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martedì 27 giugno 2017

Il pianoforte fantasma



Il vecchio e fumoso bar aveva ormai da anni dismesso i lucenti panni di locale alla moda, ed era rimasto ad appannaggio quasi esclusivo di alcuni abitanti del luogo e di pochi viaggiatori che passavano di lì, di tanto in tanto... Alla fine neppure consumavano: si affacciavano un attimo, davano un'occhiata in giro, ma poi uscivano subito timidamente, quasi respinti dall'ambiente restìo ad accoglierli. Le luci erano spesso soffuse: il proprietario voleva risparmiare sulla bolletta, e alla fine la mezza oscurità giovava alle sbornie degli avventori. L'aria odorava tra il puzzo di fumo e quello dell'alcool scadente che veniva servito, l'arredamento era molto scarno, ma c'era una cosa che non mancava mai, la musica. Un vecchio pianoforte a coda era piazzato in un angolo della sala: sopra di esso era sempre presente, giorno e sera, un bicchiere, una bottiglia di whisky, un candelabro. Il pianista era un tipo spettrale, che ben si confaceva però all'ambiente: alto, magro, una lunga giacca che pareva essere stata rubata da qualche defunto tanto era logora e antiquata, capelli lunghi sulle spalle e un cilindro in testa. Aveva un abitudine il buon Wyatt: per ogni cliente che entrava nel locale lui improvvisava un pezzo al suo pianoforte. Gli bastava un'occhiata: un minuto di silenzio, lo squadrava per qualche secondo, e subito partiva con il suo motivo, che nella sua mente rifletteva esattamente quella che secondo lui era la storia di quel personaggio. E in genere non erano mai belle storie, perché diffficilmente chi entrava nel locale cercava felicità, ma solo conforto e consolazione dai suoi problemi e dal suo passato, che provava ad affogare in una bottiglia di alcool. Alcuni clienti erano poi "affezionati", per cui nel tempo Wyatt aveva avuto modo di scrivere vere e proprie colonne sonore dedicate al loro ingresso.
C'era il vedovo, che aveva tentato il suicidio più di una volta senza mai riuscirci: nei suoi occhi il pianista vedeva solo fantasmi del passato e desiderio di farla finita, mai esaudito per un misto di sfortuna e codardia. C'era il giovane abbandonato dall'amore della sua vita: dopo che era stato lasciato non aveva avuto più la forza di risollevarsi, per cui si aggirava perso per il locale, sussultando ad ogni voce che fosse più alta di un sussurro, con lo sguardo perso in qualche ricordo fumoso. La sua controparte era la sposa abbandonata all'altare: strano che i due non avessero mai tentato di conoscersi, uniti com'erano dallo stesso infausto destino. Anche lei, come lui, era ottenebrata dal ricordo di un momento di gioia mai concretizzatosi, e, forse a causa di una pazzia latente che piano piano stava emergendo dal fondo del suo io, amava andarsene in giro con il velo bianco (anzi, ormai grigio) in testa. C'era poi l'assassina: nessuno lo sapeva, ma Wyatt aveva visto tutto negli occhi di quella donna. Era una madre, che devastata dall'impotenza di fronte alla malattia delle sue figlioline, aveva deciso un giorno di ucciderle soffocandole nel sonno: alla polizia aveva detto che erano morte per la malattia, e gli ufficiali ci avevano creduto (o forse non se ne erano preoccupati più di tanto, in fondo era solo una poveraccia). La donna aveva sempre le lacrime agli occhi, si muoveva a scatti come un manichino, era magra scheletrica, il suo corpo riflesso del vuoto che aveva nel suo cuore.
A fine serata quando tutti se ne erano andati e il bar chiudeva, Wyatt beveva l'ultimo goccio di whyskey, prima di salire le scale sul retro del bar e ritirarsi in camera (il suo alloggio era infatti al piano superiore del locale, un bugigattolo che una persona normale non avrebbe difficoltà a definire stanzino per le scope).
Una volta posato il cappello si distendeva sul letto, e prima di addormentarsi era solito cantare la canzone che lui stesso dedicava alla sua vita, al suo passato, alla sua tristezza e ai suoi fantasmi: "It seemed to me that summer It would never come again/I watched the snow through dusty windowpanes/Every time I dreamed at night I woke up filled with terror/Silent things were floating in the air/And I wonder how you sleep/And I wonder how you breathe".
Lonesome Wyatt è un cantautore americano con all'attivo due progetti, i Those Poor Bastards e i Lonesome Wyatt and the Holy Spooks, e il presente "Heartsick" fa parte proprio di quest'ultimo. Con gli Holy Spooks Wyatt esplora la parte più intima, malinconica e "gloomy" messa in campo dai TPH, togliendo le parti più sgangherate e dissonanti e riducendo il tutto ad un country americano oscuro e malinconico. Per darvi un'idea potete immaginarvi un'unione tra le "marcette" grottesche spesso utilizzate da Danny Elfman per musicare i film di Tim Burton e le atmosfere polverose, oscure, meste e decadenti dei primi Black Heart Procession. Le sue sono storie di malinconia, di assassini, di morte, che molto si ispirano nelle atmosfere ai film horror in bianco e nero della prima metà del Novecento; i suoi pezzi sono spesso cantilenanti, ma sanno immergere perfettamente l'ascoltatore nell'ambientazione descritta. Musicalmente il country goticheggiante del Nostro si basa in larga misura su pianoforte, chitarra (o altri strumenti a corde come l'ukulele) e su effetti di vario tipo applicati anche alla voce (che spesso risulta volutamente filtrata e lontana, con una resa molto "spettrale"), i brani non sono mai lunnghi al punto da annoiare e l'ascolto è sempre molto piacevole.
La produzione a firma Lonesome Wyatt and the Holy Spooks è a mio avviso molto valida: vero, concettualmente si ruota sempre a tematiche molto simili tra l'oro (e lo stesso autore non fa mistero di essere affascinato dalle atmosfere macabre e dalle storie tetre che ripropone ad ogni suo disco), ciò nonostante è sempre piacevole immergersi nelle musica del cantautore americano. Assolutamente da provare se amate i Black Heart Procession e il mood oscuro che permea i film (di animazione e non) di certi film di Tim Burton.

I Wonder

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https://www.debaser.it/lonesome-wyatt-and-the-holy-spooks/heartsick/recensione

venerdì 23 giugno 2017

Le Cattive Madri



Le montagne dell'Engadina si stagliano lontane, eppure se allunghi una mano riesci quasi a toccarle. La neve è soffice, deve aver smesso di nevicare da poco, e sebbene faccia freddo l'oro dell'alba imminente avvolge tutta la valle donandole quasi un calore innaturale. Giovanni vaga senza meta, alla ricerca semplicemente della pace e dell'ispirazione per un prossimo dipinto: un passo dopo l'altro non si accorge nemmeno dove sta andando, perso com'è nei suoi pensieri: non smarrirà la strada di casa, di questo ne è certo, conosce fin troppo bene quei posti. D'improvviso un anomalo scricchiolio lo distoglie dal suo rimuginare, e alzando lo sguardo si imbatte in una visione che ha dell'incredibile.
Perso nell'apparentemente infinita e fredda landa alpina c'è un albero, secco, scheletrico, che punta verso l'alto come se volesse strappare le sue stesse radici. Un prolungamento di un ramo si suddivide in migliaia di appendici, che come tentacoli avvolgono una donna fino al ventre, lasciandole libera solo la parte superiore del tronco. La donna, di una bellezza rara e impalpabile, ha una fluente capigliatura rossa tutta attorcigliata al tronco dell'albero, al punto che è difficile capire se si trattino di capelli o rametti; gli occhi sono chiusi ma non è morta, semplicemente giace come in uno stato di sonno. Il suo seno, scoperto, nutre la testa di un neonato, che spunta da un ramo come un fiore che sboccia dalla sua pianta.
Giovanni è pietrificato alla visione spettrale che gli si presenta di fronte agli occhi. Chi è la donna? Chi ha generato chi? C'è forse una punizione in tutto questo, si tratta forse di un castigo rivolto alle cattive madri? Forse è solo capitato in un momento intimo della Natura, un momento in cui Madre Natura, personificata in donna, nutre l'albero secco che sta rinascendo come un bambino, che si sta risvegliando dal freddo inverno. Giovanni non avrà mai la risposta a queste domande: come fa per avvicinarsi alla donna un raggio di sole, che proprio in quel momento stava sorgendo, lo acceca per un attimo: si stropiccia gli occhi, e come li riapre la donna è sparita, così come il bambino. L'albero è rimasto, quello sì, ma avvicinandosi si accorge che non è secco e scheletrico come gli era parso da lontano, ci sono dei piccolissimi boccioli sui suoi rami ossuti.
Dietro il monicker L-XIII si nasconde Neil DeRosa, uno dei due membri degli americani (di Salem, New England) 1476. Il progetto in questione rimanda, da un punto di vista squisitamente musicale, a "Edgar Allan Poe: A Life of Hope & Despair", lavoro a firma appunto del duo sopra menzionato e ispirato alla vita dell'autore. Il qui presente "Obsidian" prende spunto dalle stesse sonorità meste, pensive e vagamente oscure per spingersi verso una maggiore introspezione, quasi una sorta di rituale occulto interiore, una parentesi di pace nella quale, lontano dall'influenza di ciò che ti sta intorno, riesci a concentrarti su te stesso e a lavorare sulle tue necessità. Interamente strumentale, questo (ahimè) breve EP mette in luce (si fa per dire, vista l'oscurità che avvolge i vari pezzi!) le ottime capacità espressive e comunicative del Nostro, che sa immergere l'ascoltatore in un'atmosfera rarefatta, magica, misteriosa e evocativa. Synth, drone, passaggi atmosferici che flirtano con il Dark ambient più sofisticto ed etereo, una larga presenza del piano, addirittura elementi assimilabili al trip hop più notturno e urbano, fanno di questo "Obsidian" un lavoro interessante e affascinante. Come detto è forse un po' troppo corto (alla fin fine è pur sempre un EP), ma può costituire sia un ottimo antipasto per possibili uscite future a firma L-XIII, sia un preludio a quanto è possibile ascoltare nella già citata opera su E. A. Poe del duo 1476. Da provare, meglio se in un momento in cui avete bisogno di un po' di pace e tranquillità.

Pagina Bandcamp

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