Translate
giovedì 14 febbraio 2013
Infinite ricorrenze
Sono passate diverse settimane dal mio ultimo post, settimane volate, soprattutto da quel venerdì 4 gennaio che, sono certo, non mi scorderò mai. Da quel momento è stata tutta una frenetica corsa, tutta proiettata verso un unico obbiettivo ed un'unica data, che ora sembra ancora lontana, ma visto come sto correndo penso che questo 13 luglio arriverà molto presto. Che poi, a ben pensarci, 13+7+2013 = 1+3+7+2+1+3 = 17, e 7+1= 8, e chi mi conosce sa quanto questo numero valga per me.
Di fatto, senza volerlo, tante date per me importanti, tanti codici, tanti numeri seriali che popolano la mia vita sono riconducibili al numero 8, e il bello è che queste cose non le ho mai cercate, sono sempre venute da sole. E non è un caso che questi giorni stiano scorrendo sotto il segno del numero 8, il quale, se vogliamo, può essere assimilabile al simbolo di infinito, o può essere scomposto in due cerchi, perfetti. E allora mi viene da pensare al cerchio, e a tutto ciò che questa figura rappresenta per me: gli occhi, grandi, marroni, rotondi, della persona che presto sposerò; un anello, che, in culo alle convenzioni, sarà tutto sommato "diverso", e avrà valenza solo per noi; l'Aikido, filosofia di vita (più che arte marziale) che fa della circolarità e dell'infinito alcuni dei suoi aspetti cardine; la musica, materializzata sottoforma di CD e vinili, che grossa parte avranno nel mio matrimonio, e tante altre piccole cose che non sto a scrivere adesso. Non è un caso poi che la persona che sto per sposare mi abbia proposto di leggere un libro, che, se vogliamo riassumerlo in una massima, può essere "niente capita per caso". Questo libro mi sta insegnando a fare caso alle coincidenze, e a interpretarle non tanto come combinazioni ma come segnali di un cambiamento, di un qualcosa che sta avvenendo e del quale faccio parte anche io... E sarò sincero, da quando ho preso coscienza di questa cosa, nulla sembra essere lasciato al caso, e tutto sembra essere in qualche modo collegato.
Lasciando da parte tutte queste seghe mentali, mi ha fatto un immenso piacere notare negli occhi e nella voce delle tre persone che ho scelto per accompagnarmi quel giorno la gioia, la sorpresa, e in alcuni casi la vera, sincera emozione che li ha fatti per un attimo vacillare. Forse trascinato dall'enfasi del momento credo che questi attimi siano indimenticabili nella vita di una persona, invisibili marchi infuocati che ti si stampano a forza sulla pelle e che lì rimarranno, per sempre, a ricordarti che in fondo non sei solo, da qualunque parte ti giri, e a qualunque livello ragioni, qualcuno per il quale hai fatto qualcosa di buono (e che ha fatto e fa qualcosa di buono per te) lo troverai sempre. Lo stress delle prime settimane sta pian piano scemando, sostituito da una forte presa di coscienza di quanto sta accadendo, e da una calma che credo mi abbia insegnato la pratica dell'Aikido (non prendetemi per fissato e integralista di questa disciplina, se anche voi avete provato la necessità di fare qualcosa perché vi calma e vi fa stare bene sicuramente capirete la mia fissazione... L'Aikido prende tanto, è vero, sia in termini di tempo che di energie, ma restituisce il doppio). Ora tutto sembra essere chiaro e incasellato perfettamente in direzione di un obiettivo, e le cose sembrano muoversi animate da una luce e da una serenità che prima non avevano.
Insomma, quello che sto attraversando è un bel periodo, non lo nego, e me lo sto godendo, non ho paura di dirlo e di tirarmi addosso la sfiga. Se fai le cose con tranquillità, se sorridi mentre ti muovi, forse davvero riesci a modificare tutto ciò che ti circonda in modo che sia un po' più benevolo nei tuoi confronti... Credo ancora di vivere in un luogo tutto sommato indifferente a me, ma credo anche di aver capito come convivere con le mie insicurezze, con la ruvidità di certe persone, e credo di aver trovato un certo equilibrio, un modo che mi permette di vivere un po' più sicuro e tranquillo sul domani. In fondo, di fatto, non è che mi manchi nulla per stare bene: un gruppetto di amici ormai consolidati, una persona che mi ama, una cagnolina che stravede per me (e che io adoro alla follia), delle passioni che muovono la mia vita e che mi placano (siano esse la musica, l'Aikido ecc), dei sogni che costituiscono il mio futuro, e qualche persona speciale che so che ci sarà sempre, no matter what.
Per quanto mi riguarda mi sento un po' come il protagonista di Furari: mi piace sorprendermi delle piccole cose, assaporare ogni piccolo successo, prendere il mio tempo, respirare con calma, e cercare di vivere quanto mi circonda con un po' più di calma rispetto al solito. Camminare quindi, non correre!
Appalachian Springs
mercoledì 19 dicembre 2012
2012: a (metal) retrospective
Continuo la tradizione inaugurata l'anno scorso, stavolta con qualche giorno di anticipo rispetto al post passato (il 21/12/12 è alle porte, meglio non lasciare nulla di incompiuto!), per elencare qui di seguito quelli che sono stati i dischi che più mi hanno colpito in questo anno ormai quasi finito.
Come al solito aggiornerò la lista anche nell'anno prossimo (per quanto riuscirò a ricordarmene!) se troverò lavori del 2012 degni di essere ricordati.
Alda - "Tahoma"
Questo album a dirla tutta apparterrebbe al 2011, ma sono entrato in possesso della copia in CD solo nel 2012 (prima era presente solo in vinile), e quindi lo valuto come uscita dell'anno quasi terminato.
Un black metal che appartiene in tutto e per tutto al filone "Cascadian" (ne ho ascoltati a palate di album di questo genere in questo anno!), quindi fatto di feroci accelerazioni, pause panteistiche venate da folk e momenti di riflessione, il tutto confezionato sapientemente e in grado di suonare fresco e convincente sin dal primo ascolto. Un must have del genere, senza ombra di dubbio!
Devil Sold His Soul - "Empire Of Light"
Conoscevo gli inglesi come semplice band metalcore, ma i miei erano solo pregiudizi, e questo lavoro me lo ha confermato. Siamo di fronte a un bellissimo disco di (quasi) post metal: background e ruvidezza HC, dolcezza e progressioni del post rock, unite a un tocco un po' melenso che fa tanto emo, ma che convince appieno!
Addaura - "Burning For The Ancient"
L'altra parte degli Alda! Questo è quello che ho pensato ascoltando questi Addaura: stesso genere di riferimento, ma diverso impatto (più selvaggio) sull'ascoltatore, eppure stesso coinvolgente risultato! Raffrontate il duo Alda - Addaura con quello Agalloch - Wolves In The Throne Room, non potrete non sentirli in qualche modo collegati!
Oak Pantheon - "From A Whisper"
Ennesimo interessante disco "cascadiano" (lo avevo detto no che ne ho ascoltato a palate in questo 2012 di questo genere?!) gli Oak Pantheon suonano alla prima un po' troppo "agallochiani", soprattutto nell'uso che fanno dello scream "sospirato" (che ascolta gli Agalloch sa di cosa sto parlando) e nei rimandi al folk apocalittico americano... Occorrono almeno due o tre ascolti per capire le potenzialità dei Nostri e godere appieno della loro musica, che va molto oltre all'essere una mera copia di qualche altro gruppo più rinomato!
Abigail Williams - "Becoming"
Uscito nel freddo gennaio 2012, ricordo che questo disco fece da colonna sonora per i miei viaggi in macchina tra la neve (detta così pare che abiti nel profondo nord Europa, in realtà nella mia zona nevicò piuttosto copiosamente in quel periodo!). Gli Abigail Williams facevano metalcore, almeno all'inizio: che poi mettessero qui e là influenze ora del black, ora del death, è indubbio, ma il filone rimaneva comunque sempre quello, e la qualità dei loro lavori era nella media. "Becoming" cambia marcia invece, portandoci una band che, forse ruffianamente, si getta a capofitto nel lussureggiante mare cascadiano, per uscirne con un piccolo gioiello freddo e disperato. Notevole davvero.
Per il momento è tutto, buon 2013!
Come al solito aggiornerò la lista anche nell'anno prossimo (per quanto riuscirò a ricordarmene!) se troverò lavori del 2012 degni di essere ricordati.
Alda - "Tahoma"
Questo album a dirla tutta apparterrebbe al 2011, ma sono entrato in possesso della copia in CD solo nel 2012 (prima era presente solo in vinile), e quindi lo valuto come uscita dell'anno quasi terminato.
Un black metal che appartiene in tutto e per tutto al filone "Cascadian" (ne ho ascoltati a palate di album di questo genere in questo anno!), quindi fatto di feroci accelerazioni, pause panteistiche venate da folk e momenti di riflessione, il tutto confezionato sapientemente e in grado di suonare fresco e convincente sin dal primo ascolto. Un must have del genere, senza ombra di dubbio!
Devil Sold His Soul - "Empire Of Light"
Conoscevo gli inglesi come semplice band metalcore, ma i miei erano solo pregiudizi, e questo lavoro me lo ha confermato. Siamo di fronte a un bellissimo disco di (quasi) post metal: background e ruvidezza HC, dolcezza e progressioni del post rock, unite a un tocco un po' melenso che fa tanto emo, ma che convince appieno!
Addaura - "Burning For The Ancient"
L'altra parte degli Alda! Questo è quello che ho pensato ascoltando questi Addaura: stesso genere di riferimento, ma diverso impatto (più selvaggio) sull'ascoltatore, eppure stesso coinvolgente risultato! Raffrontate il duo Alda - Addaura con quello Agalloch - Wolves In The Throne Room, non potrete non sentirli in qualche modo collegati!
Oak Pantheon - "From A Whisper"
Ennesimo interessante disco "cascadiano" (lo avevo detto no che ne ho ascoltato a palate in questo 2012 di questo genere?!) gli Oak Pantheon suonano alla prima un po' troppo "agallochiani", soprattutto nell'uso che fanno dello scream "sospirato" (che ascolta gli Agalloch sa di cosa sto parlando) e nei rimandi al folk apocalittico americano... Occorrono almeno due o tre ascolti per capire le potenzialità dei Nostri e godere appieno della loro musica, che va molto oltre all'essere una mera copia di qualche altro gruppo più rinomato!
The Elijah - "I Loved I Hated I Destroyd I Created"
Che emozioni! Questo gruppo è stato un vero tuffo al cuore, una rivelazione per me... Postcore raffinato, con molta atmosfera, molto post rock, molta "sofferenza" alla Thursday quasi, sontuosi crescendi e deflagranti esplosioni cariche di pathos, davvero intensissimi!Abigail Williams - "Becoming"
Uscito nel freddo gennaio 2012, ricordo che questo disco fece da colonna sonora per i miei viaggi in macchina tra la neve (detta così pare che abiti nel profondo nord Europa, in realtà nella mia zona nevicò piuttosto copiosamente in quel periodo!). Gli Abigail Williams facevano metalcore, almeno all'inizio: che poi mettessero qui e là influenze ora del black, ora del death, è indubbio, ma il filone rimaneva comunque sempre quello, e la qualità dei loro lavori era nella media. "Becoming" cambia marcia invece, portandoci una band che, forse ruffianamente, si getta a capofitto nel lussureggiante mare cascadiano, per uscirne con un piccolo gioiello freddo e disperato. Notevole davvero.
Per il momento è tutto, buon 2013!
martedì 18 dicembre 2012
Urbana follia
Camminava per il parco, in una giornata di sole come tante altre si stavano avvicendando in quell'inizio di inverno così stranamente mite. A riempire l'aria c'era solo il suono dei suoi passi sui ciottoli, le grida di qualche bambino che giocava in lontananza, e il vento, il cui soffio sibilava a folate tra i rami quasi senza foglie degli alberi ai lati della strada. A dirla tutta si sentiva un po' strano, ma leggero, senza grossi pensieri, quindi tutto sommato, perché no, stava bene. Eppure sentiva una sorta di blocco nel cervello, come quello che si prova quando si prova a pensare a cose infinite o che vanno oltre la nostra comprensione... Che so, come quando ti metti a pensare a un deja vu, e di colpo tutto quello che stai facendo dal momento in cui hai iniziato a fare quei pensieri ti suona familiare, rivisto, e ti prende una sorta di dolce panico la cui unica via di uscita è la fuga da quello strano loop. Insomma, provava quella strana sensazione, che lo portava a ripetere nella sua mente una sola, unica frase, le cui parole, a forza di ripeterle, si erano fuse tra loro, ed avevano impastato la sua bocca. Sentì una folata di vento investirlo, e di colpo si bloccò: quella frase che aveva ripetuto allo sfinimento nella sua testa, adesso la stava pronunciando, come una nenia senza fine. E il bello è che si rendeva conto di questa cosa, ma non riusciva (e non voleva) fare nulla per smettere. Alzò lo sguardo: il parco era ormai terminato, e si era già immesso nella via principale. I suoi occhi salirono lungo il palazzo che si trovava di fronte a lui, su su fino all'ultimo piano, e si scontrarono con la forte luce del sole che parzialmente gli bruciava gli occhi. Vide poi delle strane sagome in aria: braccia aperte, gambe distese, che fluttuavano. "Angeli", pensò, ma non ebbe tempo di terminare questo pensiero che uno di questi "angeli" si schiantò ai suoi piedi, poi un altro, e un altro ancora. Lui non lo capiva, ma gli abitanti di un intero palazzo si stavano buttando giù dal tetto: uno dopo l'altro, in fila come automi, facevano un passo e si gettavano nel vuoto, verso il freddo marciapiede. Si era di nuovo impalato di fronte a questo raccapricciante spettacolo, ma il suo volto non era attraversato da alcuna emozione, solo la sua bocca continuava, imperterrita, a sbiascicare quelle parole senza senso. Poi uno sparo: un agente di polizia, lì vicino, anche lui impalato e quasi lobotomizzato, si era sparato un colpo alla tempia. Lui si diresse verso il cadavere, raccolse la pistola, e come se stesse facendo la cosa più immediata e consueta del mondo, tirò il grilletto. Una nuova pioggia di persone ovattò il suono del proiettile che trapassava il suo cervello, mentre il vento, che fino ad allora aveva soffiato non forte, ma con insistenza, si bloccò di colpo, e tornò il silenzio sulla strada.
"Time" è il suono della follia, dell'alienazione urbana, della depressione. L'abisso disperato in cui gli americani Manetheren cercano di gettare i propri ascoltatori con la loro ultima fatica ha i connotanti delle città descritte dagli Amesoeurs, è pazzia descritta dai Lifelover e messa in musica seguendo le impronte di maestri di un certo black americano come Weakling o Wolves In The Throne Room. Solo che qui non c'è esaltazione della natura e unione panica con essa: c'è smarrimento sì, ma senso di impotenza, abbandono e freddo, ci sono questi sei bisturi che, uno dopo l'altro, isolando il tuo cervello dal resto del mondo ti lasciano lì, impietrito, a contemplare la nuda realtà delle cose. Arrivato alla fine di questa lunga (più di settanta minuti) maratona fatta di accelerazioni black, digressioni post rock e momenti più intimi, si può rinascere in due modi: o cinici, spietati e senza cuore, o mossi da una rinnovata sensibilità, che permetterà di vedere con nuovi e più acuti occhi il mondo che circonda.
"Time" è il suono della follia, dell'alienazione urbana, della depressione. L'abisso disperato in cui gli americani Manetheren cercano di gettare i propri ascoltatori con la loro ultima fatica ha i connotanti delle città descritte dagli Amesoeurs, è pazzia descritta dai Lifelover e messa in musica seguendo le impronte di maestri di un certo black americano come Weakling o Wolves In The Throne Room. Solo che qui non c'è esaltazione della natura e unione panica con essa: c'è smarrimento sì, ma senso di impotenza, abbandono e freddo, ci sono questi sei bisturi che, uno dopo l'altro, isolando il tuo cervello dal resto del mondo ti lasciano lì, impietrito, a contemplare la nuda realtà delle cose. Arrivato alla fine di questa lunga (più di settanta minuti) maratona fatta di accelerazioni black, digressioni post rock e momenti più intimi, si può rinascere in due modi: o cinici, spietati e senza cuore, o mossi da una rinnovata sensibilità, che permetterà di vedere con nuovi e più acuti occhi il mondo che circonda.
domenica 2 dicembre 2012
La Scatola del Natale
Scese in garage, e rovistando la sua
attenzione cadde su una scatola che ben conosceva. Era andato in
garage per cercare delle decorazioni di Natale un po' particolari, ma
non si aspettava certo di ritrovare quelle che aveva comprato lui
stesso, alcuni anni prima, per addobbare l'albero della sua casa,
quando viveva da solo.
Aperta la scatola (che riportava sopra
una scritta, a dirla tutta poco fantasiosa, “Scatola del Natale”),
di cartone massiccio, alzò delicatamente i festoni color oro, verde
e rosso che sbucarono fuori, come quei pupazzi caricati a molla
nascosti dentro quelle scatolette sorpresa. I festoni frusciarono al
suo tocco, prese tra un dito e l'altro i vari filamenti che li
componevano, e scuotendoli si alzò da essi un po' di polvere, che
poi scoprì essere farina, la farina che lui era solito utilizzare a
mo' di neve. Scostati i festoni ecco tutte le palline: sembrava quasi
di avere tra le mani una grande scatola di caramelle e cioccolatini
assortiti, ognuno con un incarto diverso, brillante e seducente. Si
sedette sul pavimento freddo del garage, svuotò le palline in terra
e decise di perdere un po' di tempo a suddividerle... E una volta
fatta la suddivisione si alzò in piedi, e guardando quei mucchietti
sbrilluccicanti subito riemersero chiari nella sua mente gli alberi
che aveva fatto negli anni passati, usando quel materiale. Erano
alberi cicciotti, ricchi e abbondanti nelle decorazioni, ma mai
pacchiani o troppo sfarzosi. Bilanciava sempre l'oro con il rosso: un
tot di palline rosse e un tot dorate, due festoni d'oro e due rossi,
questa era la regola, la base sulla quale poi si sviluppava l'intera
opera. C'erano poi palline blu e verdi, entrambe con striature
argentee: le aveva usate per un solo Natale, prima di cambiare casa,
ma gli piacevano, erano una nota piacevolmente disturbante che
destabilizzava l'ordine rosso dorato. Infine, le sue preferite,
quelle palline che lui amava definire “uniche”, che non avevano
nulla a che vedere con quelle acquistate in serie, a gruppi di dieci
o venti, ma erano esemplari singoli e particolari. Prendendole in
mano, una ad una, si ricordò come avevano fatto a finire in casa
sua: quella che gli era stata regalata, quella che si portava dietro
sempre, sin da quando era piccolo, quella con quei colori particolari
che tanto amava, quella che si era rotta e che lui aveva rincollato
chissà quante volte. Eppoi le lucine, due tipi soltanto (perché di
più erano davvero pacchiane), che amava accendere tenendo la luce di
casa spenta: le uniche fonti di luce, a notte, dovevano essere quelle
e il fuoco che vibrava nella stufa.
La vista delle palline suscitò in lui
la stessa emozione che provava ogni volta che saliva in soffitta a
casa dei suoi, e si imbatteva nei giocattoli della sua infanzia:
passavano i quarti d'ora e lui non se ne accorgeva nemmeno, tanto era
il tempo che spendeva riprendendo in mano quei suoi vecchi compagni
d'infanzia. Calore quindi, e contemporaneamente freddo, come quando
sei in una casa che ben conosci perché magari ci hai passato una
vita (e i tupi ricordi sembrano vivere ancora lì), ma è vuota e
fredda, senza più nessuno ad abitarla.
Chiuse quindi la scatola, rimettendo
tutto come l'aveva trovato, e come si fa con le cose preziose mise
idealmente quei ricordi che gli erano tornati in mente nello scrigno
più sicuro della sua memoria, con l'augurio che tale immagini non lo
abbandonassero mai. Si voltò poi, e se ne andò dal garage: il buio
cadde nuovamente sulla “Scatola del Natale”.
giovedì 22 novembre 2012
Small lies
Once upon a time... C'era una volta la
luna, in una tiepida sera di mezzo autunno. Era una luna strana, non
raggiungeva neppure la metà della sua pienezza, ed era lontana, e
sprigionava una luce fredda.
Se fosse stata una persona avresti
detto che se ne stava assorta, per i fatti suoi, con mille problemi
per la testa.
Come ogni notte serena c'erano, intorno
alla luna, tante stelle, che via via, con l'avvicendarsi delle ore,
si accendevano eppoi svanivano nel chiarore mattutino, per poi farsi
vedere la notte successiva. Solo una cercava di rimanere più delle
altre, solo una si sentiva così legata alla luna da seguire sì il
suo cammino, seppur fermandosi, di tanto in tanto, e chiedersi se la
luna non avesse bisogno di un po' più di compagnia. E quella notte,
quella tiepida sera di mezzo autunno, la stella disse alla luna che
sarebbe rimasta durante il giorno, se solo lei glielo avesse chiesto.
La luna si inclinò un po', e le disse “no grazie, ma va bene così,
è giusto che sia così. La luce del giorno non ti farebbe
sopravvivere, è giusto che tu segua le altre stelle. Tanto comunque,
se vorrai, ci rivedremo la sera”.
Se fosse stata una persona avresti
detto che stava cercando di abbozzare un mezzo sorriso, tentando di
convincere qualcuno.
La stella capì che la decisione era
stata già presa, e si incamminò verso casa, con in mente però la
voglia, un giorno, di rimanere con la luna più del necessario, solo
così, per stare un po' insieme. E mentre camminava pensava questo, e
si era già ormai allontanata diversi chilometri dalla luna quando si
voltò, e vide che essa aveva attorno a sé un alone strano,
circolare, grandissimo, un alone che non aveva mai visto prima, e che
arrivava quasi a toccarla.
“Tutto bene luna?” le disse. “Sì”,
rispose la luna, ”mi stavo solo stiracchiando un po'...”.
La stella disse un “ok” poco
convinto, si voltò e sparì all'orizzonte.
Se fosse stata una persona avresti
detto che la luna, in quel momento, stava versando una piccola
lacrima, e stava pensando che certe volte le bugie sono necessarie
per difendere chi ami.
lunedì 19 novembre 2012
Nasceranno fiori da quelle carcasse
Piagata, ferita, la Natura è in ginocchio. Qui le città sono lontane, i loro miasmi non si avvertono più di tanto tra questi alberi, dove l’unico frastuono che regna è quello della feroce cascata, che dalle ruvide pareti rocciose sfoga la sua ira ancestrale a valle, dove sassi levigati e fondali muschiosi ne mitigano la foga... Eppure, nonostante la distanza, l'aria giorno dopo giorno si sta facendo sempre più densa, torbida.
Tra gli alti abeti, nelle radure ombrose, si alza un canto: è un lamento, non si capisce se generato da un umano, da un animale o da un altro essere vivente… E’ qualcosa di antico, di profondo, che se solo riuscissi anche tu a sentirlo, come lo sto sentendo io, lo percepiresti filtrare attraverso la tua pelle fino ai tuoi nervi, ai muscoli e alle ossa, e sentiresti il tuo corpo risuonare con una vibrazione mai provata prima. Il canto sale di intensità, si fa ipnotico, batte spesso sulle stesse tonalità, che al pari dell’acqua della cascata picchiano sempre nello stesso punto, fiaccando ogni resistenza. Ad esso si aggiungono poi dei tamburi, la cui cadenza pare ricreare il battito del cuore delle creature che muovono le fronde di questa foresta e fanno vivere il cielo sopra di esse. Sembra che il tutto, in netta opposizione a quanto sta avvenendo nella città neanche troppo lontana, sia mirato a celebrare la vita, la rinascita, la presa di posizione della Natura che c’è sempre stata, prima di tutto, e che di certo non si farà avvelenare da una delle sue creature.
Il povero cervo, ferito a morte da un cacciatore in cerca di un ricordino da gita domenicale, giace all’ingresso della grotta. La sua anima ormai da tempo ha raggiunto, tramite i fili d’erba che accarezzavano il suo corpo, il centro della Terra, nel quale si è riunito ai suoi simili nella danza della vita; e dalla sua carcassa forse domani, forse tra un mese, sbocceranno splendidi fiori, vita che si rigenera in continuazione.
Calerà infine la caligine che ammanterà gli alti abeti e i picchi innevati, ricompattando la foresta sotto il suo mantello nebbioso, cedendo poi il posto alla Notte, che con i suoi blandi ritmi conforterà i cuori stanchi dalla battaglia giornaliera, l’ennesima, che immancabilmente inizierà da capo il giorno successivo. Quando il sole sorgerà darà il benvenuto a nuove vite e a nuove perdite, e prenderà atto di come, ogni giorno di più, la Natura stia cedendo il posto al veleno della città vicina.
Evitando facili ironie sul nome della band, quello che ci troviamo ad ascoltare con “Ást” è puro e semplice “Cascadian Black Metal”, così come si suole ormai da molto definire la frangia di black metal prodotto nella regione denominata appunto Cascadia, al nord-ovest degli USA (e parte del Canada). Gli Skagos prendono le mosse dalla ferocia dei Wolves in The Throne Room, aggiungono una dose “sciamanica” e rituale che di recente ho avuto modo di apprezzare in act quali Alda e Addaura, e uniscono al tutto fraseggi intimistici e atmosferici tanto cari al neopaganesimo di casa Agalloch, per dare alla luce sei (mediamente) lunghe tracce piacevoli e mai stancanti, nelle quali la parte del leone la fanno soprattutto le emozioni che questi pezzi sanno veicolare. Purtroppo ultimamente band che suonano questa tipologia di musica stano spuntando un po’ ovunque, per cui risulta sempre più difficile distinguere quelle realmente valide dai meri imitatori, ma ritengo che si tratti anche di un genere particolarmente diretto sul piano emozionale. “Ást” rientra per fortuna tra i lavori più comunicativi sotto questo punto di vista: l’ascoltatore ormai avvezzo a queste sonorità non tarderà infatti a essere rapito dalle qualità dei Nostri, semplicemente rendendosi conto della velocità con la quale i pezzi prodotti dal combo sapranno insinuarsi sottola sua pelle, per spingerlo poi nuovamente a premere il tasto “play”.
Privo di significative debolezze, questo disco degli americani Skagos rientra a pieno titolo tra i “must have” di questo genere musicale.
Tra gli alti abeti, nelle radure ombrose, si alza un canto: è un lamento, non si capisce se generato da un umano, da un animale o da un altro essere vivente… E’ qualcosa di antico, di profondo, che se solo riuscissi anche tu a sentirlo, come lo sto sentendo io, lo percepiresti filtrare attraverso la tua pelle fino ai tuoi nervi, ai muscoli e alle ossa, e sentiresti il tuo corpo risuonare con una vibrazione mai provata prima. Il canto sale di intensità, si fa ipnotico, batte spesso sulle stesse tonalità, che al pari dell’acqua della cascata picchiano sempre nello stesso punto, fiaccando ogni resistenza. Ad esso si aggiungono poi dei tamburi, la cui cadenza pare ricreare il battito del cuore delle creature che muovono le fronde di questa foresta e fanno vivere il cielo sopra di esse. Sembra che il tutto, in netta opposizione a quanto sta avvenendo nella città neanche troppo lontana, sia mirato a celebrare la vita, la rinascita, la presa di posizione della Natura che c’è sempre stata, prima di tutto, e che di certo non si farà avvelenare da una delle sue creature.
Il povero cervo, ferito a morte da un cacciatore in cerca di un ricordino da gita domenicale, giace all’ingresso della grotta. La sua anima ormai da tempo ha raggiunto, tramite i fili d’erba che accarezzavano il suo corpo, il centro della Terra, nel quale si è riunito ai suoi simili nella danza della vita; e dalla sua carcassa forse domani, forse tra un mese, sbocceranno splendidi fiori, vita che si rigenera in continuazione.
Calerà infine la caligine che ammanterà gli alti abeti e i picchi innevati, ricompattando la foresta sotto il suo mantello nebbioso, cedendo poi il posto alla Notte, che con i suoi blandi ritmi conforterà i cuori stanchi dalla battaglia giornaliera, l’ennesima, che immancabilmente inizierà da capo il giorno successivo. Quando il sole sorgerà darà il benvenuto a nuove vite e a nuove perdite, e prenderà atto di come, ogni giorno di più, la Natura stia cedendo il posto al veleno della città vicina.
Evitando facili ironie sul nome della band, quello che ci troviamo ad ascoltare con “Ást” è puro e semplice “Cascadian Black Metal”, così come si suole ormai da molto definire la frangia di black metal prodotto nella regione denominata appunto Cascadia, al nord-ovest degli USA (e parte del Canada). Gli Skagos prendono le mosse dalla ferocia dei Wolves in The Throne Room, aggiungono una dose “sciamanica” e rituale che di recente ho avuto modo di apprezzare in act quali Alda e Addaura, e uniscono al tutto fraseggi intimistici e atmosferici tanto cari al neopaganesimo di casa Agalloch, per dare alla luce sei (mediamente) lunghe tracce piacevoli e mai stancanti, nelle quali la parte del leone la fanno soprattutto le emozioni che questi pezzi sanno veicolare. Purtroppo ultimamente band che suonano questa tipologia di musica stano spuntando un po’ ovunque, per cui risulta sempre più difficile distinguere quelle realmente valide dai meri imitatori, ma ritengo che si tratti anche di un genere particolarmente diretto sul piano emozionale. “Ást” rientra per fortuna tra i lavori più comunicativi sotto questo punto di vista: l’ascoltatore ormai avvezzo a queste sonorità non tarderà infatti a essere rapito dalle qualità dei Nostri, semplicemente rendendosi conto della velocità con la quale i pezzi prodotti dal combo sapranno insinuarsi sottola sua pelle, per spingerlo poi nuovamente a premere il tasto “play”.
Privo di significative debolezze, questo disco degli americani Skagos rientra a pieno titolo tra i “must have” di questo genere musicale.
sabato 20 ottobre 2012
Il futuro presente
Dato che lei sarebbe stata via per lavoro per una settimana decisi di fare un weekend come "ai vecchi tempi": tornare per un attimo alla mia vita di liceale, quindi il sabato pranzare dai miei, nella casa nella quale, fino a qualche anno prima, avevo abitato, passare il pomeriggio lì, magari guardandomi un buon film. Il tardo pomeriggio avrei poi fatto un giretto in città e avrei concluso il tutto con una pizzata in compagnia dei miei vecchi amici nella casa in cui invece stavo abitando regolarmente, quella della mia ragazza. E così feci: dopo pranzo mi recai nella mia vecchia camera, mi sdraiai un po' sul letto e mi addormentai.
Mi svegliò un raggio di sole, che era riuscito a filtrare dalle tende della finestra. Nel dormiveglia, con gli occhi ancora socchiusi, pensai di alzarmi e mettere su un CD, salvo poi ricordarmi che lo stereo non c'era più, me l'ero portato via durante il trasloco... Mi ero così tanto immedesimato nella parte del liceale che credevo davvero di essere tornato a una dozzina di anni fa. Invece, aperti gli occhi, con mio sommo stupore mi resi conto che tutto era davvero come nel 2000, ai tempi del liceo: la vecchia TV con la Play, i miei CD impilati (ancora non avevo avuto la brillante idea di ordinarli), il mobile traboccante di libri di scuola, il vocabolario di latino, in equilibrio precario sulla scrivania sulla quale avevo letteralmente lanciato il mio zaino al rientro da scuola, il vecchio PC, i tanti poster alle pareti. Mi sedetti dunque a pensare a quanto era successo: avevo forse sognato la mia vita "futura", di lì a dodici anni? Era così nitida! La vita da solo eppoi la convivenza, il mio cagnolino, il lavoro, l'Aikido, l'università, i concerti, la musica, il basso, gli amici vecchi e nuovi... Tutto dunque era ancora da costruire? La scoperta non mi demoralizzò, anzi: scrollai la testa, mi alzai e andai in bagno a prepararmi, visto che, di lì a poco, sarei dovuto uscire per incontrare, come ogni sabato, i miei amici. Nella confusione che mi ronzava ancora in capo mentre sceglievo cosa mettermi avevo però ben chiaro una cosa: se davvero avevo sognato avrei cercato di trovare quelle persone che tanto avrebbero significato nel mio futuro prossimo, avrei cercato di evitare certi errori (non tutti, visto che molti mi hanno fortificato), avrei visto la vita con altri occhi e sarei andato subito a cercare, il lunedì successivo durante l'ora di educazione fisica, quella ragazzina che correva con quella tuta rossa e i ricci raccolti in una coda, con solo due ciuffetti di capelli a contornarle il viso rotondo e gli occhioni scuri.
...E se invece il sogno non si fosse interrotto? Se stessi ancora sognando? Beh, allora continuerei quanto mi ero prefissato, quindi giro in città, cena con i vecchi amici a casa mia, ma, di sicuro, mi proporrei di rivivere per un pomeriggio quanto sopra descritto. Un sabato, vedersi subito dopo pranzo con i vecchi amici di sempre, chiacchierare tutti insieme, magari anche con i miei (sono certo che piacerebbe anche a loro rivederli), eppoi scendere nel piazzale, mettere quattro sassi a mo' di pali delle porte da calcio, tirare fuori il vecchio pallone, e giù calci e corse su quel breccino scivoloso, inseguendo un qualcosa che, forse, non è realmente mai fuggito da me (e da noi?), la nostra giovinezza.
Dedicato a chi c'era, c'è e, nonostante tutto, ci sarà.
Hún Jörð...
Iscriviti a:
Post (Atom)




