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venerdì 17 agosto 2018

How long does a sunset last?



Quanto dura un tramonto? Per questa domanda c’è una risposta scientifica, basata su calcoli e formule esatte, fredde, ed una risposta più emotiva, soggettiva, calda perché basata sulle nostre emozioni.
Il mio tramonto stasera è stato lungo, lunghissimo. Quando mi sono reso conto che il sole stava terminando il suo giro giornaliero, quando ho incrociato per un attimo il suo sguardo sonnolento e benevolo, il mio tramonto ha avuto l’aspetto di una vecchia e sbiadita foto a colori, la foto di un nonno che tiene in braccio un bimbo appena nato. E poco importa se questo nonno stava fumando una sigaretta e il fumo andava negli occhi del bambino: erano gli anni Ottanta e non ci facevamo poi tante fisime. Man mano che il sole scendeva sempre più verso la linea dell’orizzonte quella foto prendeva la forma di altri ricordi: è passato qualche anno, quel bambino è un po’ cresciuto, è biondo e con gli occhi chiari, e siede felice su una macchinina che i suoi genitori gli hanno comprato, indossando una buffa maglia con una macchina fotografica stampata sopra. Gli occhi del bambino sono vivi, accesi, giocosi; il loro azzurro si trasforma, qualche anno dopo, in un blu che fa pendant con la felpa che sta indossando in un’altra foto. E’ autunno, ma la giornata è bella e soleggiata, e il bambino “fa il grosso” con il babbo che gli sta scattando la foto, solleva un legno appena tagliato appoggiandoselo sula spalla, mentre con l’altro braccio fa vedere quanto è muscoloso e forte. Il bambino vuole imitare il babbo, lo sfida spesso correndo, il babbo si fa raggiungere e si fa battere, perché nella risata di suo figlio c’è l’obbiettivo della sua vita. E il bambino guarda il babbo, lo imita, spera un giorno di essere come lui.
Il sole scende ancora un po’ e velocemente passano gli anni dell’infanzia, i Natali, i compleanni, le scuole, gli amici. Da qui in poi i raggi di sole, ormai bassi, sbattono nei fili d’erba e iniziano a sparpagliarsi in mille filamenti sconclusionati, sparsi come i ricordi che affiorano come una fontana, senza soluzione di continuità e senza ordine cronologico. Il bambino è cresciuto e si è sposato, eccolo che parla di fronte agli ospiti della sua cena, e eccolo che fissa l’alba seduto su un masso che si affaccia su un lago canadese. Gli occhi vivi e speranzosi del bimbo una volta seduto sulla macchinina giocattolo sono gli stessi del ragazzo ormai grande che, strabiliato, vede realizzarsi il suo sogno di andare in Scozia (non sapendo che sarebbe il primo di tanti viaggi!); gli occhi del bambino vedono un mondo, vedono una natura, quella inglese, che gli saprà dare tantissime soddisfazioni e tanta tranquillità, merito probabilmente di una moglie che ha l’Inghilterra nel sangue e che fa sì che, anche per lui, sia “casa”. Gli occhi del bambino, lucenti come gli ultimi raggi del sole che sta tramontando, passano in rassegna gli amici, le ragazze, i posti che ha visitato, le copertine dei dischi (tanti!) che ha ascoltato; rivedono le facce amiche, quelle meno amiche, rivedono i suoi fedeli compagni a quattro zampe, si illuminano ogni volta che le papille gustative si imbattono in una birra nuova dal sapore inaspettato.
Ma è quando il sole sta per lasciarlo, almeno per questa giornata, che gli occhi del bambino si velano di una sottile tristezza. Rivive un anno difficile fatto di dolorosi saluti, si stringono nella fatica di far finta che tutto vada bene, salvo poi rilasciare la loro stanchezza in un pianto consolatorio quando rivede una cassetta degli attrezzi, o ascolta una canzone, o imbraccia la macchina fotografica del babbo, o guida la sua vespa. Quel babbo che tanto aveva voluto imitare da piccolo, quel babbo che era un punto di arrivo per lui, sbagliato magari, imperfetto, criticabile e con tanti errori, ma pur sempre un esempio.
Ecco fatto, il sole se ne è andato, almeno per oggi. Il bambino ha lasciato il posto al ragazzo, ormai adulto. Quanto è durato questo tramonto? Quasi trentacinque anni, filtrati attraverso dieci canzoni per un’ora scarsa di durata. Il ragazzo ha rivissuto alcuni momenti della sua vita, ma è certo che un domani, semmai potrà avere voglia di riviverne altri, basterà solo premere “play” mentre saluta il sole che se ne va a dormire.
Non sono mai stato un grande estimatore di Austin Lunn e del suo progetto Panopticon: troppo difficile da assimilare per me, il suo black è sempre stato troppo sfaccettato e particolare per essere apprezzato e compreso pienamente. Poi nell’aprile di questo 2018 esce il doppio “The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness”, e sebbene la prima parte di questo lavoro continui ad essere abbastanza difficile da digerire per le mie orecchie (il black atmosferico misto a bluegrass ormai marchio di fabbrica di Lunn), resto ammaliato dalla bellezza della seconda parte. Lasciato in un angolo il black, qui Panopticon spoglia la sua musica di ogni rimando al mondo del metal, regalandoci dieci pezzi che sono di fatto un tributo al folk americano, allo slowcore e al (dark) country, tutte componenti comunque da sempre parte integrante della sua musica. C’è tanta intimità in questo lavoro, tanta introspezione, non a caso il Nostro nella sua pagina Bandcamp indica “(…) Please don't listen to the album on your laptop speakers, it will sound like shit. Give it a shot on a long hike or by a fire with headphones”. Sì Lunn, hai ragione, questa manciata di canzoni si meritano tutta la pace e la tranquillità di questo mondo, solo così sono in grado di lavorare al meglio, solo così possono permetterci di pensare, di riflettere, semplicemente di prenderci un attimo per noi stessi, anche solo per salutare il sole o chi non c’è più.
The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness” è disponibile sia in formato unico che nelle due distinte parti. Sono spiacente se chi leggerà si aspettava una recensione anche della prima sezione, ma invoglio chiunque ami i generi sopra citati a dare un ascolto a questa piccola perla, sono certo che a soddisfazione sarà tanta.

At the foot of the Mountain

https://www.debaser.it/panopticon/the-scars-of-man-on-the-once-nameless-wilderness-part-2/recensione

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