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lunedì 19 novembre 2018

Hai paura del Bosco?




Ci sono boschi strani, cupi, ancestrali, rifugio per le nostre paure più arcane. Questi luoghi sono popolati da creature che di norma albergano solo nella nostra testa, nelle nostre paranoie, nei nostri incubi, esseri alimentati dalle nostre lacrime e dai nostri brividi, dai pianti di quando eravamo bambini ed avevamo paura a lasciare la mano calda e protettiva dei genitori, ma anche dalle incertezze che viviamo ogni giorno, "da grandi", lanciati in un mondo che non riusciamo a comprendere.
Questi boschi oscuri sono frondosi, non lasciano filtrare la luce, sono rigogliosi in maniera selvaggia e anarchica, con piante che si scavalcano per accaparrarsi uno spiraglio di sole. In essi niente è come sembra, per cui se ti incammini attraverso le fronde puoi imbatterti in una Cappuccetto Rosso cinica cacciatrice che, accortasi che la nonna è in realtà un famelico lupo mannnaro, non esita ad ucciderla brutalmente. Sadici nobili seviziano e torturano i propri sudditi anziché proteggerli dalle creature della foresta, mentre giovani avventurieri non esitano ad infierire le loro lame nei corpi tremanti di paura degli elfi che hanno sconfitto con subdoli tranelli.
Niente è come sembra abbiamo detto, per cui potresti addirittura provare anche pena per la Bestia che viene abbandonata dalla Bella dopo che la povera creatura è stata sedotta dalla ragazza salvo poi vedersi derubata della preziosa rosa, unica sua speranza di salvezza. I poveri lupi che allevano i bambini abbandonati nel bosco, per poi essere sterminati da quelle stesse creature, poi cresciute, che avevano salvato, o i vampiri che si innamorano delle proprie vittime e quando meno se lo aspettano vengono pugnalati dal cuore... Tutti questi poveri esseri alla fine sembrano quasi le vittime in questi boschi cupi, in cui tutto sembra essere sotto sopra.
Quello che ci spaventa di più spesso non è il mostro, il deforme, il solo apparentemente minaccioso. Il vero terrore, la paura, lo sconforto, queste sensazioni ci attanagliano con mani gelide quando a tradirci sono le nostre certezze, i nostri punti saldi, i nostri eroi che si rivelano essere sporchi arrivisti o cinici traditori. Quando, "da grandi", ti trovi da solo ad affrontare cose più grandi di te come la morte, l'incertezza verso il domani, i "se" che ogni giorno ti si presentano, in quei momenti pensi con nostalgia e malinconia a quei mostri brutti e paurosi che da bambino sono sempre stati i capri espiatori e i catalizzatori delle tue paure. Pensi a loro, e in fondo, forse, erano loro i "buoni", sono stati loro a farti crescere.
Certi boschi sono cupi, pericolosi, ma sanno mascherarsi bene, e per questo è ancora più difficile uscirne una volta che per sbaglio ci siamo addentrati tra gli alberi.
Sul finire di questo 2018 tornano gli Esben and the Witch (EATW), trio inglese con base in Germania che due anni fa ci aveva regalato lo splendido "Older Terrors". Il trio è capace di ricreare un'atmosfera magica e straniante, i cui ingredienti sono principalmente dream pop, post punk, gothic, post rock, e un certo oscuro cantautorato. Quello che ne otteniamo è, detto in poche parole, un viaggio negli incubi. Questo "Nowhere" sviluppa ulteriormente la formula creata nel precedente disco, parte da basi simili ma si muove verso direzioni leggermente diverse. Qui i Nostri dirigono il proprio tiro verso atmosfere più intime e ancor meno immediate: le paure, le angosce, a mio parere da sempre oggetto degli EATW, sono qui ancora più subdole, più striscianti, meno visibili. Il bosco attraverso il quale Rachel ci porta adesso è ancor più sinistro e pauroso se vogliamo. Con calma, ascolto dopo ascolto, veniamo catturati dalle melodie e dalle ritmiche travolgenti dei Nostri, che ci colpiscono ancora più in profondità, sollevando dubbi e timori ben nascosti. Diciamo che con "Older Terrors" i Nostri ci hanno raccontato delle fiabe tenebrose, ma con "Nowhere" ci mettono di fronte ai mostri veri, quelli davvero cattivi, quelli paurosi, e con successo ci trasportano in un mondo solo apparentemente meno oscuro, in realtà terribilmente annichilente.
Il disco necessita di molti ascolti per essere compreso, ma la lunghezza non proibitiva gioca in suo favore favorendone l'assimilazione. Gli Esben and the Witch si confermano ancora una volta come una delle band più estrose e "particolari" uscite negli ultimi anni.

Golden Purifier

https://www.debaser.it/esben-and-the-witch/nowhere/recensione

venerdì 16 novembre 2018

Un disco sull'assenza



Quanto sono forti le cose che non ci sono? Nel bilanciamento tra pieno e vuoto, che peso ha l’assenza nei confronti della presenza?
Sono in giardino, in una soleggiata mattina di fine novembre, il sole è alto e il cielo è sgombro, ma i raggi non riscaldano più (assenza di calore). Sono seduto sotto un albero, giocherello con le foglie marroni cadute dai rami, le prendo in mano, le stringo, si frantumano tra le mie dita. Il suono è piacevole, le foglie sono croccanti, ma sono morte (assenza di vita). Poi di colpo mi metto a pensare a una persona, al passato, a quando ero piccolo, e a quanto mi divertivo, d’autunno, a correre nel bosco e a sdraiarmi tra i mucchi di foglie dorate, mentre lo sguardo vigile ma divertito di questa persona vegliava su di me. Solo che questa persona adesso non c’è più, e il sorriso che ha animato il mio viso mentre ricordava si trasforma, il volto si fa serio: ti restano adesso solo ricordi (assenza di un affetto). Mi alzo, mi dirigo verso casa, e con un movimento quasi istintivo tocco l’edera le cui foglie, ora rosso fuoco, si attorcigliano attorno alla balconata. Mi aspetto che il colore acceso si traduca in calore, ma non è così: le foglie sono fredde, inumidite dalla nebbia mattutina, sembrano quasi di plastica, finte (assenza di calore, di vita, di aspettative).
Quando l’assenza ti colpisce con la sua presenza fa un rumore assordante perché si rivela in tutta la sua forza, ti fa capire quanto sia funzionale al tutto, quanto “quello che non c’è” sia importante quasi quanto “quello che c’è” se non addirittura di più. L’assenza ci fa apprezzare la presenza, il vuoto ci fa amare il pieno, il freddo alla lunga ci fa desiderare il caldo che riscaldi, per un po’, le nostre ossa.
Death Spells” degli americani Holy Fawn è un disco sull’assenza. Non che questo sia il concept dell’album, o almeno, questa ne è la mia interpretazione. E’ un disco che parla di fantasmi, che descrive le fredde mattinate tardo autunnali, quando gli ultimi raggi autunnali del sole sono un tiepido ricordo, li percepisci vagamente ma sono forse più nella tua testa che sulla tua pelle. E’ un disco adattissimo per pensare a sé stessi, per camminare senza meta, per fare pace con il mondo, o per assentarsi da esso, se necessario. Il gruppo è stato abilissimo nel distillare un “non-genere”, una proposta difficilmente assimilabile ad altri gruppi. In ordine sparso le influenze vanno dal dream pop al post rock, dallo shoegaze al post black metal, dal postpunk con riverberi darkwave all’emocore. Un momento percepisci gli I Love You but I’ve chosen Darkness, un attimo dopo i Thursday o certe esplosioni tipiche degli Envy. Poi arriva una folata di vento gelido e sopraggiunge Clouds Collide con tutta la sua carica emotiva unita al post black metal; ma c’è della dolcezza in questa malinconia, ci sono il dream pop e lo shoegaze degli ultimi Klimt 1918 a mitigare il gelo con tiepide e rassicuranti carezze di calore. Assenza di un genere musicale, ma non di intenti: i Nostri sanno dove vogliono andare a parare, ti entrano dritti nel petto, il basso pulsante si sostituisce al tuo cuore, i riff di chitarra fluiscono come sangue nelle tue vene, e i muscoli si contraggono ogni volta che lo scream ti sferza. E’, come detto, un disco perfetto per questo momento dell’anno, travolgente se si stanno vivendo momenti della propria vita in cui i fantasmi giocano a nascondino con i propri ricordi, un album intimo ma allo stesso tempo adatto a tutti.
In tutta questa assenza c’è una certezza, una presenza sicura: abbiamo tra le mani una vera e propria gemma, non lasciatevela sfuggire.

Drag Me into the Woods

https://www.debaser.it/holy-fawn/death-spells/recensione


venerdì 9 novembre 2018

Le cose che non ti ho mai chiesto/1



Diamo sempre per scontato di avere tempo per fare una domanda, per chiarire un dubbio, per parlare con una persona. Poi la persona sparisce, e tante cose che avresti voluto chiedere rimangono lì, sospese.

Cosa c'era alla Tognazza al posto del bar?

Anche a te quando frenavi la vespa faceva quel rumore strano? E ti ricordavi di averla truccata, che la marmitta non era quella originale? E ci sei mai caduto?

Cosa pensavi di me? Avrei potuto essere un figlio migliore, più affettuoso magari? Ti ho dato qualche soddisfazione? E quali delusioni ti ho dato?

Avrei voluto imparare di più da te: perché da "grande" non ho mai perso tempo dietro al tuo lavoro? Anche solo per imparare qualcosina in più di pratico.

Che musica ti piaceva ascoltare da giovane? Sai che sto cercando di recuperare tutte le tue passioni, così da farti rivivere con loro?

Cosa pensavi della musica che ascolto? E in generale delle mie passioni?

Come mai avevo quella faccia scazzifottita nella foto che mi facesti a casa di nonna, in terrazzo? Di che parlavamo?

Ti ricordi quando alle medie, in una delle giratine che facevamo in macchina la sera, mi davi consigli su come comportarmi con Ambra? Chissà che cosa mi hai detto!

E quando andammo a comprare l'impermeabile giallo? O quando litigai con nonna, e la sera mi portasti in giro per spiegarmi che quanto avevo fatto era sbagliato... Eppoi mi comprasti un giocattolino, perché in fondo non sei mai riuscito a stare arrabbiato con me.

Oggi è un anno, e le domande che avrei voluto farti sono ancora tante. Scusami se non sono stato il miglior figlio del mondo, sto provando a recuperare adesso, ti sto parlando, forse più di quanto non abbia mai fatto. E so che alla fine mi avrai già perdonato, perché mi hai sempre perdonato.

"Now the years are rolling by me
They are rockin' evenly
I am older than I once was
And younger than I'll be and that's not unusual.
No it isn't strange After changes upon changes
We are more or less the same
After changes we are more or less the same"



venerdì 17 agosto 2018

How long does a sunset last?



Quanto dura un tramonto? Per questa domanda c’è una risposta scientifica, basata su calcoli e formule esatte, fredde, ed una risposta più emotiva, soggettiva, calda perché basata sulle nostre emozioni.
Il mio tramonto stasera è stato lungo, lunghissimo. Quando mi sono reso conto che il sole stava terminando il suo giro giornaliero, quando ho incrociato per un attimo il suo sguardo sonnolento e benevolo, il mio tramonto ha avuto l’aspetto di una vecchia e sbiadita foto a colori, la foto di un nonno che tiene in braccio un bimbo appena nato. E poco importa se questo nonno stava fumando una sigaretta e il fumo andava negli occhi del bambino: erano gli anni Ottanta e non ci facevamo poi tante fisime. Man mano che il sole scendeva sempre più verso la linea dell’orizzonte quella foto prendeva la forma di altri ricordi: è passato qualche anno, quel bambino è un po’ cresciuto, è biondo e con gli occhi chiari, e siede felice su una macchinina che i suoi genitori gli hanno comprato, indossando una buffa maglia con una macchina fotografica stampata sopra. Gli occhi del bambino sono vivi, accesi, giocosi; il loro azzurro si trasforma, qualche anno dopo, in un blu che fa pendant con la felpa che sta indossando in un’altra foto. E’ autunno, ma la giornata è bella e soleggiata, e il bambino “fa il grosso” con il babbo che gli sta scattando la foto, solleva un legno appena tagliato appoggiandoselo sula spalla, mentre con l’altro braccio fa vedere quanto è muscoloso e forte. Il bambino vuole imitare il babbo, lo sfida spesso correndo, il babbo si fa raggiungere e si fa battere, perché nella risata di suo figlio c’è l’obbiettivo della sua vita. E il bambino guarda il babbo, lo imita, spera un giorno di essere come lui.
Il sole scende ancora un po’ e velocemente passano gli anni dell’infanzia, i Natali, i compleanni, le scuole, gli amici. Da qui in poi i raggi di sole, ormai bassi, sbattono nei fili d’erba e iniziano a sparpagliarsi in mille filamenti sconclusionati, sparsi come i ricordi che affiorano come una fontana, senza soluzione di continuità e senza ordine cronologico. Il bambino è cresciuto e si è sposato, eccolo che parla di fronte agli ospiti della sua cena, e eccolo che fissa l’alba seduto su un masso che si affaccia su un lago canadese. Gli occhi vivi e speranzosi del bimbo una volta seduto sulla macchinina giocattolo sono gli stessi del ragazzo ormai grande che, strabiliato, vede realizzarsi il suo sogno di andare in Scozia (non sapendo che sarebbe il primo di tanti viaggi!); gli occhi del bambino vedono un mondo, vedono una natura, quella inglese, che gli saprà dare tantissime soddisfazioni e tanta tranquillità, merito probabilmente di una moglie che ha l’Inghilterra nel sangue e che fa sì che, anche per lui, sia “casa”. Gli occhi del bambino, lucenti come gli ultimi raggi del sole che sta tramontando, passano in rassegna gli amici, le ragazze, i posti che ha visitato, le copertine dei dischi (tanti!) che ha ascoltato; rivedono le facce amiche, quelle meno amiche, rivedono i suoi fedeli compagni a quattro zampe, si illuminano ogni volta che le papille gustative si imbattono in una birra nuova dal sapore inaspettato.
Ma è quando il sole sta per lasciarlo, almeno per questa giornata, che gli occhi del bambino si velano di una sottile tristezza. Rivive un anno difficile fatto di dolorosi saluti, si stringono nella fatica di far finta che tutto vada bene, salvo poi rilasciare la loro stanchezza in un pianto consolatorio quando rivede una cassetta degli attrezzi, o ascolta una canzone, o imbraccia la macchina fotografica del babbo, o guida la sua vespa. Quel babbo che tanto aveva voluto imitare da piccolo, quel babbo che era un punto di arrivo per lui, sbagliato magari, imperfetto, criticabile e con tanti errori, ma pur sempre un esempio.
Ecco fatto, il sole se ne è andato, almeno per oggi. Il bambino ha lasciato il posto al ragazzo, ormai adulto. Quanto è durato questo tramonto? Quasi trentacinque anni, filtrati attraverso dieci canzoni per un’ora scarsa di durata. Il ragazzo ha rivissuto alcuni momenti della sua vita, ma è certo che un domani, semmai potrà avere voglia di riviverne altri, basterà solo premere “play” mentre saluta il sole che se ne va a dormire.
Non sono mai stato un grande estimatore di Austin Lunn e del suo progetto Panopticon: troppo difficile da assimilare per me, il suo black è sempre stato troppo sfaccettato e particolare per essere apprezzato e compreso pienamente. Poi nell’aprile di questo 2018 esce il doppio “The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness”, e sebbene la prima parte di questo lavoro continui ad essere abbastanza difficile da digerire per le mie orecchie (il black atmosferico misto a bluegrass ormai marchio di fabbrica di Lunn), resto ammaliato dalla bellezza della seconda parte. Lasciato in un angolo il black, qui Panopticon spoglia la sua musica di ogni rimando al mondo del metal, regalandoci dieci pezzi che sono di fatto un tributo al folk americano, allo slowcore e al (dark) country, tutte componenti comunque da sempre parte integrante della sua musica. C’è tanta intimità in questo lavoro, tanta introspezione, non a caso il Nostro nella sua pagina Bandcamp indica “(…) Please don't listen to the album on your laptop speakers, it will sound like shit. Give it a shot on a long hike or by a fire with headphones”. Sì Lunn, hai ragione, questa manciata di canzoni si meritano tutta la pace e la tranquillità di questo mondo, solo così sono in grado di lavorare al meglio, solo così possono permetterci di pensare, di riflettere, semplicemente di prenderci un attimo per noi stessi, anche solo per salutare il sole o chi non c’è più.
The Scars of Man on the Once Nameless Wilderness” è disponibile sia in formato unico che nelle due distinte parti. Sono spiacente se chi leggerà si aspettava una recensione anche della prima sezione, ma invoglio chiunque ami i generi sopra citati a dare un ascolto a questa piccola perla, sono certo che a soddisfazione sarà tanta.

At the foot of the Mountain

https://www.debaser.it/panopticon/the-scars-of-man-on-the-once-nameless-wilderness-part-2/recensione

AQUISTALO QUI


lunedì 4 giugno 2018

I was here for a moment, and then I was gone



Il mio nome è Salmon, come il pesce; Susie Salmon. Avevo quattordici anni quando sono stata uccisa, il 6 dicembre 1973”.
E’ stata una cosa rapida, un flash, ho solo vaghi ricordi di quel momento. Le mani del mio assassino, luride, tremanti per l’eccitazione, la sua voce stridula che fino a pochi minuti prima si era dimostrata amichevole, da buon vicino di casa, la sua brutalità e ferocia animalesca che lo ha portato ad abusare di me e ad uccidermi. Per fortuna il dolore è durato un attimo, per lo meno quello fisico: adesso è l’anima che fa male, è il cuore (se ancora di cuore posso parlare), è lo spirito che geme vedendo dibattersi i miei genitori e mia sorella, mentre cercano consolazione in ciò che è successo. Ma provo anche rabbia, tantissima, nei confronti del mio assassino, e vorrei poter fare di tutto per vederlo soffrire come è successo a me, vederlo annaspare nella terra e nel fango cercando una via di fuga, vedere i suoi occhi sbarrati mentre la vita lo abbandona, come è successo con le sue altre vittime.
Per fortuna la rabbia mi assale solo in certi momenti: qui dove sono è bellissimo, trascorro le mie giornate nel gazebo in mezzo al lago, quello stesso gazebo dove avrei dovuto incontrarmi con Ray, se non fosse andata come di fatto poi è andata. Il cielo, i prati, tutto muta in accordo con i miei sentimenti, le foglie secche degli alberi si trasformano in splendidi uccelli, le onde del mare sono solcate dai modellini di navi in bottiglia, riproduzioni su larga scala di quelle che io e mio padre eravamo soliti costruire insieme, è il mio piccolo mondo, e si muove con me. Ogni tanto riesco a vedere i miei familiari, cerco di aiutarli a capire cosa mi è accaduto, cerco di indirizzarli verso il mio assassino, ma mi rendo conto che forse dovrei lasciar loro vivere la loro vita, anche se la caparbietà di mio padre e di mia sorella mi lasciano capire che forse c’è qualche speranza di rivalsa.
In questo mio mondo perfetto, in questo “limbo”, c’è solo una cosa che mi inquieta, una casa con un faro, scura e buia, in netto contrasto con la lucentezza del mondo che la circonda. La riconosco perfettamente, è la casa del mio assassino, è dove tanti omicidi si sono consumati, è dove tanti brutti ricordi albergano e vagano in cerca di vendetta. So che prima o poi dovrò farmi coraggio ed aprire quella porta, per affrontare una volta per tutte il mio mostro. Ma so anche che non sarò sola in questa impresa, potrò contare sui miei familiari, laggiù, che ancora non hanno perso le speranze. E riusciremo finalmente a punire quel verme che mi ha tolto la vita e la gioia così presto.
My name is Salmon, like the fish. First name: Susie. I was fourteen years old when I was murdered on December 6th, 1973. I was here for a moment, and then I was gone. I wish you all, a long, and happy life.
Uscito nel 2015 “All Things Shining” è, in teoria, il successore di “Until the Wind Stops Blowing” del 2013: in teoria, perché in pratica le cose sono ben diverse. Con questo album Chris, la mente dietro al progetto Clouds Collide, intende mettere in risalto le basi che hanno portato allo sviluppo del disco precedente. Citando le sue parole “Until the Wind Stops Blowing dealt a lot with grieving and the winter. All Things Shining deals with the ups and downs of overcoming loss and once again is hugely influenced by nostalgic connections with the seasons and the memories that may come along with them, this time the season being Spring.”
Il blackgaze è tutt’ora il genere di riferimento nel quale possiamo inquadrare questo lavoro, anche se le melodie sono ancor più eteree e sognanti, solari, c’è qualcosa dei Deafheaven e degli Alcest più speranzosi, ed anche l’approccio vocale incede spesso in un clean languido che molto può ricordare l’alternative rock e l’emo (quello buono) di matrice USA. Non mancano ovviamente le accelerazioni: quando c’è da puntare sul black Chris sa il fatto suo, con uno scream lontano e graffiante che ben si amalgama con i vari pezzi, supportati da una sezione ritmica robusta ed efficace, mentre le chitarre continuano a tessere trame color pastello di chiara reminiscenza post rock.
All Things Shining” è un lavoro complesso, molto sfaccettato: nelle sue nove tracce affronta uno svariato range di emozioni, è quindi da questo punto di vista forse più vario e maturo del precedente “Until the Wind Stops Blowing”. Il livello qualitativo è comunque molto alto, e sebbene il genere trattato non sia ormai più una novità si lascia ascoltare e sa sorprendere più volte. E’ ovviamente un disco dedicato a chi ama le sonorità blackgaze, ma strizza l’occhio anche a chi normalmente si nutre di post rock e alternative/emo, un ascolto è dunque più che consigliato.

All Things Shining

https://www.debaser.it/clouds-collide/all-things-shining/recensione

mercoledì 11 aprile 2018

Romaticismo inglese/2



Hawes è un ridente paesino nel Nord dello Yorkshire. Non lo consideri a meno che tu non sia un appassionato di hiking, e anche in questo caso magari ci sono altri posti migliori da visitare. Ciò nonostante è popolato da turisti che sciamano lungo l'unica via (degna di nota) del paese, entrando e uscendo da tea rooms, negozi di attrezzatura sportiva e pub. Le pietre scure con le quali tutte le case sono costruite possono sembrare povere, rozze, fredde, in realtà per chi ama questi posti trasmettono un rassicurante senso di "casa". Ma Hawes ha anche un altro asso nella manica, che forse non tutti apprezzano e conoscono, ma che te la fa amare e ricordare anche a distanza di anni. Se camminando decidi di uscire dal centro in pochi minuti sei immerso nella verde e ridente campagna dello Yorkshire: via via che ti allontani dalla strada asfaltata e ti immetti nella Penine Way ti sembra di trovarti in un mondo a parte, un toccasana per il tuo spirito. A luglio in questa zona dell'Inghilterra non fa assolutamente freddo, ma si sa, il tempo britannico è un giullare, ti fa credere che puoi vestirti leggero salvo poi sorprenderti con improvvise piogge mai comuque troppo pesanti. Il vento soffia leggero spazzolando l'erba, che dove non è stata brucata dalle mucche e dalle pecore ti arriva anche al ginocchio. Intorno a te pascoli di pecore che masticano placide, emettendo belati che si rincorrono per tutta la vallata; rondini e altri uccelli volano tra le fronde degli alberi che costeggiano i muri a secco, ma guarda dove cammini! Potresti inavvertitamente inciampare in qualche tana di lepre... Eccole lì, sfrecciare a gran velocità man mano che prosegui nel tuo sentiero.
Dove si sta andando? Ah già, Hardraw Force, le cascate: dieci minuti che camminiamo in questi campi e già ho resettato il perché mi trovo qui, è così bello vagare e farsi abbracciare da questa pace! Oltrepassato un cancelletto di legno arrivi a un fiume, scavalcato da un ponte (ovviamente anch'esso in pietra) sotto il quale, scalzi, giocano dei bambini. Dimmi un po', ma in che epoca siamo?!? E' davvero il 2016?!? Perdi non sai quanti minuti a guardare i bambini giocare, poi ti ricordi che sono quasi le cinque di pomeriggio, e forse è il caso di raggiungerla questa benedetta cascata. Arrivi finalmente alla strada asfaltata, davanti a te alcune casette ed un pub, proprio di fianco all'entrata della Hardraw Force... Che ovviamente è chiusa! Siamo arrivati tardi, ma è davvero un problema? Ci guardiamo intorno, decidiamo che è il momento di entrare in quel delizioso pub tutto in pietra: al suo interno un'atmosfera idilliaca, scure e possenti mura sono riscaldate dai balzi della fiamma che scoppietta nel camino, mentre le birre che teniamo in mano risplendono di freschezza e frizzantezza.
Usciamo fuori, ci sediamo ai tavoli, respiriamo e ascoltiamo: nessun rumore diverso dai belati, dagli uccelli che volano, dal respiro del fiume lì vicino, nessuna macchina che passa, in lontananza solo le risate degli avventori del pub. Terminiamo le nostre birre e ci incamminiamo nuovamente verso Hawes, che già sta tramontando il sole.
A cosa è servita questa camminata senza obbiettivo preciso? A tutto e a niente, di sicuro ci ha fatto capire che si vive passo dopo passo, sentiero dopo sentiero, e se anche non raggiungiamo l'obbiettivo prefissato magari lungo il percorso abbiamo vissuto esperienze ben più importanti di ciò che avremmo potuto ottenere in altro modo.
"The Hallowing of Heirdom" degli inglesi Winterfylleth è esattamente questo, una placida camminata nella campagna dello Yorkshire, senza motivo, solo una contemplazione e un "prendere parte" della splendida natura che ti circonda. Non ci sono sorprese in questo disco, le tracce scorrono via placidamente tra un arpeggio di chitarra e un coro lontano, ma attenzione! Non aspettatevi un disco di black atmosferico come ci hanno abituato finora i Nostri! Con questo album gli inglesi spogliano la loro musica, tolgono le armature e mettono a nudo l'amore che nutrono per i luoghi in cui vivono e le eredità che hanno lasciato loro. Niente blast beat, niente furiosi scream, solo strumenti a corde, fiati, percussioni, e voci mai così evocative. Un capitolo essenziale della discografia dei Winterfylleth, un lavoro che va affrontato senza pretese, con calma, va fatto maturare e crescere, deve cullare l'ascoltatore e conquistarlo con piccolissime sorprese. Di fatto, l'altra faccia della medaglia della musica dei Nostri, e per questo meritevole di considerazione.

Elder Mother

https://www.debaser.it/winterfylleth/the-hallowing-of-heirdom/recensione

martedì 10 aprile 2018

Romanticismo inglese



Se c’è una cosa che la musica sa fare è riunire sensazioni, ricordi ed emozioni: bastano poche note, qualche arpeggio di chitarra, e se le corde toccate sono quelle giuste in un attimo possono riaffiorare alla mente fotografie, odori, rumori, scene vissute e momentaneamente riposte in qualche cassetto della memoria.
Songs from the Fyrgen” è un inno all’Inghilterra, al suo folklore, alla sua storia certo, ma per come lo vivo io, per le esperienze che ho vissuto e che fortunatamente ancora vivo, è soprattutto la celebrazione della Natura inglese. “Heathen folk music”, tre parole che ricorrono spesso quando si parla di Dan Capp e della sua creatura Wolcensmen, e la definizione è quanto mai corretta. Se si vogliono fare dei parallelismi possiamo dire che la one-man band britannica innesta un processo di revival della musica folk “ancestrale” o comunque “pre-cristiana” inglese simile a quanto fanno i Wardruna per quella norvegese. Sono del parere che per parlare di musica in maniera efficace si devono anche mettere in gioco altri sensi e sensazioni, e non essendo così familiare con la penisola scandinava così come lo sono per a terra di Albione non posso espormi più di tanto. Posso però dire questo: “Songs from the Fyrgen” è un bellissimo e mutevole dipinto raffigurante l’aspetto bucolico della campagna inglese, cangiante come il suo clima, capace di sorprenderti con piccolissime gioie e di riscaldarti con semplici gesti.
Posso vederle le brughiere nebbiose nelle quali pascolano, indisturbati, cervi e mucche: la mattina è fresca e la nebbia lascerà presto il posto alla rugiada che si depositerà sull’erba verdissima e perennemente fradicia. Intorno a te quell’odore di legno, di terra, di pietre coperte di muschio, i muri a secco creano percorsi che si perdono all’orizzonte; e improvvisamente la coltre di nebbia è squarciata dai raggi di sole, un sole solo apparentemente freddo e distante, in realtà sa raggiungere il tuo cuore e riscaldare le tue ossa infreddolite in un modo unico, tutto suo.
Nella musica di Wolcensmen c’è fierezza, umiltà, amore per le proprie origini e per il proprio passato: con dolcezza il Nostro descrive una natura armoniosa e al tempo stesso apra, una terra piena di contrasti, di colori solo apparentemente pallidi, di sapori da scoprire pian piano. La chitarra arpeggiata, i fiati, le percussioni, persino gli sporadici synth, tutto è perfettamente bilanciato e fondamentale alla realizzazione del progetto del Nostro. Se cercate dei riferimenti musicali questi possono essere rintracciati nelle primissime produzioni degli Ulver, nei Winterfylleth acustici (Capp è anche un loro membro, e si sente), negli Empyrium.
Un disco fatto di piccole cose, di piccoli gesti, di piccole emozioni e gioie, così come la natura inglese oggetto delle canzoni che lo compongono: una delle sorprese più belle del recente panorama neofolk/pagan. Come un bellissimo quadro Romantico, “Songs from the Fyrgen” bypassa ogni parola e ogni possibile descrizione e arriva direttamente al cuore, conquista e commuove: va solo ascoltato e assaporato con delicatezza e tranquillità.

The Fyre-Bough
https://www.debaser.it/wolcensmen/songs-from-the-fyrgen/recensione