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lunedì 26 maggio 2014
giovedì 22 maggio 2014
Quando il vento smetterà di soffiare
Alle volte rimani colpito da persone che non conosci semplicemente guardandole in foto, o leggendo cosa altri dicono di loro. E' successo anche questa mattina.
E' come nei cartoni animati, quando un quintale di mattoni crolla in testa al malcapitato di turno: ti senti gelato, inebetito da quello che hai appena letto, non ti dai spiegazioni ma ci rimani male, di cuore, perché la cosa ti ha toccato in un modo che non capisci.
Wilhelm aveva un anno più di me: qualche settimana fa aveva deciso di mettere in standby la propria etichetta, per ragioni di tempo e per momentanea mancanza di voglia e di stimoli. La cosa mi aveva fatto rimanere un po' male, anche perché era un'etichetta carina, in grado di scovare nel fitto underground di band "strane" del Nord America (ma non solo) vere gemme. Ho detto "strane" perché Wilhelm era molto trasversale nei suoi gusti musicali, passando con disinvoltura dal black metal caotico e tendente al noise al post black sognante ed etereo, ma tutto ciò che decideva di produrre, tutte le passioni che assecondava, sapevi che erano centellinate ma che erano di notevole fattura. Anche perché spesso e volentieri le confezioni di questi album erano curate da lui stesso, assemblate da lui una per una, spesso in poche copie numerate. Era insomma una persona che, quando credeva in qualcosa, ci si buttava a capofitto, con la modestia che i suoi occhi ed il suo sorriso mi hanno comunicato subito anche quella mattina in cui ho letto che se ne era andato.
E' stata sua moglie a dare questo annuncio, senza dare spiegazioni, dicendo solo "...Wilhelm is no longer among us". Il post continuava parlando di questo ragazzo, di come fosse in grado di illuminare con il suo spirito le persone e le cose che aveva intorno, e chiudendo con "Wilhelm, darling-- please rest in peace, the world is a little less bright without you..."
Arrivato alla fine del messaggio come detto non sapevo cosa pensare, avevo solo gran confusione in testa, con immagini e suoni che si legavano tra loro. Due foto in particolare mi sono tornate in mente, collegate ad un disco specifico.
In una c'era una ragazza, con gli occhi tristi, infreddolita sebbene la foto fosse bagnata da tinte tutto sommato calde, autunnali. La ragazza teneva in mano una tazzona forse di caffè, e stava seduta (credo) sul sedile posteriore di un'auto tutta stretta attorno ad un giaccone a righe sformato... Se non fosse stato per i colori e per altri particolari avrei detto che si trattava di una reduce di un campo di concentramento.
Nella seconda foto c'era invece una casa, con alla sua sinistra un bellissimo albero in fiore (pareva un pesco), e sullo sfondo altre case isolate. La cosa bella di questa immagine, al di là dell'effettiva rilevanza estetica, stava nel fatto che la foto era stata scattata in pieno inverno (c'era neve in terra e sul tetto delle case), ma l'albero si ostinava a fiorire, con le sue foglie che brillavano dorate immerse in una luce che tanto mi ricordava quella che caratterizzava la foto precedente.
Il disco che ho istintivamente legato a queste foto, a Wilhelm, e alla sua storia, è un disco dolce e freddo, lontano e raggelante come il vento che soffia di continuo citato nel suo titolo. E' un disco che parla di amore, di abbandono, di malinconia e di dolcezza, e lo fa con parole scandite lentamente ma urlate da lontano, come se fosse lo stesso vento a trasportarle. La musica, lontano dall'essere aggressiva (sebbene nasca da un genere che faceva della rabbia e della ferocia la sua ragion d'essere) sa essere sferzante, sa tagliare ma non è repulsiva, ti attrae in maniera ipnotica e ti avvolge... Proprio come quel cappotto sformato di quella ragazza. E anche la sensazione di caldo/freddo veicolata dai pezzi è la stessa che la luce con la quale sono state scattate le foto dona ai volti e ai paesaggi.
Il gruppo (anche se di fatto si tratta di una sola persona) che ha fatto questo disco lo ha dedicato alla ragazza in copertina (la madre dell'artista), ma leggendo il post della moglie di Wilhelm il collegamento con lui è stato automatico, e credo che anche lo stesso artista (il cui disco è stato pubblicato proprio dall'etichetta di Wilhelm) leggendo la notizia immediatamente avrà ricollegato le cose.
Ormai sono alcuni giorni che è comparso questo post ma ancora ci penso, e non me ne faccio una ragione: penso che lui aveva quasi la mia età, penso a cosa possa essere successo per aver interrotto così bruscamente la sua vita, e penso all'enorme, immenso, freddo vuoto che lasci quando te ne vai così, da un giorno all'altro: anche se, ne sono sempre stato convinto, se sei una persona buona, se hai fatto alcune belle cose per chi ti sta intorno, quando te ne andrai lascerai comunque un alone dorato, una presenza, un profumo che le persone ricondurranno sempre e assoceranno sempre a te. Così sarà anche per Wilhelm, così è stato, almeno per quanto mi riguarda, per David Gold prima di lui.
"Until the Wind Stops Blowing" è l'ultimo disco dei Clouds Collide, monicker dietro il quale si nasconde il solo Chris Pandolfo. Il genere proposto fa capo ad un post-black metal molto venato dallo shoegaze ("Blackgaze" o "Blackenede Shoegaze" ho letto anche): per capirsi, siamo dalle parti del primissimo Alcest. Il gusto per la melodia sognante innestata su tappeti black accomuna i due, anche se lo scream di Pandolfo è meno potente e lancinante di quello di Neige, più effettato e fuso con i contorni della musica che propone, quasi uno strumento aggiunto. Inoltre dove i primi dischi di Neige potevano ricordare un tiepido pomeriggio autunnale qui siamo in pieno inverno, in una mattina caratterizzata da un cielo sgombro di nuvole e da folate improvvise di vento gelido... Freddo e vento che caratterizzano tutto il lavoro, dal titolo a vari innesti nei vari pezzi. Si tratta di un lavoro da ascoltare tutto d'un fiato, in grado di cullare l'ascoltatore sebbene la proposta non sia, ovviamente, delle più dirette ed accessibili.
Attualmente non so quale possa essere la reperibilità "fisica" del disco (non credo sia un problema per il formato digitale): causa la chiusura dell'etichetta per la quale è stato pubblicato, Khrysanthoney, credo che il punto di riferimento principale rimanga l'autore stesso. E' comunque un lavoro che va ascoltato, almeno prima che arrivi l'estate, quando è ancora vivo il ricordo dell'inverno. Di certo va ascoltato quando si vuole pensare a qualcuno che non c'è più, perché come dice lo stesso Pandolfo parlando del suo progetto, i cardini sui quali fonda la sua musica sono "Music. Life. Death. Dreams. Memories. Nostalgia. Ups. Downs. "
Nota: non volevo che venisse fuori un elogio funebre, ma questa è la natura delle mie "recensioni blogghettose": scrivo solo se la musica mi comunica immagini, e stavolta è andata così. Spero di non avervi tediato, ma mi sentivo di scrivere due parole su una persona che non c'è più e su un gran disco che, per fortuna, sono riuscito ad acquistare, e che terrò ancora più caro.
The Way the Wind Blew
http://www.debaser.it/recensionidb/ID_40912/Clouds_Collide_Until_the_Wind_Stops_Blowing.htm
venerdì 9 maggio 2014
Sulla musica sofferente e sul pathos
immagine "rubata" ai Clouds Collide
Certa musica soffre.
Alcuni dischi lo senti che patiscono, lo senti nella voce del cantante, straziata e straziante, graffiata e graffiante (è la prima cosa che salta all'orecchio di un ascoltatore non avvezzo a certe sonorità), ma se questa musica è il tuo pane quotidiano, se ne ascolti a palate tutti giorni, riesci tranquillamente ad andare oltre alla voce disperata, e lì cominci a fare diversificazioni, e a capire cosa colpisce davvero il cuore e cosa invece si ferma alla pelle, e quindi cosa rimarrà indelebile (o comunque per un po' di tempo) e cosa invece sarà cancellato dall'ascolto successivo.
E' bello allora rendersi conto che certi dischi catalogati come depressive, strappalacrime e strappamutande, che possono causare tendenze suicide ecc, alla fine ti mettono quasi di buon umore, li ascolti con disinvoltura e senza neanche attenzione; così come è bello, ascolto dopo ascolto, rendersi conto che un disco apparentemente semplice si rivela di una complessità inaspettata, e che anche se apparentemente dotato di melodie (che parola da usare nel black metal!) ariose e cristalline sa veicolare una malinconia piacevole che non ti aspettavi affatto di trovarci.
"Pathos [πάθος, pathos] (dal greco πάσχειν "paschein", letteralmente "soffrire" o "emozionarsi") è una delle due forze che regolano l'animo umano secondo il pensiero greco. Esso si oppone al Logos, che è la parte razionale. Il Pathos infatti corrisponde alla parte irrazionale dell'animo.
Per gli antichi greci questa "forza emotiva" era strettamente collegata alle realtà dionisiache o comunque dei riti misterici. Per questo il Pathos indicava tutti gli istinti irrazionali che legano l'uomo alla sua natura animale e gli impediscono di innalzarsi al livello divino.
Nell'Italiano moderno può assumere il significato di carica emotiva e di commozione derivati dalle rappresentazioni teatrali e delle arti figurative in genere, il sentimento insito in un'opera. In epica, quando si parla di pathos, si intendono quelle sequenze della vicenda più cariche di emozioni, come quando si descrive qualcosa di triste, una sofferenza."
E' proprio questa la condizione che si crea in questi momenti, e fa così strano alla gente che sia un genere (apparentemente) intransigente come il black metal a crearla... Perché non sanno che non si tratta di black metal soltanto, ma di un figlio bastardo di unioni ora con il post rock, ora con lo shoegaze, ora con il folk, ora con il post HC. Lo dicevamo con un mio amico qualche giorno fa:
"D. - Ma quanto sarà bello il black metal, ancora dopo 25 anni regala soddisfazioni
Io - Vero?
D. - Credo che quello che cantava con me e diceva/scriveva che era stato il nuovo punk avesse ragione... Se pensi a come generi siano riusciti a modificarsi, cambiare, infiltrarsi e rimanere vitali aveva proprio ragione
Io - No no infatti, è vitalissimo, molto più di tanti altri generi nel metal... E per come era nato, così oltranzista, è quasi un paradosso."
Questo post è nato da alcuni ascolti che sto facendo in questi giorni: tra scoperte e riscoperte mi sono reso conto che c'è un filo conduttore in tutto quello che ascolto, il pathos appunto, il saper emozionare (con la malinconia nel mio caso), e poco importa se si parla di Cascadian Black Metal, Depressive Black Metal, Post Black Metal o altre diversificazioni simili, l'importante è arrivare a questa condizione.
Qualche ascolto:
Clouds Collide - As If a Dead Leaf
Harakiri For The Sky - Mad World
Regarde Les Hommes Tomber - II Wanderer Of Eternity
So Hideous - My Light
Saor - Roots
Wolves In The Throne Room - I Will Lay Down My Bones Among The Rocks And Roots
Alda - Wandering Spirit
Thränenkind - This Story of Permanence
...e tante altre...
lunedì 7 aprile 2014
A moment of clarity
Per molti la primavera è sinonimo di ritorno alla vita, di movimento, di attivismo fisico: le giornate migliorano, sono più lunghe, e le persone come gli animali come la natura stessa si preparano a quello che è il loro picco di gioia, l'estate. Personalmente avverto invece la primavera come torpore, come invito a fermarsi tra il sole e l'ombra e a riflettere a caso, a ruota libera, su tutto. Attivismo quindi anche in questo caso, ma mentale più che fisico, portato a camminare con la testa più che con le gambe.E' allora che, seduto su degli scalini all'ombra, in una bella giornata in cui preferiresti essere da un'altra parte (perché hai la testa altrove magari), ma sai che dovrai passare tra quattro mura altre 4-5 ore, è allora dico che ti metti a vagare, e che il tempo comincia a scorrere in maniera diversa, anarchica.
Con nelle orecchie un disco perfetto per quell'occasione pensi a tante cose... Pensi a cosa hai tra le mani adesso, e a quanto niente sia per sempre; pensi al perché una persona dovrebbe riversare tanto amore verso un animale domestico, se questo poi se ne andrà, e ti lascerà vuoto; pensi se ne valga la pena, pensi se in fondo ne esci arricchito o privato (sono arrivato alla conclusione che sono entrambe le cose, e che rifarei ogni singolo passo che ho fatto). Pensi a come stavi un anno fa, a cosa ti preparavi a fare, a quante ne hai passate e a quante ancora ne passerai con la persona che ti sta accanto; pensi alle priorità, al levarsi di torno in due o tre (la persona che ami e "l'animale domestico" di cui sopra) per andare dovenonsisabastalevarsiditornodaqui, pensi alla frenesia e all'ansia che alle volte ti assalgono, e alla voglia che avresti di prendere e uscire in giardino.
Poi pensi a quanto sia inutile quanto scritto fino ad ora, a quanto sia scontato, trito e ritrito, te ne vergogni quasi, stai per cancellare questa pagina ma poi no, chi se ne frega, io la tengo senti. Tanto la pubblico nel mio blog, che originariamente doveva servire da taccuino dei miei stati d'animo. Eccolo allora un bello stato d'animo, un'istantanea di un giorno di aprile in cui ti senti sull'orlo di qualcosa ma non sai di cosa, forse non è nulla, forse non accadrà niente e i giorni andranno avanti come sempre.
Odio la primavera, mi fa pensare: preferisco l'autunno o l'inverno, almeno sei costretto a muoverti fisicamente sennò ti piglia freddo o ti bagni.
PS: Il disco in questione, se può interessare, è "Weminuchia" degli Evergreen Refuge. Si tratta di un album di un'oretta circa composto di sole tre tracce, un post rock "boscaiolo", nel senso che è fortemente imbastardito da quel feeling cascadiano che tanto mi piace. Musica forse impegnativa, ma incredibilmente avvolgente e calda. Si trova qui.
martedì 28 gennaio 2014
Going analog (back again)
Devo riconoscere che è stata una sensazione davvero strana e insolita, qualcosa che, relativamente a questo ambito, era molto che non provavo...
Pochi giorni fa mi è presa la voglia di ritirare fuori il mio vecchio Walkman e di ricomprarmi qualche cassetta, credo spinto dal fatto che molti gruppi che ascolto (e alcune etichette) amano pubblicare i loro lavori anche su questo formato. A ben pensarci l'analogico con un genere come il black metal o il doom si sposa da dio, essendo questi stili musicali nati negli anni in cui la cassetta era l'unico supporto portatile. Considerato che la mia passione per loro è nata quando ormai i CD erano il principale supporto audio (e anzi si stavano affacciando pure gli MP3) ero curioso di sentire come potesse essere il suono di una cassetta di un gruppo black. Grazie a un'etichetta newyorkese ho ordinato per una cifra irrisoria sei cassette agli inizi di questo mese, e stamani alle 10:00 ero già lì che scartavo il pacchetto arrivatomi con una velocità inaspettata.
Da consumatore di CD sono abituato a scartare un album nuovo di pacca, eppure la cosa mi ha fatto un certo effetto, forse per colpa del formato per me non più consueto, fatto è che mi brillavano gli occhi scartando quelle confezioni di plastica, prendendo nuovamente in mano cose che erano anni che non toccavo più, almeno non con quell'attenzione che stavo adesso dando loro. Mi ha colpito molto il fatto che le cassette fossero numerate a mano, segno di "esclusività" dell'opera (Pop Art, quanto hai insegnato al mondo!), e anche il fatto che una cassetta non presentasse scritte varie come le altre ma recasse semplicemente il logo "Sony Hi Definition" mi ha fatto tornare alla mente i pomeriggi passati a registrare compilation con il mio vecchio stereo a doppia cassetta (un lusso per me!).
Il bello è venuto a casa, quando ho inserito, una dopo l'altra, le varie cassette nel Walkman, per l'occasione collegato alle cuffie "da DJ" (non so come chiamarle le cuffie che andavano un tempo, che fasciavano la testa e si poggiavano sopra le orecchie). C'è voluto un attimo per ricordarsi il lato giusto da mettere, ma quando ho premuto play mi sono immediatamente reso conto di quanto la musica digitale, anche quella meglio registrata, sia pur sempre fredda se confrontata con una cassetta. E attenzione non parlo di definizione del suono (ovviamente non c'è paragone) ma proprio di calore del suono, un po' quello che dicono sempre anche i cultori del vinile (con le ovvie distanze). I suoni gelidi del black arrivavano alle mie orecchie pastosi, caldi, avvolgenti, piacevolmente ovattati, mi è sembrato di scoprire un nuovo mondo di ascoltare musica.
Per praticità ho anche le versione in digitale dei sei album acquistati in cassetta, ma l'ascolto primario sarà sempre riservato alla loro controparte analogica: se in soli cinque minuti ho avuto tutte queste soddisfazioni posso solo immaginare come mi sentirò a fine album.
Federico is going analog!
PS per dovere di cronaca, questa è l'etichetta alla quale ho fatto riferimento: http://brokenlimbsrecordings.com/
The Night Heir
domenica 15 dicembre 2013
2013: a (metal) retrospective
Un'annata particolarmente ricca dal punto di vista musicale questa che sta per chiudersi, che ha saputo regalarmi moltissime sorprese musicali, non necessariamente metal. Una conferma su tutte, il "Cascadian Black Metal", derivazione atmosferico/ambientalistica del black metal a stelle e strisce che si è guadagnato ancora una volta il trono del mio genere musicale preferito... Ma c'è anche altro!
Thränenkind - "The Elk"
Splendido LP di esordio di questi tedeschi, a grandi linee facenti parte del post black metal, anche se ascoltandoli non tardano a saltare all'orecchio tante altre influenze del gruppo: depressive (rock e metal che sia), post hardcore, post rock, il tutto si mischia in maniera uniforme in questo lavoro. Le canzoni si susseguono mantenendo un mood disperato e malinconico di fondo, ma mutando di volta in volta il modo in cui questo viene comunicato: all'orecchio giungono echi di Katatonia (fase "mediana"), Lantlos, Amesoeurs, Fall Of Efrafa, The Elijah, Explosions in The Sky, band molto diverse tra loro che paiono aver trovato un tratto comune in questo disco.
Album che cresce alla distanza e rimane intatto nel tempo, basta solo farvi catturare dalle sue grigie trame.
Locrian - "Return To Annihilation"
I Locrian hanno saputo mettere in musica l'annientamento, la nebbia, la paura e la sensazione di impotenza di fronte a un qualcosa più grande di te. Senza guardare in faccia a nessuno, senza cercare per forza consensi, i Nostri colpiscono l'ascoltatore con un maglio fatto di black metal, noise, ambient, post rock e drone, giungendo addirittura a lidi psichedelici stranianti a spaziali (devono aver ascoltato "A Saucerful Of Secrets"!!!): il risultato? "Return to Annihilation" spiazza dall'inizio alla fine, impaurisce ed irretisce, è una continua sorpresa anche se lo hai già ascoltato venti volte, e ti costringe quasi a premere nuovamente "play" una volta che è terminato. Straziante e lacerante.
Lux Interna - "There is Light in the Body There is Blood in the Sun"
Che sorpresa! I Lux Interna sono un combo di Neofolk made in USA, un gruppo che, nonostante suoni un genere a me abbastanza lontano (nonostante sia una delle radici di molti gruppi che ascolto), mi hanno colpito e stregato sin da subito. Merito dell'aspetto rituale e purificatorio della loro musica, sebbene presenti una certa oscurità di fondo che è rintracciabile, se spogliati dal black metal, anche in band come Alda, Wolves in The Throne Room e simili (quindi comunque gruppi “cascadiani”, della zona del Pacific North West).
Per ricreare le caratteristiche vincenti citate poco sopra i Nostri si sono basati molto sulla ripetizione continua di strutture e voci e sull'uso di strumenti “tipici” della cultura delle First Nations, appagando l’ascoltatore donandogli un senso di pace e di unione con la natura; la voce del cantante poi molto mi ha ricordato il Lanegan di “Bubblegum”, il Cave delle “Murder Ballads” e, a sprazzi, anche il Lou Reed di “Venus in Furs”.
Insomma, una proposta interessante da provare sia per gli amanti del (Neo)folk che per quelli del black Cascadian, che magari possono ritrovare in questo disco le stesse sensazioni provate con altre band.
Apocynthion - "Sidereus Nuncius"
Post black metal sulla scia di Alcest, Amesoeurs, Austere, Les Discrets, Lantlos... Ma non solo. Con "Sidereus Nuncius" gli spagnoli ci trasportano in una dimensione priva di coordinate spaziotemporali, cullandoci con ritmiche ipnotiche tipicamente darkwave e sferzandoci con improvvise accelerazioni black, e regalandoci un lavoro che è uscito in sordina ma che in poco tempo si è fatto conoscere ed apprezzare da un pubblico (relativamente, per il genere suonato) vasto.
Sadhaka - "Terma"
Poteva mancare il Cascadian Black Metal in questa lista? Ovviamente no! Dal nulla sono spuntati questi Sadhaka, che con "Terma" hanno saputo donarmi un disco che è entrato direttamente tra i miei preferiti nel genere. Non siamo di fronte a dei novellini: nel gruppo militano membri dei già più conosciuti Fauna, che qui sono citati nel loro spiccato sciamanesimo, componente fondamentale della musica dei Nostri assieme alla rabbia tipica dei Wolves in the Throne Room, alla furia cieca degli Addaura e all senso della melodia e dell’atmosfera tipico degli Alda o degli Skagos.
Dopo "Terma" sono spariti nuovamente nel fitto delle foreste del nordovest... Speriamo per registrare un nuovo capolavoro!
SADHAKA
Fauna - "Avifauna"
Eccoli anche i Fauna, citati nell'articolo sopra riportato, tornati alla ribalta dopo alcuni anni di anonimato e finalmente in grado di regalarci un disco di Cascadian Black Metal veramente imponente, sia da un punto di vista musicale che per il minutaggio (i pezzi vanno dai 17 ai quasi trenta minuti di durata). Questa scelta non costituisce un tentativo di "allungare il brodo" ma permette alla band di dispiegarsi in tutto suo crescendo emotivo, partendo magari da una semplice base acustica, o da un cinguettio di uccelli, per poi crescere di intensità con ritmiche che rievocano rituali sciamanici o paesaggi notturni caratterizzati da una natura imperante. Se cercate la traduzione del termine "sciamanico" in musica ascoltatevi "Avifauna".
FAUNA
Amiensus - "Restoration"
Il 2013 è stato l'anno della Pest Productions, etichetta cinese che ha messo a segno un colpo dietro l'altro (Apocynthion e Sadhaka fanno parte del suo rooster assieme ad altre realtà molto interessanti come Vallendusk o Stellar Descent), e gli Amiensus rientrano di diritto tra i loro gruppi più promettenti.
Questi ragazzi suonano quello che a un primo ascolto sembrerebbe essere un Symphonic Black Metal sulla scia degli Emperor, ma basta solo ascoltare la tracklist del loro "Restoration" per capire che non c'è solo questo: c'è una forte attrazione nei confronti del progressive, del folk, del Cascadian, il tutto collegato da uno spiccato senso della melodia che in più di un'occasione colpisce diritto il bersaglio.
Non bollateli come cloni ma date loro tempo di crescere dentro di voi, e capirete di avere tra le mani un lavoro davvero degno di nota!
Sombres Forêts - "La Mort du Soleil"
I Sombres Forêts sono il progetto di Annatar, musicista del Québec già visto all'opera nei Miserere Luminis: due band queste che, assieme ai Gris, costituiscono una triade di tutto rispetto nel panorama black di questa regione del Canada. "La Mort du Soleil" è un disco dirompente nella sua disperata teatralità, sontuoso, sofferente e colto, un disco forse meno intransigente dei Gris, forse meno avanguardistico dei Miserere Luminis (ma guai a non definirlo ricercato!), ma di gran lunga, almeno per me, più fruibile, distruttivo (sul piano psicologico) e coinvolgente. E quella copertina poi ne è degna presentazione e sintesi.
Encircling Sea - "A Forgotten Land"
Si può suonare "cascadiani" pur vivendo dall'altra parte di queste zone? La risposta è sì, se si segue quanto fatto dagli australiani Encircling Sea. Se si ignora infatti la provenienza geografica dei Nostri questo "A Forgotten Land" sembrerebbe quasi essere frutto del sottobosco del nordovest americano, tale è la potenza e il senso di ritualità e comunione con la natura ricreato dalla band. Brani che partono lenti, crescono grazie a riff che si assommano e si fondono gli uni con gli altri, per poi esplodere, annodarsi attorno al tuo collo, e rilasciarti solo quando sei a un passo dal soccombere. Passionali e feroci.
Hanging Garden - "At Every Door"
Abbandonati i canonici e sicuri lidi del doom death che ne ha accompagnato gli esordi, i finlandesi Hanging Garden hanno raggiunto la maturità con questo lavoro, trovando quella che forse è la loro vera natura. Unendo la base doom che da tempo li caratterizza con le progressioni del post metal e la nebbia tipica della darkwave (i The Cure spuntano un po' ovunque!) questi ragazzi hanno saputo finalmente dare un senso alla loro musica, rendendola finalmente riconoscibile e distinguendosi dalla massa. "At Every Door " è un lavoro spiazzante, pesante e leggero al tempo stesso, ora impalpabile, ora denso e ben presente, di sicuro una sorpresa!
Regarde Les Hommes Tomber - "Regarde Les Hommes Tomber"
Altra etichetta che ho imparato a tenere d'occhio, la Debemur Morti ha pubblicato l'omonimo esordio dei Regarde Les Hommes Tomber, ed ha fatto centro.
Tellurici e apocalittici i Nostri si muovono con eccezionale maestria nelle lande infuocate i cui cancelli ci furono aperti ormai qualche anno fa dai Neurosis, facendosi largo tra lo zolfo e le fiamme di una civiltà sull'orlo del collasso a forza di riff post metal e ritmiche black metal. Il suono del crollo della Torre di Babele?
The Flight Of Sleipnir - "Saga"
A sorpresa nel 2013 si sono rifatti vivi anche i "miei" amati The Flight Of Sleipnir, con un lavoro forse meno sanguigno del precedente "Essence Of Nine", ma non per questo meno affascinante. Fautori di un misto tra doom classico, stoner, epic metal, folk, psichedelia e black metal (quest'ultimo solo nella voce e in qualche sfuriata), i Nostri hanno in questo lavoro data maggiore rilevanza al comparto folk e epic, consegnandoci un lavoro forse un po' più atmosferico e fumoso, che comunque lascia trasparire la classe del gruppo e che si fa ascoltare dall'inizio alla fine stregando senza troppa fatica.
Vattnet Viskar - "Sky Swallower"
Altra band USA in grado di regalare brividi agli amanti del "nuovo corso" del black metal... Non siamo in territori Cascadian ma più post black, eppure il risultato non cambia: furia e sezioni ipnotiche e atmosferiche si alternano con estrema fluidità all'interno dei pezzi di questo gruppo, che di certo non inventa niente di nuovo, ma sa donare emozioni forti a chi è alla ricerca di un black un po' più raffinato e non "semplicemente" grezzo e veloce.
...che annata ragazzi!!!
Thränenkind - "The Elk"
Splendido LP di esordio di questi tedeschi, a grandi linee facenti parte del post black metal, anche se ascoltandoli non tardano a saltare all'orecchio tante altre influenze del gruppo: depressive (rock e metal che sia), post hardcore, post rock, il tutto si mischia in maniera uniforme in questo lavoro. Le canzoni si susseguono mantenendo un mood disperato e malinconico di fondo, ma mutando di volta in volta il modo in cui questo viene comunicato: all'orecchio giungono echi di Katatonia (fase "mediana"), Lantlos, Amesoeurs, Fall Of Efrafa, The Elijah, Explosions in The Sky, band molto diverse tra loro che paiono aver trovato un tratto comune in questo disco.
Album che cresce alla distanza e rimane intatto nel tempo, basta solo farvi catturare dalle sue grigie trame.
Locrian - "Return To Annihilation"
I Locrian hanno saputo mettere in musica l'annientamento, la nebbia, la paura e la sensazione di impotenza di fronte a un qualcosa più grande di te. Senza guardare in faccia a nessuno, senza cercare per forza consensi, i Nostri colpiscono l'ascoltatore con un maglio fatto di black metal, noise, ambient, post rock e drone, giungendo addirittura a lidi psichedelici stranianti a spaziali (devono aver ascoltato "A Saucerful Of Secrets"!!!): il risultato? "Return to Annihilation" spiazza dall'inizio alla fine, impaurisce ed irretisce, è una continua sorpresa anche se lo hai già ascoltato venti volte, e ti costringe quasi a premere nuovamente "play" una volta che è terminato. Straziante e lacerante.
Lux Interna - "There is Light in the Body There is Blood in the Sun"
Che sorpresa! I Lux Interna sono un combo di Neofolk made in USA, un gruppo che, nonostante suoni un genere a me abbastanza lontano (nonostante sia una delle radici di molti gruppi che ascolto), mi hanno colpito e stregato sin da subito. Merito dell'aspetto rituale e purificatorio della loro musica, sebbene presenti una certa oscurità di fondo che è rintracciabile, se spogliati dal black metal, anche in band come Alda, Wolves in The Throne Room e simili (quindi comunque gruppi “cascadiani”, della zona del Pacific North West).
Per ricreare le caratteristiche vincenti citate poco sopra i Nostri si sono basati molto sulla ripetizione continua di strutture e voci e sull'uso di strumenti “tipici” della cultura delle First Nations, appagando l’ascoltatore donandogli un senso di pace e di unione con la natura; la voce del cantante poi molto mi ha ricordato il Lanegan di “Bubblegum”, il Cave delle “Murder Ballads” e, a sprazzi, anche il Lou Reed di “Venus in Furs”.
Insomma, una proposta interessante da provare sia per gli amanti del (Neo)folk che per quelli del black Cascadian, che magari possono ritrovare in questo disco le stesse sensazioni provate con altre band.
Apocynthion - "Sidereus Nuncius"
Post black metal sulla scia di Alcest, Amesoeurs, Austere, Les Discrets, Lantlos... Ma non solo. Con "Sidereus Nuncius" gli spagnoli ci trasportano in una dimensione priva di coordinate spaziotemporali, cullandoci con ritmiche ipnotiche tipicamente darkwave e sferzandoci con improvvise accelerazioni black, e regalandoci un lavoro che è uscito in sordina ma che in poco tempo si è fatto conoscere ed apprezzare da un pubblico (relativamente, per il genere suonato) vasto.
Sadhaka - "Terma"
Poteva mancare il Cascadian Black Metal in questa lista? Ovviamente no! Dal nulla sono spuntati questi Sadhaka, che con "Terma" hanno saputo donarmi un disco che è entrato direttamente tra i miei preferiti nel genere. Non siamo di fronte a dei novellini: nel gruppo militano membri dei già più conosciuti Fauna, che qui sono citati nel loro spiccato sciamanesimo, componente fondamentale della musica dei Nostri assieme alla rabbia tipica dei Wolves in the Throne Room, alla furia cieca degli Addaura e all senso della melodia e dell’atmosfera tipico degli Alda o degli Skagos.
Dopo "Terma" sono spariti nuovamente nel fitto delle foreste del nordovest... Speriamo per registrare un nuovo capolavoro!
SADHAKA
Fauna - "Avifauna"
Eccoli anche i Fauna, citati nell'articolo sopra riportato, tornati alla ribalta dopo alcuni anni di anonimato e finalmente in grado di regalarci un disco di Cascadian Black Metal veramente imponente, sia da un punto di vista musicale che per il minutaggio (i pezzi vanno dai 17 ai quasi trenta minuti di durata). Questa scelta non costituisce un tentativo di "allungare il brodo" ma permette alla band di dispiegarsi in tutto suo crescendo emotivo, partendo magari da una semplice base acustica, o da un cinguettio di uccelli, per poi crescere di intensità con ritmiche che rievocano rituali sciamanici o paesaggi notturni caratterizzati da una natura imperante. Se cercate la traduzione del termine "sciamanico" in musica ascoltatevi "Avifauna".
FAUNA
Amiensus - "Restoration"
Il 2013 è stato l'anno della Pest Productions, etichetta cinese che ha messo a segno un colpo dietro l'altro (Apocynthion e Sadhaka fanno parte del suo rooster assieme ad altre realtà molto interessanti come Vallendusk o Stellar Descent), e gli Amiensus rientrano di diritto tra i loro gruppi più promettenti.
Questi ragazzi suonano quello che a un primo ascolto sembrerebbe essere un Symphonic Black Metal sulla scia degli Emperor, ma basta solo ascoltare la tracklist del loro "Restoration" per capire che non c'è solo questo: c'è una forte attrazione nei confronti del progressive, del folk, del Cascadian, il tutto collegato da uno spiccato senso della melodia che in più di un'occasione colpisce diritto il bersaglio.
Non bollateli come cloni ma date loro tempo di crescere dentro di voi, e capirete di avere tra le mani un lavoro davvero degno di nota!
Sombres Forêts - "La Mort du Soleil"
I Sombres Forêts sono il progetto di Annatar, musicista del Québec già visto all'opera nei Miserere Luminis: due band queste che, assieme ai Gris, costituiscono una triade di tutto rispetto nel panorama black di questa regione del Canada. "La Mort du Soleil" è un disco dirompente nella sua disperata teatralità, sontuoso, sofferente e colto, un disco forse meno intransigente dei Gris, forse meno avanguardistico dei Miserere Luminis (ma guai a non definirlo ricercato!), ma di gran lunga, almeno per me, più fruibile, distruttivo (sul piano psicologico) e coinvolgente. E quella copertina poi ne è degna presentazione e sintesi.
Encircling Sea - "A Forgotten Land"
Si può suonare "cascadiani" pur vivendo dall'altra parte di queste zone? La risposta è sì, se si segue quanto fatto dagli australiani Encircling Sea. Se si ignora infatti la provenienza geografica dei Nostri questo "A Forgotten Land" sembrerebbe quasi essere frutto del sottobosco del nordovest americano, tale è la potenza e il senso di ritualità e comunione con la natura ricreato dalla band. Brani che partono lenti, crescono grazie a riff che si assommano e si fondono gli uni con gli altri, per poi esplodere, annodarsi attorno al tuo collo, e rilasciarti solo quando sei a un passo dal soccombere. Passionali e feroci.
Hanging Garden - "At Every Door"
Abbandonati i canonici e sicuri lidi del doom death che ne ha accompagnato gli esordi, i finlandesi Hanging Garden hanno raggiunto la maturità con questo lavoro, trovando quella che forse è la loro vera natura. Unendo la base doom che da tempo li caratterizza con le progressioni del post metal e la nebbia tipica della darkwave (i The Cure spuntano un po' ovunque!) questi ragazzi hanno saputo finalmente dare un senso alla loro musica, rendendola finalmente riconoscibile e distinguendosi dalla massa. "At Every Door " è un lavoro spiazzante, pesante e leggero al tempo stesso, ora impalpabile, ora denso e ben presente, di sicuro una sorpresa!
Regarde Les Hommes Tomber - "Regarde Les Hommes Tomber"
Altra etichetta che ho imparato a tenere d'occhio, la Debemur Morti ha pubblicato l'omonimo esordio dei Regarde Les Hommes Tomber, ed ha fatto centro.
Tellurici e apocalittici i Nostri si muovono con eccezionale maestria nelle lande infuocate i cui cancelli ci furono aperti ormai qualche anno fa dai Neurosis, facendosi largo tra lo zolfo e le fiamme di una civiltà sull'orlo del collasso a forza di riff post metal e ritmiche black metal. Il suono del crollo della Torre di Babele?
The Flight Of Sleipnir - "Saga"
A sorpresa nel 2013 si sono rifatti vivi anche i "miei" amati The Flight Of Sleipnir, con un lavoro forse meno sanguigno del precedente "Essence Of Nine", ma non per questo meno affascinante. Fautori di un misto tra doom classico, stoner, epic metal, folk, psichedelia e black metal (quest'ultimo solo nella voce e in qualche sfuriata), i Nostri hanno in questo lavoro data maggiore rilevanza al comparto folk e epic, consegnandoci un lavoro forse un po' più atmosferico e fumoso, che comunque lascia trasparire la classe del gruppo e che si fa ascoltare dall'inizio alla fine stregando senza troppa fatica.
Vattnet Viskar - "Sky Swallower"
Altra band USA in grado di regalare brividi agli amanti del "nuovo corso" del black metal... Non siamo in territori Cascadian ma più post black, eppure il risultato non cambia: furia e sezioni ipnotiche e atmosferiche si alternano con estrema fluidità all'interno dei pezzi di questo gruppo, che di certo non inventa niente di nuovo, ma sa donare emozioni forti a chi è alla ricerca di un black un po' più raffinato e non "semplicemente" grezzo e veloce.
...che annata ragazzi!!!
giovedì 31 ottobre 2013
Il cimitero degli elefanti
Quando ero piccolo guardando il Re
Leone scoprii una cosa tristissima: gli elefanti, quando sentivano di
essere prossimi alla morte, lasciavano il branco per affrontare, da
soli, il loro destino. La cosa ebbe su di me un effetto dirompente,
come del resto tutto il film in sé.
Con il tempo ho poi scoperto che questa
pratica di abbandonare i propri luoghi familiari per morire è comune
anche ad altri animali: lupi, cani, gatti, tutti, seppur
addomesticati, preferiscono allontanarsi, se sono in grado di farlo,
per passare con se stessi gli ultimi momenti di vita. Oggi come
allora però non riesco a capire questa cosa: perché se sei stato
coccolato, accudito e viziato, vuoi privare i tuoi cari delle tue
ultime ore di vita su questa terra?
Ho pensato a tutto questo oggi
pomeriggio, quando mio padre mi ha telefonato per dirmi che Neve, la
nostra pastore maremmano mista a setter mista a golden, ci ha
lasciato dopo anni di lotte contro tanti tumori che ne stavano
devastando l'organismo. Neve non abitava più con me da ormai cinque
anni, essendomi io trasferito a vivere prima da solo, poi con la mia
ragazza (ora moglie), ed avendo già un mio cane, Ginny, una cucciola
di Cavalier King di tre anni e mezza, mia (e nostra) immensa gioia.
Vedevo Neve solo nel fine settimana, quando andavo a trovare i miei
genitori: aveva sempre uno sguardo o una leccatina dolce per tutti,
per me, per Ginny, per i micini che, quando entravano in casa, appena
la vedevano le si lanciavano addosso per fare tante fusa. Erano però
alcuni mesi che camminava molto male: un brutto tumore (uno dei tanti
che aveva) si era gonfiato a tal punto da impedirle di muovere quasi
del tutto una zampa davanti: i movimenti risultavano lenti e
faticosi, complice poi anche l'età che avanzava inesorabile (Neve
era nata nel dicembre 2001). Ciò nonostante come detto l'occhio era
dolce e vigile, la mente sempre ben presente, rispondeva attivamente
quando i miei genitori (e soprattutto mio padre) le parlavano. Sì
perché noi in famiglia non abbiamo mai “dato ordini” ai cani,
abbiamo sempre parlato con loro, e visti i risultati che ci hanno
dato sinora, Ginny compresa, ritengo che sia la cosa più giusta.
Ovviamente questo giochino ti porta ad affezionarti ogni giorno di
più a queste bestiole, talvolta la razionalità che dovrebbe
caratterizzare il tuo cervello di umano evoluto va a farsi benedire,
e ti trovi a piangere come un bambino nonostante i tuoi sessanta
anni.
Mio padre, in lacrime, mi ha raccontato
che Neve è uscita nell'orto, si è scavata una buca e vi si è
rintanata, uggiolando solitaria. Quando mia madre, accortasi della
sua assenza, l'ha cercata eppoi trovata, l'ha accarezzata più volte,
ricevendo in cambio uno sguardo dolcissimo, seppur in procinto di
spegnersi. Quando mio padre (che lei ha sempre considerato il suo
“vero” padrone) l'ha accarezzata, lei ha smesso di piangere, per
poi iniziare ad ululare quando lui si è allontanato. Neve stava male
da alcuni giorni, è peggiorata nel giro di poche ore, ma mai, mai si
era comportata in quel modo, mai sentita uggiolare di paura o
dolore... Ha sempre affrontato tutto in silenzio, e pare che questa
forza l'abbia trasmessa anche alla piccola Ginny, che non si lamenta
mai, neppure quando sta molto male.
Vedendola in quello stato mio padre ha
capito: dio solo sa quanto gli è costato chiamare il veterinario per
farla addormentare, dio solo sa quanto ha patito nel vederla viva
l'ultima volta... Ma dio solo sa quanto è stata male Neve in questi
momenti. Ora quindi mi chiedo: è stato giusto attendere? Forse
soffriva molto anche prima ma la sua tempra la portava a non
esprimersi in alcun modo, finché il dolore non è stato
insopportabile? Io sono stato felice che Neve se ne sia andata a casa
sua, ma tutte quelle sofferenze non so se gliele avrei fatte
passare... Ed è un bene che l'abbia vista per l'ultima volta quattro
giorni fa: l'ho accarezzata, salutata, e ho preso accordi con
qualcuno affinché non fosse sola una volta lassù. La mia coscienza
è tranquilla, non avrei sicuramente retto nel sentirla in quello
stato, visto come reagisco quando Ginny sta male.
Arrivò d'inverno, ero appena rientrato
a casa e mio padre me la fece vedere: la presi in braccio, la portai
in casa e la misi sul mio letto... Non si è più schiodata dai letti
di casa, finché ha potuto! La sera doveva dormire fuori... Sì come
no! Mia madre, al tempo abbastanza intollerante nei confronti dei
cani, sentendola guaire ed arrampicarsi da sola sulla rete che la
separava dal giardino, per venire in casa, fu commossa a tal punto
che la liberò e vietò a mio padre di farla dormire fuori, se non
espressamente richiesto dalla stessa Neve.
Ricordo i giochi sul letto, le lotte,
le corse in corridoio e nel bosco, i pomeriggi passati a studiare con
lei sul letto, le volte che, per febbre, me ne stavo a letto (con lei
distesa sopra a bloccarmi il respiro)... Ricordo quanto le volevano
bene i vari micini, ricordo lei che correva per casa con il povero
persiano rosso, Toto, in bocca: lo trattava come un giocattolino!
Ricordo le volte che ha ringhiato in presenza di estranei, quando ha
difeso la piccola Ginny dall'assalto di un altro cane che la voleva
mordere... E ricordo la sua fiera indole di pastore maremmano, che la
portò una sera d'estate, con i cinghiali in giardino (erano passati
dal cancello che dava sul bosco) a non alzare un dito preferendo
osservarli dalla cima delle scale tranquillamente distesa! Cane da
pastore sì, ma mica scemo!
Come scrissi in un mio vecchio post, quando penso a lei mi ricordo immediatamente di questo passo de "Il Richiamo della Foresta":
"Mentre Buck li guardava, Thornton
s'inginocchiò vicino a lui, e con le sue rozze e affettuose mani
cercò se vi fossero ossa rotte. Quando fu sicuro che non vi era
niente altro se non molte contusioni e un terribile stato d'inedia,
la slitta si era allontanata di un quarto di miglia. Il cane e l'uomo
la guardavano strisciare sul ghiaccio.
Improvvisamente videro sprofondare la
parte posteriore e il timone, con Hal aggrappato, ergersi nell'aria.
Giunse alle loro orecchie l'urlo di Mercedes. Videro Charles voltarsi
e fare un passo per tornare indietro, poi un'intera lastra di
ghiaccio cedette, e i cani e gli uomini scomparvero. Rimase solo una
buca aperta. La pista aveva ceduto.
John Thornton e Buck si guardarono.
- Poveri diavoli, - disse John
Thornton.
E Buck gli leccò la mano."
Mi piace pensare che adesso è lassù
con una persona che sta già vegliando su di lei, mi piace pensare
che parte della sua forza e intelligenza siano passate a Ginny, e mi
piace pensare che, anche con lei, un giorno ci riabbracceremo, in un
modo o nell'altro.
Ciao Nevona.
Scattered like seeds on the wind,
we fall evermore from the Spring
ever-growing,
and we dream of the Cycle’s end.
Asleep at the fire’s edge we await.
Asleep at the fire’s edge we dream
and count the Cycles.
Asleep at the fire’s edge we dream
and count the passings…
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