicidi sono caparbi, che non si rendono conto del loro ultimo gesto e che rivivono con gran dolore la loro vita nei suoi colori più grigi e sbiaditi, ma non gli importava: doveva stare con lei, non importava dove. Nel suo viaggio verso l’inferno fu accompagnato dai due ragazzi che erano stati con lui fino a quel momento, e solo grazie a piccoli gesti, grazie a sorrisi o lacrime, si rese conto che aveva sempre avuto con sé i suoi due figli, solo con un altro aspetto, e che loro avevano sempre vegliato sulle sue azioni. Dopo averli salutati forse per l’ultima volta, entrò nella casa di Annie, una lugubre versione della dimora dei loro sogni, e dopo inutili parole si rassegnò all’idea di abbandonarsi al languido torpore che quella morte nella morte gli stava dando. Ma quando stava per chiudere gli occhi si sentì tirare da una mano calda, si sentì abbracciare, sentì il suo volto baciato da calde lacrime. E quando si risvegliò era con Annie, nella loro casa idilliaca: Annie lo aveva salvato, il loro amore aveva spezzato le catene che vincolano le anime ai loro destini, ed erano lì adesso, assieme ai loro figli, nella casa dei loro sogni. Il pesco era di nuovo in fiore, e i capelli rossi di Annie danzavano nel vento come quella coperta che lei aveva perso in quella soleggiata giornata di molti anni prima, quando i due si conobbero.

Il nuovo lavoro di Alcest, “Les Voyages de l’Ame”, non si discosta molto da quanto fatto dal francese nei due (tre se consideriamo l’EP a inizio carriera) dischi precedenti. Neige ci offre nuovamente la sua personale rievocazione nelle fiabe e nei sogni fanciulleschi della sua infanzia, e lo fa con la ben nota commistione di black metal, shoegaze e post rock (blackgaze pare si dica ora) da lui portata alla ribalta. Il black metal, inteso come base ritmica soprattutto, si è via via dileguato, comparendo solo in qualche accelerazione o nei davvero sporadici (purtroppo) scream del cantante. L’impianto melodico è retto da molli e languide chitarre dai toni sognanti e soavi, che si perdono e si assommano, si fondono e rinascono dalle loro stesse note. Come detto nessuna novità quindi, e se questo può ormai stancare qualche ascoltatore, dall’altra parte non può che far piacere a tanti fan di Alcest. Ma in fondo non credo che siano molti quelli che si aspettavano qualcosa di diverso da questo disco, che non raggiunge i fasti di “Souvenirs d’un Autre Monde”, capostipite del genere (se di un genere poi si tratta), ma si lascia ascoltare con molto piacere, e sa cullare e trasportare in altri mondi, altre realtà, talvolta anche al di là dei nostri stessi sogni.

mercoledì 25 gennaio 2012

Buon giorno, distopia


"La vera lotta sarà nella tua testa..."
Con queste parole che rimbombano nella sua mente I. si avventura tremante nelle strette e gelide vie della stazione orbitante, una vera e propria cittadella fluttuante nello spazio profondo. Solo poche ore prima si era risvegliato intrappolato da una camicia di forza, era riuscito a fuggire dall'attacco di innumerevoli rivoltanti creature, che qualche istante prima erano persone come lui, e aveva iniziato la sua personale ricerca. Ricerca di cosa poi? Non lo sapeva neppure lui. Nella testa solo immagini di N., flashback e allucinazioni che lo tormentavano, sensi di colpa per aver lasciato morire (almeno così lui credeva) la sua fidanzata senza aver mosso un dito, senza aver impedito il suo suicidio.
I. barcolla, a ogni passo toglie la vita a persone, magari anche consocenti, che ormai di "vita", di umano, non hanno più nulla; ogni passo pare macchiarsi non tanto del loro sangue, quanto di quello di N., che come un cancro nel cervello lo ossessiona sempre di più. Nelle sue immagini anche lei non è più umana: il viso pallido è smunto e sporco di sangue rappresso, i suoi bellissimi occhi sono spariti, sosituiti da un'accecante bagliore spettrale; la sua voce, la forza che lo spingeva avanti (almeno fino al momento della suo tragico suicidio), si è trasformata in un sussurro gelido e minaccioso. I corridoi, i vetri, le stanze e le pareti della stazione orbitante sono cosparsi di sangue, membra umane, cadaveri e corpi mutilati; l'asilo nido ha perso l'odore rassicurante che aveva sempre avuto, sostituito da un tanfo di morte insopportabile, e i pianti e i vagiti dei bambini sono adesso i richiami striduli di creature pronte ad uccidere se solo si sbaglia mira e non si pone velocemente fine alla loro esistenza. Eppoi i rumori improvvisi, le urla strazianti, la disperazione che lo porta a fidarsi di persone sulle quali, in altri momenti, non avrebbe mai e poi mai puntato... E la follia umana, incarnatosi nuovamentein una setta che, con i suoi adepti, ha maledetto questa colonia spargendo il seme della pazzia e dando il via libera alle mutazioni genetiche che, di fatto, hanno generato i mostri che I. sta abbattendo uno dopo l'altro. E quando alla fine riesce a riappacificarsi con se stesso e con i propri incubi, quando crede di essere riuscito a chiedere scusa allo spettro del suo amore perduto, dandole così pace eterna, quando insomma spera che le allucinazioni siano finite, ecco che il cancro nel suo cervello riemerge più forte di prima: il seme della pazzia, materializzatosi sottoforma del ricordo di N.,  ha infettato anche lui. La malattia deve essere dunque estirpata, e sarà una cosa dolorosissima, più di qualsiasi altra ferita infertagli lungo l'estenuante battaglia che lo ha condotto fino a questo punto. E quando alla fine tutto si concluderà I. sarà ancora vivo, ma dentro di lui un ricordo sarà stato definitivamente annientato, sostituito da un vuoto, uno "spazio morto" forse mai più colmabile.
"Syklus", debutto dei norvegesi Dystopia Nå, è un album difficile da inquadrare. I nostri uniscono momenti (post) black metal a progressioni ai limiti del post metal, concedendosi anche rallentamenti quasi doom controbilanciati da parentesi ambient e rumoristiche, che rievocano scenari futuristici di asettici spazi metropolitani . Ascoltando le loro otto tracce vengono in mente Lifelover, Solstafir e Katatonia (da "Discouraged Ones" in poi), ma i riferimenti a altre band abbondano. La qualità media è buona, con ottimi spunti da una parte e brani meno incisivi dall'altra, ma in generale il combo norvegese riesce perfettamente a farsi apprezzare sin dal primo ascolto, anche se dubito possa alla lunga perdurare nei vostri stereo; vero è però che pare essere mosso da una certa inafferrabilità di fondo che, di fatto, potrebbe rivelarsi la molla che garantisce al disco ascolti maggiormente prolungati e duraturi

venerdì 20 gennaio 2012

Il Re degli Elfi



Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?
È il padre con il suo figlioletto;
se l'è stretto forte in braccio,
lo regge sicuro, lo tiene al caldo.

«Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?»
«Non vedi, padre, il re degli Elfi?
Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?»
«Figlio, è una lingua di nebbia, nient'altro.»

«Caro bambino, su, vieni con me!
Vedrai i bei giochi che farò con te;
tanti fiori ha la riva, di vari colori,
mia madre ha tante vesti d'oro».

«Padre mio, padre mio, la promessa non senti,
che mi sussurra il re degli Elfi?»
«Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,
tra le foglie secche, con il suo fruscio.»

«Bel fanciullo, vuoi venire con me?
Le mie figlie avranno cura di te.
Le mie figlie di notte guidano la danza
ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna».

«Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi
laggiù le figlie del re degli Elfi?»
«Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;
i vecchi salci hanno un chiarore grigio.»

«Ti amo, mi attrae la tua bella persona,
e se tu non vuoi, ricorro alla forza».
«Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!
Il re degli Elfi mi ha fatto del male!»

Preso da orrore il padre veloce cavalca,
il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,
raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,
nelle sue braccia il bambino era morto.

J. W. Goethe - Il Re degli Elfi

giovedì 19 gennaio 2012

Aurora autunnale

La notte era fredda, ma non lo spaventava: era abituato alle escursioni termiche di questo periodo, e la sua pelle, resa dura dalla vecchiaia e dalle tante primavere passate all'aperto a guidare le mandrie, aveva visto gelate ben peggiori.
Con fatica (ah quanto iniziavano a pesare i suoi anni) oltrepassò la collina e si trovò di fronte la Luna: grande, piena, splendente e straordinariamente vicina. Preso da un moto di solitudine, insolito per lui, gettò a terra il bastone, si appoggiò a un albero lì vicino e iniziò a conversare con l'Astro, come si fa con una sorella maggiore.
E si chiese che senso aveva lo svegliarsi ogni mattina, prendere i suoi carabattoli e incamminarsi per tutto il giorno con il suo gregge, tornarsene quindi  a casa (quando riusciva a farlo) alla sera, stanco sfinito, per poi ripartire il giorno successivo. "In questo senso" disse alla Luna, "ci somigliamo... Ma non ti stanchi mai tu? Non ti fanno ormai schifo questi prati, queste valli, queste strade?"
Riflettendo notò poi che una differenza c'era (e forse era anche un bene), la vita umana è solo una corsa continua, dalla culla a un orrido abisso, sempre con un peso sulle spalle: ha quindi, nel bene o nel male, fine prima o poi. "E tu invece", disse, "tu sei destinata per l'eternità a compiere questo tragitto, avanti e indietro, e non hai mai pace. Ma forse, cosa ti importa, tu non sei nemmeno mortale, cosa ti importa di noi formiche?"
E pensò che di fatto la vita dell'uomo è sofferenza sin dalla nascita (il pianto del nascituro ne è la subitanea presa di coscienza), e che i genitori stessi dovrebbero rinunciare a dare vita a una nuova creatura, se tanto sanno che dovrà poi stentare per vivere. Si commosse poi, e con un sorriso amaro alzò di nuovo gli occhi e le chiese: "Ma cosa ne so io in fondo della vita universale, io povero pastore errante dell'Asia! Chi c'è lì in cielo con te? A cosa servono quelle stelle? E questa immensità, perché pare stringersi attorno al mio cuore, bloccarmi il respiro, riempirmi i polmoni, e lasciarmi in dono questa inguaribile malinconia e solitudine? E io, chi sono io?"
Il pastore abbassò poi lo sguardo, verso le sue pecore che, placide, riposavano sull'erba. Si chiese se non sarebbe forse stato meglio nascere una di loro, che tranquille passano la loro vita nella noia, e non si fanno domande, e non si curano del male e di necessità se non quelle primarie. "Pecore mie," disse, "perché giacendo nell'ozio siete in pace con voi stesse, mentre per me il tedio e l'inattività sono fonte di dolore e malcontento?"
Poi, dopo una lunga pausa, si rivolse di nuovo alla Luna, e quasi a commiato le disse:
"O forse erra dal vero,
Mirando l'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.
"
Detto ciò una lacrima scese dai suoi occhi vitrei. Se l'asciugò con il ruvido fazzoletto, riprese in mano il bastone, richiamò a sé le sue pecore e sparì, lentamente, all'orizzonte.
La magia di un disco come "Autumn Aurora" è percepibile e tangibile sin da subito. Alla seconda prova in studio gli ucraini Drudkh imprimono a cinque tracce di rara e maestosa epicità, la forza della natura, il senso di mistico abbandono alla sua inafferrabile bellezza, unendo il tutto alla rabbia disperata tipica di un black metal dai forti connotati pagani e panteistici.
Disco di grande effetto, in grado di far breccia nel cuore dell'ascoltatore sin dal primo momento, "Autumn Aurora" si conferma anche oggi, a distanza di otto anni dalla sua uscita, come una delle più alte vette compositive realizzate dal combo ucraino.

martedì 17 gennaio 2012

Castle Metal


D'improvviso il giorno si fece buio. Il cielo si velò di una fitta coltre di nubi, così dense e spesse da non far trasparire nemmeno più un raggio del caldo sole estivo. I contadini, seppur presi dal loro lavoro, alzarono tutti di scatto il capo, stupiti dall'avvenimento; i bambini nella piazza del comune congelarono i loro giochi, chi indicando il sole scomparso chi chiamando a gran voce la propria mamma; bottegai, viaggiatori, poveri e ricchi sospesero le loro attività e con stupore si fermarono a osservare quanto di inconsueto (e terribile) stava accadendo. Furono le campane della cattedrale a risvegliarli dal torpore, rintocchi continui, frettolosi, affannosi, come se anche Dio stesso, materializzatosi nel metallo del campanaccio, stesse tremando di paura.
La gente trasalì, e corse urlando nelle proprie case: gli animali fuggivano ovunque impauriti, e quelli che non fuggivano cercavano la morte tuffandosi nel fiume vicino. Uomini e donne, principi e mendicanti cercarono alla bell'e meglio di raccattare le loro quattro cose e di barricarsi in casa il più in fretta possibile.
E vennero i quattro Cavalieri dal cielo. Le nubi si squarciarono di colpo rivelando un orizzonte infuocato, solcato da un re su un superbo cavallo bianco: il re iniziò a scagliare dardi infuocati ovunque, e fu l'Apocalisse.
Lo seguì un destriero furioso dal manto rosso sangue, cavalcato da un guerriero che brandiva una spada, e a ogni fendente qualcuno moriva, a ogni fendente un uomo uccideva un altro uomo, e fu Guerra.
Carestia venne poi, sul suo cavallo nero pece, con la sua bilancia in mano a dettare le sorti dell'umanità: orzo e grano divennero costosissimi, mentre i nobili poterono continuare a gozzovigliare alle spalle del povero.
E infine fu Morte, con il suo cavallo giallognolo, smunto e malato: la sua scia lasciò dietro di sé cadaveri, carestia e pestilenza, e pochi riuscirono a sopravviverle.
Il passaggio dei Quattro Cavalieri decimò la popolazione della cittadina, che cadde in un sonno profondo, per poi risvegliarsi, giorni dopo, priva dei suoi più cari affetti.
...e su una spiaggia poco distante una partita a scacchi era appena iniziata...
Circola per la musica degli Obsequiae la definizione di "castle metal": se in effetti pensiamo a come riescano a inserire, nel loro epico folk tinto di black metal (o viceversa), anche inserti acustici e parentesi suonate con strumenti medievali classici (uno tra tutti, la ghironda), rievocando atmosfere e scenari di quel periodo storico, la definizione appare corretta. Per semplificare il tutto è sufficiente però pensare a questo "Suspended in the Brume Of Eos" come a un ottimo album di folk black metal, sulla scia di gruppi statunitensi come, per esempio, i Falls Of Rauros (con i quali il gruppo ha in comune non solo l'etichetta ma anche la passione per le partiture acustiche e il folk). Disco suonato veramente bene, da musicisti che sanno il fatto loro, questo primo full lenght degli americani non deve però essere preso sotto gamba o ascoltato senza attenzione: l'album degli Obsequiae si dimostra ricco di sfaccettature e di interessanti risvolti a ogni ascolto, rivelandosi disco in grado di conquistare pian piano e di perdurare a lungo nel vostro lettore.

venerdì 13 gennaio 2012

2011: a (metal) retrospective

Il 2011è già alle spalle da una quindicina di giorni circa, e siamo ormai tranquillamente dentro quello che, a quanto si dice, dovrebbe essere l'anno della fine del mondo. A dirla tutta se proprio devo credere a qualcosa preferisco dare retta a quelli che sostengono che la fine del 2012 (il 21 dicembre per l'esattezza) segnerà "solo" il passaggio a una nuova era, con tutti i pro e contro che ciò potrà portare.
Ad ogni modo, questo post funge da piccola personale retrospettiva sul panorama musicale "di mia competenza" del 2011. Ovviamente non citerò tutti i migliori dischi del passato anno, ma solo quelli che più mi hanno colpito... Gli altri sticazzi! Nota a margine: devo ancora ascoltare roba dell'anno scorso, quindi potrei senza volerlo lasciar fuori album meritevoli, ma sarebbe solo per il fatto che ancora non ho avuto modo di ascoltarli.

The Flight Of Sleipnir - "Essence Of Nine": gruppo strano, un duo, se non ricordo male, il cui suono nasce dall'unione di doom, folk, black, psichedelia e stoner... Una canzone vale più di mille descrizioni.


Hands - "Give Me Rest": si potrebbe parlare per loro di post metal ma sarebbe riduttivo. Prendono le mosse da certi Isis questo è certo, maarrivano a una conclusione diversa, per certi versi quasi più pop e orecchiabile.


Ghost Brigade - "Until Fear No Longer Defines Us": La conferma di questo splendido gruppo postcore, che al terzo disco si afferma come realtà stupenda in un panorama che cominciava un po' a accusare stanchezza. Tre dischi e nessun passo falso per ora, una conferma!


Wolves In The Throne Room - "Celestial Lineage": tra i portabandiera del "nuovo" black metal americano. Sacerdoti delle foreste nordamericane, i lupi spostano a questo giro il baricentro un po' più in là, sviluppando idee e sonorità che erano rimaste in sospeso (o addirittura erano ancora in nuce) dopo "Two Hunters".

Falls Of Rauros - "The Light That Dwells in Rotten Woods": gran bella sorpresa, di nuovo proveniente dagli USA. Parliamo di nuovo di black metal, con una proposta che unisce la feralità dei WITTR ai ricami acustici e folk degli Agalloch. Davevro meritevoli di considerazione.


Falloch - "Where Distant Spirit Remain": molto dolci e pensosi, brumosi, affascinanti e con una marcia in più, (almeno per quanto mi riguarda), cioè l'essere scozzesi cosa che si sente eccome! Questo duo ha appreso bene la lezione di Alcest non c'è dubbio, il quale con il suo post black (o back gaze!) ha dato nuova linfa vitale al black metal, per certi versi dandogli nuova popolarità. I Falloch sono agressivi solo a tratti, più simili a una pioggerellina inglese che a una tempesta travolgente.


We Made God - "It's Getting Colder": li ho scoperti solo di recente, nonostante avessi il CD da mesi e lo avessi ascoltato più volte, senza mai cavarci un ragno da un buco. Islandesi, possiedono dei momenti che li elevano sopra a tante cose uscite di recente; tra Sigur Ròs, Deftones e il post metal più melodico e accessibile.


Obsequiae - "Suspended in The Brume Of Eos": sembrano (e in un certo senso lo sono!) i "compagni di classe" dei Falls Of Rauros. Per loro vale quindi quanto detto in precedenza, solo che in questo caso gli stacchi folk rievocano, più che foreste incontaminate, natura selvaggia e indomabili cascate, i ruderi di antichi castelli medievali, e hanno il sapore di muschio cresciuto su vecchi mattoni e di ferro arrugginito. Strani ma molto interessanti!


Light Bearer - "Lapsus": venuti fuori in sordina, sono forse la più bella novità in campo post metal di questo 2011.

Woods Of Desolation - "Torn Beyond Reason": splendido disco generato da una costola degli australiani Auestere. Sempre di post black parliamo, stavolta il suono dei Nostri deriva tanto dagli Alcest (per le intelaiature melodiche) quanto dagli Agalloch (per il sapore folk che certi pezzi portano con sé e per la furia di certe accelerazioni).

*Shels - "Plains Of The Purple Buffalo": questo proprio non me lo aspettavo. Loro li conoscevo solo di fama, ma questo splendido affresco di post rock "morriconiano" (o à la Godspeed You! Black Emperor, se vogliamo) me li ha fatti di corsa schizzare tra i miei dischi post rock preferiti. Magici e sognanti come pochi altri.

A Hope For Home - "In Abstraction": Anche per questi ragazzi parlare di post metal sarebbe riduttivo... Viene di avvicinarli agli Hands, non a torto, dato che condividono con essi lo stesso amore per il post rock, l'HC e la melodia. Solo che negli A Hope For Home il comparto emozionale è se vogliamo ancora più accentuato, e il disco rischia seriamente di accompagnare ogni momento della vostra giornata, dal più cupo al più solare.


 
Il 2012 già pare partire bene con i vari (Echo), Alcest, Les Discrets, Dystopia Nå! e So Much For Nothing, e se certe voci saranno confermate sono certo che le sorprese non mancheranno.

giovedì 5 gennaio 2012

Mind Deep: The Aikido of Mindful Communication

Mind Deep: The Aikido of Mindful Communication: How do you usually handle conflict? Do you avoid? Do you become passive-aggressive? Do you play the victim? Do you confront? or, Do you b...

Bagni pubblici/2


Stanotte ero di nuovo nella stanza dai tanti bagni: come al solito non sapevo come c'ero finito (e non me ne importava), ma sapevo quale dei molti bagni disponibili dovevo andare a cercare.
Sempre il solito percorso, tutto a dritto , poi a destra e infine a sinistra. Mi rendo conto, poco prima di chiudermi dentro, che qualcuno dopo di me è entrato nello stanzone: una signora anziana, che se dovessi descriverla direi somigliante a Roberta Sparrow (dal film "Donnie Darko"), con la nomea, anche lei, di essere un po' pazza. Chiudo la porta alle mie spalle, giro la chiave e mi volto: il bagno è stranamente pulito, le piastrelle, seppur vecchie, non sono mezze rotte come al solito, stesso dicasi per le mattonelle in terra.
Sento al di là della porta la signora camminare, e cerco di convincermi che no, non è possibile che venga a cercare PROPRIO quel bagno in cui sono io... Poi alzo la testa e vedo degli indumenti femminili tesi a asciugare, mutande, gonne, maglioni, e non faccio in tempo a riabbassare lo sguardo che la donna apre la porta (che credevo, oltretutto, di aver chiuso a chiave).
Si spaventa nel vedermi dentro, io stesso cerco, in fretta e furia, di rimettermi in sesto pantaloni e maglietta (non ricordavo di essermeli tolti): dopo il primo momento di imbarazzo e le mille scuse da entrambe le parti c'è una sorta di avanzamento temporale, e ci troviamo a parlare tranquillamente del più e del meno, davanti alla porta del bagno aperta. La signora mi racconta della sua vita, del figlio perso in un incidente, in memoria del quale voleva tenere una festa o una commemorazione. Poi mi chiede dove abito, e io le rispondo con in mente casa dei miei genitori, solo che evito di dirle esattamente il luogo. Le parlo della casa che sta sotto quella dei miei, facendo finta fosse la mia (avevo in mente che fosse una ladra e cercasse di capire se poteva rubare qualcosa oppure no), le dico che abbiamo una bella casa a due piani, molto spaziosa e con una piscina; lei mi dice che sì, aveva presente la casa, ma c'era un grosso cane lupo a guardia, ma io la smentisco dicendole che non c'è più.
Poi mi chiede delle case che ci sono più in alto, oltre il bosco (stranamente si dimentica di citare proprio la mia): le dico che ci abita gente facoltosa, i proprietari di una clinica veterinaria rinomata. Lei annuisce, felice.
Il sogno finisce qui.