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lunedì 27 febbraio 2012

The Wanderer


I went out walking through the streets paved with gold
lifted some stones
saw the skin and bones
of a city without a soul
I went out walking under an atomic sky
where the ground won't turn
and the rain it burns
like the tears when I said goodbye
Yeah I went with nothing
nothing but the thought of you
I went wandering
I went drifting through the capitals of tin
where men can't walk
or freely talk
and sons turn their fathers in
I stopped outside a church house
where the citizens like to sit
they say they want the kingdom
but they don't want God in it
I went out with nothing
nothing but the thought of you
I went wandering
I went out walking
down that winding road
where no one's trusting no one
and conscience...a too heavy load
I went out riding, down that ol'eight lane
I passed by a thousand signs
looking for my own name
I went with nothing
but the thought you'd be there, too
Looking for you
I went out there in search of experience
to taste and to touch and to feel's as much
as a man can before he repents
I went out searching, looking for one good man
A spirit who would not bend or break
Who could sit at his father's right hand
I went out walking with a bible and a gun
The word of God lay heavy on my heart
I was sure I was the one
Now Jesus, don't you wait up
Jesus, I'll be home soon
Yea I went out for the papers
told her I'd be back by noon
Yeah I left with nothing
but the thought you'd be there too
looking for you...
Yeah I left with nothing
nothing but the thought of you...
I went wandering

venerdì 24 febbraio 2012

La solitudine dei (diversi) me


Mi si accusa spesso di essere asociale, di non "fare gruppo", specie a lavoro.
La mia non è cattiveria o spocchia, anzi mi darebbe noia si pensasse questo di me, dato che io non ho proprio nulla di cui essere spocchioso, anzi. La mia è una necessità: dopo tot ore di chiacchiere su chiacchiere al telefono e non, con colleghi e non, sento il bisogno di staccarmi per respirare un po'. Non sentite anche voi il bisogno di prendere una boccata d'aria? Che bisogno c'è di riempire i tanti vuoti che ci contornano come bolle con chiacchiere, fili invisibili che ci uniscono (o comunque, fanno finta di unire) anche fuori dallo spazio-lavoro? Sì lo so è convenzione, sono i rapporti che lo richiedono, ma spesso non ce la faccio, è più forte di me. Quello di cui ho bisogno è camminare in queste miti giornate tardo invernali, con in testa solo il rimbombo dei miei pensieri e della musica che esce dalle mie cuffie, nient'altro, per un'ora.
Non giudicatemi male per questo.

L'Echappée

martedì 21 febbraio 2012

500 visite


Più che 500 giorni insieme sono 500 visite, 500 volte che avete cliccato su quel link o semplicemente avete aperto e chiuso questo blog.
Grazie quindi a tutti, a buon rendere!

video

Ps questo video c'entra poco lo so, ma adoro questo film!

Bigger than the sky



http://simonechierchini.wordpress.com/2012/02/20/fujimoto-yoji-r-i-p/

"Ora è diventato più grande del cielo"

Last Hours Of Eternity

giovedì 16 febbraio 2012

La prima cosa bella

Passi otto/nove ore chiuso tra quattro mura, costretto al tuo lavoro giornaliero; ti becchi infamate, sfoghi, rimproveri da colleghi per cose che nemmeno ti dovrebbero interessare, dato che non sei te il diretto interessato ma altre persone... Ma si sa, certe cose fanno prima a cascare verso il basso, verso l'ultima ruota del carro (o lo stronzo che tanto si sa che si rimbocca le maniche e si fa il lavoro degli altri pur di rimettere tutto a posto), certi rimproveri non salgono mai verso l'alto, difficilmente si muovono orizzontalmente, scendono giù piombate.
Ma la prima cosa bella è vedere che, alle 17:45, una volta chiuso alle tue spalle (e fino al giorno dopo) il portone con un po' di straordinario alle tue spalle, alzi gli occhi al cielo e vedi che è ancora quasi giorno, che i lampioni potrebbero starsene spenti, e che c'è ancora un filo di luce nel gelido cielo di febbraio. Ed è allora che, ne sei certo (ma in fondo non avevi mai avuto grossi dubbi in merito), la vita è fuori da quelle mura, e che anche un solo di raggio di sole nel crepuscolo invernale può spazzare via nove ore di stress, liti e persone frustrate e insoddisfatte. Almeno fino al giorno dopo.

mercoledì 8 febbraio 2012

Tempo sotto zero

Alle volte accadono cose sulle quali, se ti mettere a riflettere anche per soli pochi minuti, senti il cervello perdersi, "andare in loop" quasi come se fosse un disco crettato che conosce come unico modo di andare avanti quello di ripetere la stessa nota.
Un comune orologio da polso, se lasciato per tutta la notte in auto, al freddo pungente di queste serate (in cui la temepratura tocca anche i -10°) può decidere di rallentare il suo tempo, di ibernare il suo cuore momentaneamente. E la mattina, quando vai a riprenderlo e ti accorgi che è indietro di almeno tre ore, non puoi non pensare a come tutto, di fatto, sia relativo, sia convenzionalmente deciso dall'uomo. Tanto si è scritto e detto sull'argomento, da Einstein a Bergson a Proust (tanto x non andare ancora più indietro) in molti hanno riflettuto sull'esistenza o meno di un tempo non universalmente riconoscfuto ma soggettivo, in grado di mutare da individuo a individuo, un tempo soggettivo, che faceva sembrare lo stesso momento durare un'istante come un secolo, a seconda di come lo si viveva. E anche l'orologio da polso ha dimostrato soggettività, ha rallentato la sua vita grazie al gelo che lo ha attanagliato per qualche ora, ingrippandone gli ingranaggi e facendo la sua corsa più lenta e faticosa. E la cosa bella è che è bastato rimetterlo al polso, è bastato il contatto umano, è bastato scuoterlo dal suo torpore, che si è rimesso n moto con la velocità consona, con le lancette che si muovevano secondo dopo secondo (a proposito, chi ha deciso che un secondo deve durare proprio un secondo? Non potrebbe durare un po' di meno, o un po' di più, come stava indicando il mio orologio? ...loop...). Una volta rimessa a posto l'ora, tutto era come prima, e la vita ha ricominciato a fluire come di consueto, con i soliti ritmi, con il solito tic tac.

These Hours, Minutes And Seconds

lunedì 6 febbraio 2012

Vale



Un giorno rientravo dall'università, e come ero solito fare avevo lasciato la macchina dall'altro lato del centro, così da godermi una mezz'oretta di passeggiata in città. Ero quasi arrivato al luogo dove avevo parcheggiato, che si trovava vicino a casa di un mio caro amico, un mio ex compagno di classe che continuavo a frequentare anche dopo la fine della scuola, le cuffie nelle orecchie, e non ricordo quale musica a accompagnare i miei passi. Suona il cellulare, è un sms proprio di questo mio amico, che mi dice: “ascoltati i Sigur Rós, li sto ascoltando proprio adesso, secondo me potrebbero piacerti!
Presa la macchina tornai velocemente verso il centro, e posteggiata momentaneamente l'auto feci un salto nell'allora mio negozio di dischi preferito, alla ricerca di qualcosa del gruppo suggeritomi. Mi fidavo del mio amico, al punto tale che non ascoltai nemmeno ciò che stavo per prendere, ma lo acquistai così, a scatola chiusa. Quello che mi trovai tra le mani mi sorprese e non poco, e fu l'inizio di un vero e proprio viaggio, che puntualmente si ripete ogni qualvolta che mi dedico all'ascolto di questo album. Un artwork minimale, con due parentesi sospese in un nulla profondamente bianco, e un booklet che sembrava essere composto da carta velina, con dentro pochi disegni appena accennati, e nient'altro. Una volta messomi all'ascolto del disco, quello che provai ben può essere descritto da queste righe che buttai giù qualche tempo dopo:

“(...) difficile indicare i pezzi più rappresentativi: mai come in questo disco la soggettività (legata al messaggio che ogni traccia comunica all'ascoltatore) vincola anche il giudizio totale. "Untitled 1" è dolce come una carezza fatta da una madre a suo figlio immobile a letto e con la febbre alta, è il bacio tra due persone che si amano e si promettono l'un l'altra per sempre; "Untitled 2" è una passeggiata su una spiaggia invernale in compagnia di persone che non vedevi da tanto e alle quali eri e sarai sempre legato; "Untitled 3" è legata a immagini in bianco e nero che ritraggono un'infanzia nei fatti sbiadita e perduta ma per sempre nella nostra mente; "Untitled 4", riutilizzata in maniera meravigliosa nelle scene finali del film "Vanilla Sky", è il vuoto plastico che si sprigiona nel momento in cui un'anima si diparte dal corpo che la ospitava, e fa il suo ingresso in quelli che in molte rappresentazioni sono i "campi elisi", in altre semplicemente il paradiso, la pace eterna e il sole sempre che ci illumina; "Untitled 5" si ispira forse alle profondità marine, dove ogni suono è ovattato e dilatato all'inverosimile, e dove la vita come la conosciamo noi probabilmente ha significati diversi, addirittura magari non esiste; "Untitled 6", un maestoso e onirico requiem, ricordo di qualcuno che non c'è più se non nei nostri cuori, il cui ricordo scatena emozioni così forti da creare una tensione emotiva sfogabile solo con un pianto liberatorio; "Untitled 7" è l'urlo sofferente di un cuore straziato dal dolore, per una separazione che può essere fisica o mentale; la portentosa "Untitled 8", la più lunga, con il suo finale esplosivo dalle ritmiche tribali oniriche e misteriose, un maelstrom che ci inghiotte e ci travolge lasciandoci estasiati seppur con il cuore lacerato e il fiato spezzato.

A distanza di ormai dieci anni, e con tante cose che sono cambiate, questo disco ha per me sempre gli stessi valori. Ma questo scritto non vuole esserne (solo) un tributo: queste righe vogliono ricordare la persona che mi consigliò, per prima, l'album, che mi fece scoprire questa band. Questa persona c'è ancora, solo che, per una “malattia” che non riesco (e non riusciamo, amici compresi) a capire, se ne sta chiusa in casa, in un volontario isolamento dal mondo. Queste parole forse non gli arriveranno mai, ma mi fa stare meglio il pensare che, dopo tutti questi anni, finalmente sono riuscito a ringraziarlo per il dono che mi ha fatto.

venerdì 3 febbraio 2012

Quis custodiet ipsos custodes?



Certe ragazze non dovrebbero mai piangere. Soprattutto quelle che sei abituato a vedere come figure forti, in qualche modo protettive, in grado di reggere sulle loro gracili spalle pesi e pressioni che te, ragazzo, non sapresti mai reggere (o comunque, che reggeresti non senza sforzi che poi faresti pesare all’esterno).
Eppure eccole lì, in lacrime, che cadono in preda a sconforti e crisi improvvise, come se il mondo crollasse su di loro, come se le loro certezze, la loro forza d’animo, tutto quanto le aveva rese forti fino a quel momento si fosse dissolto in un alito di vento. Le vedi, in lacrime davanti a te, scoprire ai tuoi occhi delle insicurezze che non avresti mai creduto potessero avere, e a chiederti un aiuto, una consolazione, una parola. E al massimo cosa puoi fare? Qualche discorso simil-razionale, abbracciarle, baciare il loro pianto… Ma nel tuo profondo speri che quel momento possa finire il prima possibile, perché non c’è cosa piiù brutta di una ragazza che piange, della tua ragazza magari.
E se crollano loro, che vegliano sulla nostra integrità e sulla nostra felicità, chi veglierà su di noi?

giovedì 2 febbraio 2012

Streghe sotto la neve




Camminare sotto la neve che fiocca non comunica sempre le stesse sensazioni. Molto dipende da come essa cade, con quale inclinazione e intensità, se ti da fastidio oppure no, se tira vento oppure precipita leggera come cotone che cade dal peluche di un bambino troppo maldestro per giocare con le cose senza romperle. Eppoi c’è il tuo stato d’animo, il morale, il mood che hai nel momento in cui ti incammini, se hai fretta o se vai con calma, se cammini con un obbiettivo o se semplicemente cammini per pensare. Una colonna sonora sufficientemente in tema con i tuoi pensieri e con le condizioni climatiche può infine trasformare una normale sessione di ascolto in un’esperienza vera e propria, può farti sentire un brivido lungo la schiena e farti vedere quasi le tessere del puzzle che si incastrano magicamente, le une con le altre, senza sforzo.
Fioccava abbastanza copiosamente quando F. decise di uscire a fare due passi, in quell’ora scarsa che gli era rimasta prima di iniziare nuovamente a lavorare. Aveva un ombrello ma non lo prese: non gli importava di bagnarsi, e in fondo aveva visto dalla finestra che la neve, seppur abbondante, non aveva quasi consistenza, sembrava più polvere data in pasto al vento, per cui era certo che, al suo ritorno, sarebbe stato forse un po’ infreddolito, ma di certo non bagnato fradicio. Tiratosi su il cappuccio, mani in tasca e cuffie nelle orecchie, affondò i primi passi nella strada resa scricchiolante da almeno due strati di nevicate. Guardò poco di fronte: la neve, cadendo, formava una sorta di cortina apparentemente invalicabile, un tessuto nato dall’intrecciarsi di fili aventi principalmente due direzioni diverse (detto in maniera elementare, dall’alto/sinistra al basso/destra e viceversa), con qualche “filamento” che veniva sospinto anche in sua direzione. La bianca tenda pareva farsi ora più fitta,ora più smagliata, a seconda di come il vento decideva di trasportare i cristalli ghiacciati: la cosa bella era che nessun fiocco toccava la sua fronte o le sue guance, come se un’immateriale scudo lo proteggesse dall’impatto con i fiocchi, e la cosa era strana, dato che se ne stava proprio nel bel mezzo della bufera, nel pieno del suo crescendo. La nevicata lo accoglieva ma non lo infastidiva, si sentiva spettatore di un’opera che si stava compiendo, e che si sarebbe realizzata anche se lui non ci fosse stato. Anche sui pantaloni o sul cappotto non sembrava aderire, cadendo giù come se non facesse alcuna presa.
La musica che aveva scelto per accompagnarlo in queste sue riflessioni, in questa sua breve camminata, era solo apparentemente caotica e feroce. Lo faceva pensare a lupi solitari in fredde vallate ferite da gelidi venti, gli ricordava riti magici, falò accesi, strane rune, ritmi tribali, il clangore di armi, la passione, il sangue, la disperazione e le battaglie dei tempi andati. I suoi ritmi ondivaghi e ipnotici ben si adattavano alle ondate successive di neve che attraversava passo dopo passo, le parentesi acustiche si sovrapponevano magicamente al suono dei suoi passi sul terreno scricchiolante, mentre il ferale scream pareva la voce del vento o l’urlo dei fiocchi che esso portava con sé. F. aveva già sentito album del genere, conosceva perfettamente le influenze che avevano permesso al gruppo di comporre quei pezzi, e probabilmente con un ascolto diverso, casalingo magari, avrebbe concluso che forse quello che stava ascoltando era solo una copia, anche se ben fatta, di quanto aveva avuto modo di sentire in passato. Ciò nonostante si rendeva conto di essere in uno di quei momenti di stasi perfetta, in cui tutto aveva un senso compiuto, e di essere riuscito a raggiungere il senso (o almeno il senso che lui sentiva di attribuire) di quel disco, la sua perfetta collocazione spazio-temporali, e, al di là di giudizi qualitativi più o meno buoni, sapeva che quel lavoro, in quel contesto e con quelle caratteristiche, suonava da dio, e probabilmente un disco analogo non gli avrebbe comunicato le stesse sensazioni. Concluso ciò F. decise che la sua camminata aveva raggiunto l’obbiettivo desiderato, e con un sorriso tranquillo e una sensazione di pace se ne tornò in ufficio.

Gli Abigail Williams sono una giovane band USA un po’ ruffiana, pronta a cavalcare le “mode” del metal estremo. Partiti da territori metalcore, con questo ultimo parto chiamato “Becoming” i Nostri hanno visto bene di seguire le tracce dei Wolves In The Throne Room, degli Agalloch più feroci, e in generale di tutti quei gruppi che si rifanno alla recente scuola di black metal americano, con le sue commistioni folk, le sue parentesi atmosferiche, i suoi riff ciclici e ipnotici e le sue atmosfere fredde e ancestrali. E per quanto mi riguarda hanno svolto il compito in maniera quasi impeccabile, e se si sono macchiati di scopiazzature al limite del plagio (certi crescendo scaturiti da quiete quasi “mistica” sembrano estratti di sana pianta da un “Celestial Lineage”) sinceramente non mi interessa, se il risultato finale suona così dannatamente bene. Non è necessario entrare nel dettaglio dello stile con cui questa band affronta i vari pezzi: di fatto se si conoscono i gruppi sopra citati i tratti musicali dei Nostri non abbisognano di ulteriori dettagli, quindi (post) black metal imbastardito però da momenti al limite del gothic o del doom (entrambi di scuola inglese). Immagino inoltre che gli Abigail Williams verranno accusati di essere privi di originalità e non in possesso di un songwriting particolarmente vario o in grado di distaccarli dalla massa. Per quanto mi riguarda non credo che queste accuse siano totalmente fondate: riconosco la “ruffianeria” di questi ragazzi, ammetto di aver avuto più volte sensazioni di “già sentito”, ma ritengo che si debba guardare oltre, e ascoltare “Becoming” con una mente sgombra da pregiudizi. Facendo ciò risulterà chiaro che il lavoro creato da questi ragazzi non si limita a copiare interamente quanto fatto da altre band più rinomate, è qualcosa di più raffinato che si basa sì sul prendere ma anche sul rielaborare e sull’arricchire: in parole povere, non inventano nulla ma, prendendo da più parti e lavorando molto sulle commistioni e sulle sfumature, sanno comunque dare alla luce qualcosa che, a un orecchi attento, può sì rimandare a più fonti, ma di certo non può non sorprendere per la qualità con cui è stato creato. Solo facendo proprio un punto di vista come questo sarà possibile apprezzare la bontà e la caratura del disco, facendosi letteralmente strappare alla realtà da brani sontuosi come “Ascension Sickness”, “Radiance” o “Beyond The Veil”, momenti questi che, anche da soli, valgono l’acquisto dell’album. Gruppo quindi da non sottovalutare  ma da ascoltare con attenzione.