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giovedì 22 dicembre 2016

2016: a (metal) retrospective

Le miti giornate di questo dicembre non mi hanno fatto dimenticare che ci stiamo avvicinando alla chiusura dell'anno, e che quindi si tirano un po' le somme di questo 2016 musicale.
Sono stati 365 giorni piuttosto intensi, che mi hanno regalato diversi spunti interessanti, mi hanno fatto conoscere nuove ottime band ma, come di consueto, hanno portato nella calza natalizia anche un po' di carbone, qualche delusione che però non mina un bottino decisamente ricco.



1476 - "Wildwood/The Nightside"
Si tratta in realtà di una reissue, che però ha avuto il merito di mettere finalmente in luce il duo del New England. I 1476 propongono un suono che spazia dal folk apocalittico al post punk, dal gothic ottantiano al post rock, con un generale gusto per la malinconia e la melodia che collega tra loro i vari brani. La Prophecy Prod. ha messo sotto contratto il gruppo e, in attesa del nuovo lavoro, ha deciso di riproporre tutto il loro catalogo. Si tratta di un disco evocativo, autunnalee permeato delle immagini, dei profumi e dei ricordi radicati nei loro luoghi di origine. Per quanto mi riguarda si tratta della sorpresa più bella dell'anno.



Ashbringer - "Yugen"
Nick e il suo progetto Ashbringer (ora un vero e proprio gruppo) si conferma astro nascente della scena black atmosferica made in USA. Nel suo secondo lavoro Nick aggiusta un po' alcune sbavature presenti nel precedente "Vacant", dona al tutto una produzione spettacolare impreziosita da un innato senso melodico e ci regala un disco con i fiocchi, in cui ogni singolo brano è da ascoltare più e più volte. La troppa carne al fuoco che evidenziavo come essere un difetto nel disco precedente si è adesso trasformata in un banchetto tarato perfettamente sull'ascoltatore: lontano dall'essere barocca o all'opposto scarna e raw, la proposta degli Ashbringer è evocativa e carica di pathos, e assieme al sopra descritto lavoro dei 1476 mi ha accompagnato per buona parte dell'autunno.



Alcest - "Kodama"
Checché ne dica la gente, Neige sa fare musica. Ha avuto un calo, vero, ha preso una cantonata in un paio di album, ma con questo "Kodama" ha dato una risposta concreta a chi lo dava per spacciato. Monsieur ha ritirato fuori il suo scream, ha riappesantito un po' le trame, e ha tirato fuori un disco che pochi secondo me si aspettavano. Non che sia eccezionale, capiamoci subito: se paragonato a un "Souvenirs..." perde il confronto. Quello che lo rende meritevole di stare nella lista sta però nel fatto che, con naturalezza, Neige ha fatto capire a tutti che c'è ancora, e che, se vuole, sa ancora regalare intense emozioni con la sua musica. Sinceramente non so se nel prossimo lavoro continuerà con la sua opera di ritorno alle origini, ma per quanto mi riguarda se anche restasse così com'è sarei contento. Alla fine non mi aspetto molto di più da lui, deve solo fare quello che sa fare bene, emozionare.



Chiral - "Gazieng Light Eternity"
Dietro il monicker Chiral si nasconde il talentuoso Teo, polistrumentista piacentino autore con questo "Gazing Light Eternity" del suo secondo full. Chiral propone un black metal atmosferico ossessivo, dilaniante nella sua ripetitività, figlio dei vari Lustre e della scena depressive australiana. Non mancano i riferimenti al timor panico cascadiano, che emerge sia nei paesaggi bucolici ed arcani tratteggiati dalla sua musica che negli inserti più folk-oriented, dove prende il sopravvento l'amore per la chitarra acustica e per le trame neo folk tanto care, ad esempio, agli Agalloch. Si tratta di una realtà musicale del panorama black nostrano da tenere sicuramente d'occhio, e che potrebbe regalare ulteriori sorprese in futuro, anche in termini di evoluzioni stilistiche.



Cult of Luna & Julie Christmas - "Mariner"
Da una parte il combo svedese, che prima si era sciolto, poi era in pausa di riflessione, poi era di nuovo un gruppo; dall'altra la signorina Christmas, già nei Made Out Babies e Battle of Mice (non nuova al post metal dunque), una gattina che di colpo sa trasformarsi in una tigre e sbranarti mentre te sei ancora lì inebetito dalla sua voce da ragazzina che avevi sentito pochi secondi prima... Dall'unione di queste entità sbuca dal nulla "Mariner", una botta di post metal con tutti i crismi. Si tratta dell'unione perfetta delle due anime, c'è poco da fare: se si conoscono le strutture dei Cult of Luna non avrete difficoltà ad immaginarvi l'impianto di questo disco, ma la vera sorpresa è il modo magico in cui la voce di Julie si innesta sulle strutture degli svedesi. Sembrano suonare assieme da sempre, con una naturalezza tale che ti lascia inebetito, e alla fine del lavoro non puoi non cominciare un nuovo ascolto e un nuovo viaggio.



Esben and the Witch - "Older Terrors"
Gli EATW sono un trio di Brighton fautore di una miscela musicale strana e straniante, in cui si mischiano dream pop, post punk e gothic vecchia maniera, post rock, ritualismo e cantautorato. Le quattro lunghe tracce di questo nuovo lavoro costruiscono un viaggio negli incubi: si parla per loro di nightmare pop, e questa definizione calza a pennello. E' come se ci trasportassero nelle fiabe che ci raccontavano da piccoli, solo che il finale non è mai bello come ce lo ricordiamo, le foreste sono sempre oscure e umide, popolate da spettri, streghe e mostri, e la luce difficilmente vince. La voce di Rachel ci guida con mano tremante attraverso questi boschi, è una mano fredda, che ogni tanto ci scivola, scompare, e allora corriamo per raggiungerla nuovamente, per non perdere questo unico appiglio senza il quale saremmo smarriti come bambini abbandonati.
Gli EATW creano un mondo magico e tenebroso, ma al tempo stesso accogliente: queste quattro tracce hanno un incedere lento, hanno bisogno di crescere e maturare in intensità per sprigionare tutto il loro potenziale, ma l'attesa ipnotica e snervante sarà ripagata da un album dalla grande potenza evocativa.



Sedna - "Eterno"
Altra sorpresona del panorama nostrano, i Sedna sono un trio cesenate al secondo full. Se il primo lavoro aveva impressionato per la forza e l'atmosfera messe in gioco, pur mostrando però ancora qualche limite, con questo "Eterno" i Nostri spazzano via ogni perplessità. Si parla di un post metal che trae linfa vitale ora dal black metal, ora dal post rock, ora addirittura dalla psichedelia: le carte si mischiano continuamente ed è splendido perdersi in queste quattro lunghe tracce: un mare scurissimo di pece nera avvolge l'ascoltatore, lo isola da tutto e nasconde ogni fonte di luce, per un viaggio lungo e catartico.

https://sednablack.bandcamp.com/album/eterno


Downfall of Gaia - "Atrophy"
Non mi ero mai avvicinato prima ai DoG, non so perché, ma l'ascolto del nuovo "Atrophy" mi ha fatto capire che forse ho commesso un errore. I tedeschi propongono un incrocio ben riuscito tra crust, black e post metal, un prodotto che molto mi ricorda i Fall of Efrafa nelle atmosfere plumbee e disperate, e gli americani Sadhaka nella voce furiosa e rantolante. Merito forse della durata contenuta di questo lavoro, che rende i vari pezzi più fruibili nonostante il genere sia spesso una bella mattonata da digerire. Si tratta alla fine di una bella sorpresa, ma mi rendo conto che sia un giudizio quanto mai soggettivo, non avendo mai ascoltato niente dei loro precedenti lavori; ciò nonostante, una bella e per quanto possibile piacevole badilata sonora nei denti.



John, the Void - "II"
Oscuri come la loro proposta musicale, i friulani John, the Void sono entrati nel mio radar musicale all'improvviso, e mi hanno lasciato basito. Avevo sentito parlare di loro, complice forse l'EP di un paio di anni fa, ma non avevo dato molto peso a quei pezzi, forse perché concentrato su altre uscite... Ma stavolta non si può non accorgersi dell'imponente muro sonoro e dell'atmosfera che innalzano con queste cinque lunghe tracce. Proprio una forse eccessiva prolissità mina un po' questo full, ma è davvero l'unico difetto che sono riuscito a trovarci; tutto il resto è un post (black) metal oscuro, nero come la pece, lento e asfissiante nel suo incedere neanche troppo vagamente reminiscente dei migliori Cult of Luna. Altro colpo per la nostrana Drown Within Records, che dopo i Sedna ci regala un altro interessantissimo gruppo confermandosi etichetta di riferimento per il panorama post italico (almeno per quello più oscuro e underground).



Klimt 1918 - "Sentimentale Jugend"
Otto anni, otto anni fatti di promesse, smentite, voci insistenti... Ci sono voluti otto lunghi anni ai romani Klimt 1918 per dare un seguito a "Just in Case We'll Never Meet Again", disco a mio giudizio un po' deboluccio, ma accettato di buon grado essendo anche quello figlio di un'attesa di qualche annetto. Stavolta i Nostri strafanno con un doppio album, acquistabile sia separatamente ("Sentimentale" e "Jugend") sia in blocco unico.
La proposta dei Klimt ha conservato la sua estetica elegante e vagamente vintage, con un sound che vede tra i suoi numi tutelari lo shoegaze, il post rock e il post punk, ma sarebbe un errore vedere nei Nostri un clone mal riuscito di altri gruppi (Slowdive per esempio). I Klimt 1918 hanno una loro identità che affonda in una Roma nostalgica, malinconica, legata da un lato ai suoi antichi fasti, dall'altro alla sua attuale condizione, specchio di un'Italia un po' in crisi di identità. "Sentimentale Jugend" è un lavoro invernale, nebbioso e freddo, perfetto per giornate in cui non vuoi uscire e vuoi solo mettere il disco nello stereo, premere "play" e affogare nei tuoi ricordi.
Personalmente ci trovo molti punti di contatto con quello che per me risulta ancora essere il loro apice, quell'"Undressed Momento" che ancora oggi annovero tra i miei dischi preferiti in assoluto, somiglianze in quel forte alone nostalgico che permea ogni pezzo, e che ti fa sentire i Klimt vicini, amici, persone fidate alle quali puoi raccontare tutto. Ho solo una paura, che questo possa essere il loro canto del cigno. Se così fosse va bene ragazzi, alla fine ci avete lasciato un disco esagerato, ma il dispiacere sarebbe innegabilmente tanto.


giovedì 1 dicembre 2016

Fields of Gold




"8 luglio 1890

Theo, fratello mio, oggi mi sentivo stanco, più stanco del solito, ciò nonostante ho deciso lo stesso di uscire, tela e pennelli alla mano, e di dirigermi verso i campi di grano, quelle sterminate distese di fragile oro che tanto mi affascinano. E nulla importa se fa caldo: sentivo la necessità di sedermi in mezzo a quelle spighe, e di perdermi tra l'oro e il blu del cielo.
Una volta arrivato mi sono reso conto che la natura intorno mi stava parlando; anzi, di più, mi stava come leggendo nell'anima. Sai quanto la rispetti, quanto veda nelle sue azioni un fine a noi superiore, che nessuno riesce a capire, ma mai fino ad oggi ero riuscito a provare un simile terrore di fronte ad essa. I campi di grano sembravano di colpo vasti, senza fine, i tre sentieri, che tante volte ho percorso, sembravano adesso arzigogolati e senza una meta precisa, confusi. Il cielo, che inizialmente sembrava azzurro, aveva di colpo iniziato ad incupirsi, con delle nubi oscure e minacciose che sembravano essere pronte a scaricare il loro odio e la loro furia contro l'oro in terra. Per un attimo mi sono sentito come quell'uccellino in gabbia di cui ti avevo parlato tempo fa, impotente mentre fissa, oltre le sbarre della sua cella, un cielo turgido e tempestoso, e si sente debole, vittima del suo stesso fato. E quei corvi, quello stormo nero che sembrava impazzito, essi stessi apparentemente sopraffatti dall'imminente fiamma della tempesta, quei corvi mi facevano impazzire, e il loro gracchiare beccava fuori dalla mia testa cattivi e oscuri presagi.
Questa è la mia vita Theo, questo è quello che provo adesso, e la natura lo sta gridando al mondo al posto mio: mi sento triste, solo, abbandonato di fronte al nulla e al fato.
Sono disperato, non vedo via di uscita, ma sono convinto che questo quadro che ti sto lasciando saprà dirti ciò che io a parole non ti so dire.
Un abbraccio, Vincent."

Dietro il monicker Chiral si nasconde il talentuoso Teo, polistrumentista piacentino autore con questo "Gazing Light Eternity" del suo secondo full (escludendo demo, EP e progetti paralleli). Un primo ascolto delle quattro lunghe tracce del presente lavoro già permette di individuare i tratti principali della sua proposta: Chiral suona un black metal atmosferico ossessivo, dilaniante nella sua ripetitività, figlio dei vari Lustre e della scena depressive australiana. Non mancano i riferimenti al timor panico cascadiano, che emerge sia nei paesaggi bucolici ed arcani tratteggiati dalla sua musica che negli inserti più folk-oriented, dove prende il sopravvento l'amore per la chitarra acustica e per le trame neo folk tanto care, ad esempio, agli Agalloch.
"Gazing Light Etenity" è un disco complesso e sfaccettato: meditativo e al tempo stesso avvilente, inquieto e contemporaneamente piacevole perché specchio dei nostri pensieri. E' un lavoro da tener caro per i periodi più freddi dell'anno, quando le belle giornate di sole sono accompagnate dal gelido vento invernale, o quando agli ultimi tepori autunnali fa da controparte il freddo tappeto di foglie morte che calpestiamo a terra. Una realtà musicale del panorama black nostrano da tenere sicuramente d'occhio.

Gazing Light Eternity
https://www.debaser.it/chiral/gazing-light-eternity/recensione

lunedì 21 novembre 2016

Antichi orrori per Cappuccetto Rosso Sangue



"È un paese del nord: freddo il clima, freddi anche i cuori.
Freddo, tormenta; bestie feroci nella foresta. La vita è grama. Le case sono di legno, buie e fumose all'interno. Ci potete trovare l'immagine rozza della Madonna dietro una candela sgocciolante, la zampa di porco appesa a stagionare, una ghirlanda di funghi essiccati. Un letto, un tavolo, uno sgabello. Sono vite difficili, misere, brevi.
Per questa gente che vive nei boschi del nord, il Diavolo è cosa reale, non meno di voi, o di me. Anzi di più; perché noi non ci hanno mai visti e nemmeno sanno che esistiamo, ma il Diavolo lo vedono spesso nei cimiteri, quelle inquietanti e sinistre città dei morti, dove ogni tomba è segnata dal ritratto naif del defunto e non c'è un fiore da metterci innanzi, perché lassù non crescono fiori, e così la gente fa piccole offerte votive, pagnottelle, a volte una focaccina dolce, che presto gli orsi pesanti di sonno vengono a rubare lasciando i margini della foresta. A mezzanotte, specialmente la notte di Santa Valpurga, il Diavolo invita le streghe ai suoi picnic fra le tombe; e allora dissotterrano cadaveri freschi e se li mangiano. Chiunque ve lo potrà confermare.
Collane di aglio sopra le porte tengono lontani i vampiri. Se un bambino dagli occhi azzurri nasce di piedi la notte di San Giovanni, si dice che diventerà un veggente. Se scoprono una strega - qualche vecchia che riesce a far maturare il formaggio quando i vicini non riescono, oppure il cui gatto nero -orrore!- le sta sempre appresso, allora spogliano la megera e vanno in cerca dei segni, quel terzo capezzolo al quale si attacca a succhiare il Demonio. Lo trovano sempre. E allora la uccidono lapidandola.
Inverno e freddo pungente.
Va' dalla nonna che è stata malata. Portale le focaccine d'avena che ho preparato per lei sulla pietra del camino, e la terrina di burro. La brava bambina fa come le dice la mamma - sono cinque miglia di faticoso cammino nella foresta; non abbandonare mai il sentiero, ci sono gli orsi, i cinghiali, i lupi affamati. Ecco, prendi il coltello da caccia del tuo papà: sai già come usarlo.
La bambina aveva una giubba di pelle di pecora per ripararsi dal freddo, conosceva la foresta troppo bene per averne paura, ma sapeva che doveva stare all'erta. Quando udì l'ululato agghiacciante del lupo, lasciò cadere i suoi doni, afferrò il coltello e si lanciò sulla bestia. Era enorme, con gli occhi rossi e le grigie fauci grondanti; solo la figlia di un montanaro poteva guardarla senza morire di terrore. La bestia tentò di azzannarla alla gola, come fanno i lupi, ma la bambina la accolse con un ampio colpo di lama e le mozzò la zampa destra anteriore.
La belva emise un lamento, quasi un singhiozzo, quando si rese conto di ciò che le era successo: i lupi non sono poi così coraggiosi come si pensa. Si allontanò tra gli alberi zoppicando come meglio poteva sulle tre zampe rimaste, lasciandosi indietro una traccia di sangue. La bambina pulì bene la lama del coltello sul grembiulino, ravvolse la zampa del lupo nel panno che la sua mamma aveva usato per le focaccine d'avena e proseguì verso la casa della nonna. Di lì a poco prese a nevicare talmente fitto da cancellare il sentiero e insieme a esso ogni impronta, pista o altro segno.
Trovò la nonna così malata che si era messa nel letto ed era sprofondata in un sonno inquieto, e gemeva e tremava e la nipotina capì che aveva la febbre. Le sentì la fronte con una mano: scottava. Scosse il panno dal cestino: voleva usarlo per preparare alla nonna una compressa gelata, e la zampa del lupo cadde a terra.
Ma non era più una zampa di lupo . Era una mano mozzata all'altezza del polso, una mano indurita dal lavoro e macchiata dagli anni. C'era una fede nuziale all'anulare e un porro sul dito indice. Da quest'ultimo riconobbe la mano della nonna.
Tirò indietro il lenzuolo e la donna si svegliò e subito prese a dimenarsi e a strillare come un'indemoniata. Ma la bambina era forte, e armata del coltello da caccia del padre, riuscì a tenere ferma la nonna quanto bastò per individuare la causa della febbre. Al posto della mano destra, restava un moncherino insanguinato e già marcescente.
La bambina si fece il segno della croce e gridò tanto forte che i vicini la udirono e si precipitarono a soccorrerla. Riconobbero immediatamente nel porro un capezzolo di strega; la vecchia, così come era, in camicia da notte, fu spinta fuori nella neve; a colpi di bastone condussero la sua carcassa cascante fino ai margini della foresta, e qui la presero a sassate fino a lasciarla a terra senza vita.
Dopo di allora, la piccola visse felice e contenta in casa della sua nonna."

Il processo iniziato nel precedente lavoro del 2014 dagli inglesi Esben and the Witch (EATW da ora in poi), grazie al quale avevano cambiato pelle rispetto agli esordi per mettere in luce una nuova natura ("A New Nature"), continua con questo nuovo album, anche se dal titolo pare riallacciarsi più all'antico, all'ancestrale, al mistico, "Older Terrors".
Parliamo di un trio di Brighton, fautore di una miscela musicale strana e straniante, in cui si mischiano dream pop, post punk e gothic vecchia maniera, post rock, ritualismo e cantautorato, per dare alle stampe quattro lunghe tracce che, tutte assieme, costruiscono un viaggio negli incubi. Si parla per loro di nightmare pop, e questa definizione calza a pennello. E' come se ci trasportassero nelle fiabe che ci raccontavano da piccoli, solo che il finale non è mai bello come ce lo ricordiamo, le foreste sono sempre oscure e umide, popolate da spettri, streghe e mostri, e la luce difficilmente vince. La voce di Rachel ci guida con mano tremante attraverso questi boschi, è una mano fredda, che ogni tanto ci scivola, scompare, e allora corriamo per raggiungerla nuovamente, per non perdere questo unico appiglio senza il quale saremmo smarriti come bambini abbandonati.
Gli EATW creano un mondo magico e tenebroso, ma al tempo stesso accogliente: queste quattro tracce hanno un incedere lento, hanno bisogno di crescere e maturare in intensità per sprigionare tutto il loro potenziale, ma l'attesa ipnotica e snervante sarà ripagata da un album dalla grande potenza evocativa.

Testo tratto da Angela Carter, "The Bloody Chamber and Other Stories"

The Reverist

https://www.debaser.it/esben-and-the-witch/older-terrors/recensione

lunedì 24 ottobre 2016

The Quiet Things that No One Ever Knows


https://somberlanemusic.wordpress.com/2016/10/24/music-sharing-passion/

Questo post vuole essere sia un ringraziamento verso l'autore dell'articolo sopra linkato sia una ricondivisione di parole e sensazioni che ho sempre provato ascoltando la Musica.
Parole nobili che tirano in ballo emozioni nobili che spesso non vengono considerate, perché, in fondo, "è solo musica"... O forse no?!

giovedì 22 settembre 2016

Note autunnali



Può un disco avere un odore? Oltre a quello della plastica e del cellophane, quell'odore di nuovo tipico di quando lo si scarta... Un odore più “mentale” se vogliamo, legato a delle immagini che subito ti trasmette ascoltando i pezzi che esso contiene.
Non tutti i dischi “profumano” in questo modo particolare, ma questo sì, questo ha un odore particolare, riconoscibile, e adattissimo alla stagione autunnale nella quale siamo appena entrati.
Black Cross/Death Rune” sa di fumo, quell'odore acre che si diffonde tra i boschi e i campi le mattine nebbiose di novembre, quando nelle case si accendono i primi caminetti e i contadini bruciano le sterpaglie e i rami secchi, accumulati in piccoli mucchi qui e là.
Quando parte “Watchers” si fanno vive alcune di quelle che saranno le note di fondo predominanti del profumo che permea questo disco, quelle della pioggia che cade su strade sterrate, e che fa sollevare polvere e sassi all'impatto con il terreno.
Con “The Dagger” già si tocca forse la punta più alta di questa essenza. Se si chiudono gli occhi in un attimo ci si apre un dipinto fatto di colori caldi, dal rosso all'ocra all'arancione, con paesaggi caratterizzati da alberi dalla chioma infuocata, aceri e pioppi le cui foglie si accendono quando toccate dalla luce di un sole che si fa progressivamente meno caldo. L'aria tutta intorno è tranquilla, in lontananza solo piccoli paesi dalle case tinte di bianco e ponti coperti su placidi fiumi, e un profumo di natura, di foglie secche, di erba umida e di terra.
Con “Banners in Bohemia” per pochi istanti riaffiorano nella mente le immagini e gli odori dell'uva che il nonno metteva ad appassire in garage, preparandola per il vinsanto, mentre quando attacca “Good Morning, Blackbird” si fa avanti il lato più aspro dell'autunno, l'anticamera dell'inverno che verrà. In questo pezzo è la pioggia a farla da padrone, ma non quella delicata che appena sembra bagnarti, ma quegli acquazzoni interrotti dalle bordate dei tuoni, che non ti spaventano solo perché sei in casa, al riparo, vicino ad una tazza di caffè fumante.
Horse Dysphoria” continua la tematica aperta con il brano precedentemente descritto, amplificandone se possibile l'irruenza, mentre “Stave Fire” è una festa per gli occhi e per i profumi, è il fuoco che scoppietta nel camino e che ti riscalda fin dentro le ossa, con quel profumo a metà tra il pungente ed il piacevole.
Una volta spento il fuoco quello che rimane è il denso fumo di “Bohemian Spires”, che sale nel cielo per poi disperdersi nel nulla, e che sembra congiungersi con la nebbia che pian piano si arrampica sui versanti delle colline e avvolge le valli, permenando il tutto di un piacevole odore di umido e muffa.
C'è poi una doppietta di pezzi costituita da “An Atrophy Trophy” e “Shoreless” che pare volerti trasportare verso la costa, su scogliere ripide e scure che si affacciano su un mare irrequieto. In questa atmosfera sono gli odori della salsedine e della roccia bagnata a dettare legge, e quando si alza il vento portando con sé nuvoloni e gocce di pioggia sai che l'autunno sta cedendo il posto all'inverno. Di colpo ti guardi intorno e il rosso degli aceri è sparito, e quello che rimane sono solo scheletri che si stagliano su un cielo scuro, e il sole è ormai sparito. Un brivido di nostalgia ti percorre la schiena, ti abbottoni il cappotto e decidi che forse è meglio rincasare.
Il New England è un posto magico, pervaso di storia, natura e misticismo. Per le sue stradine di campagna, tra i fitti alberi, nei pallidi villagi e tra le acque dei laghetti tranquilli sono successe cose che hai letto solo nei libri di storia e nelle favole, storie di superstizione che vengono immediatamente alla mente ascoltando “The Golden Alchemy”. Queste immagini si portano dietro odori vaghi, impalpabili, di nuovo porfondamente legati al fuoco, alla cenere, agli elementi. E' l'odore dei libri vecchi e polverosi, di incenso, di corde lasciate al freddo e all'umido. C'è qualcosa di magico in queste essenze, qualcosa che ti cattura, che ti strega... Già, le streghe, i roghi, le persecuzioni, le storie di vampiri e di magia, tutto pare tornarti alla memoria inebetendoti ocn bordate sonore di maestosa bellezza.
Wildwood” si chiude così, lasciando il passo alla calma e alla dolce malinconia di “The Nightside”, un disco permeato da odori familiari, “casalinghi” se vogliamo, confortevoli come può essere lo starsene seduti tranquilli a guardare fuori dalla finestra le foglie che danzano spinte dal vento... Così aride e secche e fragili, sembrano pronte a cedere il passo all'inverno, eppure le vedi volteggiare piene di vita, e ti fanno stare bene, come tutte quelle piccole cose che vai cercando quando hai bisogno di un po' di tranquillità per rimetterti in sesto.
I 1476 sono un duo misterioso del New England, due ragazzi la cui poetica musicale pare sorreggersi su “Misanthrophy, Animals, Obsidian Mirrors”, almeno stando a quanto emerge dal loro Bandcamp. Difficile individuare un genere di riferimento per i due di Salem: si spazia dal folk apocalittico al post punk, dal gothic ottantiano al post rock, con un generale gusto per la malinconia  e la melodia che collega tra loro i vari brani. Questo “Wildwood/The Nightside EP” è una riedizione curata dalla Prophecy Prod., che è riuscita a mettere sotto contratto il gruppo e che, in attesa del nuovo lavoro, ha deciso di riproporre tutto il loro catalogo. Trovo questo lavoro incredibilemte evocativo, tipicamente autunnale e profondamente radicato nei luoghi di origine dei 1476: la loro grande forza sta proprio nel riuscire a ricreare immagini, profumi, rievocando anche ricordi e storie di vario tipo.
Si tratta di un lavoro non adatto a tutti, ma per chi è attratto dai generi sopra menzionati e ha una predilezione per la stagione nella quale siamo appena entrati forse dovrebbe dare un ascolto a questo disco, dando una chance a un gruppo che, se non si monta la testa, farà parlare sicuramente di sé.

The Dagger

https://www.debaser.it/1476/wildwood-the-nightside/recensione

lunedì 23 maggio 2016

One Bedroom Apartment



C'è una sola parola per tutto questo, è quella parola è

straziante

Questa voce grezza, viva come un nervo scoperto, questa voce e queste parole ti sanno toccare nel profondo ogni volta, con quel pianoforte che saltella di tasto in tasto come un amore finito che balletta sul tuo cuore...


"Don't leave me
I'm bleeding
All over this linoleum floor
I'm still in disbelief
I'm drowning
Between the clear and blackening
From morning until night
I'm losing sight
Of all the beautiful things
There's nothing here for me
Without you
Right here beside me, why'd you go and go?
Why'd you go and leave me here
To rot inside this empty place?
I know that you are going far away
From morning until night
I'm losing sight
Of all the beautiful things

A man sits naked in the middle of the floor of a one bedroom apartment in New York City
And no one knows he's there and no one's left to care whether or not the next drop comes out
And the blood would be warm and the blood would hug him just like she used to
Before she left him in this fucking mess where only one sentence repeats itself and this is it:
It says, "I will never love again, and I will never love again"
And on the fifth day he placed everything he owned in the centre of the room and he watched it burn
As he recited all of the beautiful words that had ever come out of her mouth
And these are the same words that mock him now and tell him that she's not coming back,
That he is nothing, not worth a fuck, and only one sentence repeats itself:
Says, "I will never love again, and I will never love again,
And I will never love again and I will never love again"
And for the first time in 25 years he cried rivers of black shitty oil that careered down his chest
As the dam to his past broke, exploding, and it's sinking all of his future now
And that was then and this is now as the animals reach their fever pitch
And the windows implode in silence out of respect for the dying, out of respect for the dead
Says, "I will never love again and I will never love again,
And I will never love again and I will never love again
And before he can say stop he's running down the street to the beat of his feet and past all the faces,
Past all the places he's ever known, past all the traces he's left of himself
And into the sky and into the air, past all the stars as he's screaming out, "Why?"
Over the ocean in search of the only love that he will ever have
Says, "I will never love again, and I will never love again,
And I will never love again and I will never love again"

One Bedroom Apartment

giovedì 12 maggio 2016

Floating



Cammini assorto nei tuoi pensieri, e a un certo punto l'aria intorno a te si fa diversa, ti senti distaccato da tutto ciò che ti circonda, riesci giusto a seguire le nuvole spinte dal vento, le rondini che volano, o le macchine che passano, ma tutto è come un film in bianco e nero visto al cinema, del quale sei un mero spettatore nemmeno pagante, (auto) costretto a guardare tutto da una finestra.
E' un senso di sospensione quello che ti avvolge, fluttui in una realtà che non ti appartiene del tutto, aspettano solo di riabbracciare quei pochi punti fermi che ti motivano ancora a passare quelle ore chiuso tra quelle mura, quando quello che vorresti sarebbe solo uscire fuori e camminare con la musica nelle orecchie.

Elevator Beat

lunedì 9 maggio 2016

Nostalgiaplatz



"...E' come impazzire in un mare dorato..."

Giornate strane queste, giornate di nostalgia e ricordi.

Quella rivista che compravi ogni mese, con le recensioni dei giochi della tua consolle, che sfogliavi avidamente fino alle ultime pagine, dove c'era la sezione con i trucchi e i codici segreti... E le pagine con le pubblicità di vari negozi e le liste dei giochi con accanto i prezzi (in lire!!!)... I pomeriggi in cui volevo ordinare un gioco, e allora mi piazzavo in camera dei miei con il babbo accanto e chiamavo il numero del negozio, dicevo cosa volevo, davo il mio indirizzo... e iniziava l'attesa spasmodica del gioco ordinato, o meglio della ricevuta gialla della raccomandata che mi avvisava che il gioco era arrivato e mi aspettava al deposito delle poste... E allora via al deposito a prendere il gioco!
I pomeriggi in cui ero triste, magari i miei avevano litigato (e come tutti i bambini quando i tuoi genitori litigano pensi sempre che sia per colpa tua) o ero stato sgridato io, e mi mettevo a giocare a quel videogioco così demente e beota che riuscivo di nuovo a ridere e scordarmi la tristezza (in effetti ricordo il mio pensiero "meno male ho questo gioco, così almeno rido un po'!".
Quando aspettavo il mio amico più fidato, che veniva a trovarmi il pomeriggio per fare i compiti e giocare... Arrivava col tram delle 15:00, ricordo che lo aspettavo sempre nel piazzale di casa, studiavamo un po' eppoi ci mettevamo a giocare a pallone o a guardare i cartoni animati... Oppure andavo a trovarlo io, sempre con lo stesso tram delle 15:00... Ricordo che studiavamo nel suo salotto, poi interrompevamo perché suo fratello più grande tirava fuori le videocassette della pesca (al tempo ci piaceva andare a pescare) e allora passavamo ore a documentarci su tecniche di pesca, su ami, canne, galleggianti ecc... E talvolta prendevamo anche il motorino per andare a comprare qualcosa al negozio di caccia e pesca vicino, dove passavamo un tempo interminabile in giro tra quelle robe, desiderando ardentemente un mulinello o una canna super leggera....
Oppure le estati che passavamo insieme, i pomeriggi a giocare a Dungeons & Dragons pasteggiando a Estathe al limone e tarallucci (ovvia variante per dodici/tredicenni dei tarallucci e vino), o ci trasferivamo in camera loro a giocare ai videogiochi (alla stessa consolle che avevo io), facendo torneini o facendo un livello a testa... O anche andavamo a giocare a pallone nel loro piazzale sotto casa (ricordo quella volta in cui colpimmo un neon che mi si sfracellò sulla testa... Roba che se accade a un bambino oggi lo portano al pronto soccorso, io ricordo mi detti una spolverata con il compressore e via di nuovo a giocare!).
Le merende al bar pizzeria vicino casa loro, la corsa per riprendere il tram delle 19:00 per tornare a casa... Tram che non sempre passava, e quindi dovevo chiamare mio nonno dalla cabina telefonica e farmi venire a prendere. Erano gli anni delle collezioni delle schede telefoniche, talvolta la mia tessera era senza credito per cui ricordo benissimo le volte in cui alzavo la pedana della cabina per vedere se trovavo schede con un po' di credito (giusto 200 lire per fare la chiamata a casa) o che fossero belline a tal punto da essere collezionate...
Erano pomeriggi che alle volte, quando ero solo, passavano in maniera pigra, soprattutto d'inverno, quando faceva buio presto e alle 18:00 andavo in cucina ad accendere il fuoco mettendo le legna nella cucina economica... E ricordo di averci passato ore lì davanti mentre mia nonna cucinava, leggendo, ripassando, o chi si ricorda facendo cosa.
Poi, un po' più grandicelli, quando già avevamo il motorino, il primo pomeriggio invece di studiare andavamo nel negozio di videogiochi in città per giocare un po' gratis a qualche titolo, sbirciare qualche trucco da un'enorme pila di riviste che il negoziante aveva, o perché no, comprare qualcosa, se eravamo in un momento di grazia economica!

Rimettendo a posto varie cose ritrovo la tesi di laurea e il DVD della mia discussione. Riguardandola rivedo i miei vecchi amici (come siete diversi adesso!), i miei professori, altre facce che non ricordo ma che sicuramente avevo presenti al tempo... Cavolo, la mia tesi era piaciuta, quanta gente c'era quel giorno, solo per me! Ma anche gente che non avevo invitato, e che era lì perché incuriosita dall'argomento... Strano che certe cose le capisci solo dieci anni dopo... E allora ti viene voglia di riscrivere ai professori che avevi cari, professori con i quali avevi un rapporto per nulla paragonabile a quello freddo e accademico che hanno con loro gli studenti di oggi... Professori con i quali scherzavi, parlavi di musica, andavi a cena fuori e anche a giocare a pallone, professori ai quali non davi del "tu" solo perché il loro ruolo te lo imponeva, ma potevi benissimo farlo e anzi, non si sarebbero affatto offesi. Poi ti ricordi i pomeriggi passati a girellare in città, tra una lezione e l'altra, al bar o in biblioteca, e trovavi sempre qualcuno che conoscevi, con il quale eventualmente saltare lezione se non avevi voglia.

Poi ritrovi la scatola delle lettere, quella vecchia scatola di scarpe dove nel tempo hai buttato qualsiasi cosa che ti hanno scritto da quando avevi tredici anni: cartoline, lettere di ex, bigliettini di auguri, post-it della mamma che ti dice che le magliette stirate sono in salotto (cavolo, quanti anni sono passati? e quanto sono tenere queste cose? per fortuna li ho tenuti, già al tempo avevo intuito la loro importanza...). Trovi cartoline di persone il cui nome non ti dice più nulla, lettere di persone con le quali hai condiviso qualche mese di lavoro o qualche anno di studio, e tutte quante mi dicono grazie per essere stato con loro, mi dicono di sorridere di più e di essere più ottimista, mi dicono che sono una bella persona e che non lo avrebbero mai detto... Che strano, sempre questa costante del sorridere e dell'ottimismo... Mi sa che ero (e sono ritornato, per certi aspetti) un bel Grinch!

In giornate nostalgiche come queste è dura non lasciarsi sopraffare dai ricordi, anche perché tutto attorno a te pare avere una qualche valenza, tutto ha un significato. Mi chiedo solo a cosa serva tutto ciò, che senso abbia tutta questa nostalgia del passato, forse sono "adulto" ancora da troppo poco e per questo rimpiango i tempi in cui le cose erano più semplici, in cui ti divertivi con poco, in cui bastava un videogioco per sorridere o un po' di ingegno per fare una telefonata... I tempi in cui le barriere mentali non esistevano, in cui pensavi che nessuno ti avrebbe mai fatto star male davvero, le paranoie e l'ansia non minavano la tua vita quotidiana.
Qualunque sia la ragione di questa nostalgia io la ringrazio, adoro immergermi in quei ricordi, e anche se ogni tanto provocano qualche lacrima va bene così, sono lacrime liberatorie. Solo che, ecco, sarebbe bello rivivere ancora qualcuno di quei momenti, tanto semplici e quotidiani allora quanto speciali e dorati adesso.


Nostalgiaplatz