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mercoledì 5 aprile 2017

Winter of Witches



Gennaio, 1643.
Il mio nome è William Ineson, terrò questo diario come traccia per i prossimi mesi. Porterò la mia famiglia lontano da questa colonia, qui la parola del Signore non sembra più essere la stessa che cihanno insegnato i nostri genitori, e i genitori prima di loro. Ci allontaneremo tutti quanti, mia moglie e i miei quattro figli, e quando nascerà Samuel respirerà un'aria nuova, finalmente timorata di Dio, e crescerà con principi sani che temo inizino a mancare nelle altre nostre creature. Ho già individuato una radura a cento chilometri a nord di qui, costeggiata da un bosco e vicina a un fiume, un luogo perfetto dove iniziare tutto da capo, e cercare il Regno di Dio.

Marzo, 1643.
La casa è stata costruita nel giro di pochi giorni, grazie anche al valido aiuto di Caleb: diventerà un uomo forte il ragazzo, se continuerà su questa strada e seguirà gli insegnamenti del Signore. Ogni giorno andiamo a caccia e mi aiuta a coltivare il campo, abbiamo già seminato il grano che speriamo di raccogliere il prossimo giugno. Anche Thomasin cerca di essere di aiuto: sta sbocciando, sta diventando donna, una bellissima donna, e mi chiedo come abbia fatto a crescere così bella: se non fossimo così timorati di Dio e protetti dalla sua benevolenza direi quasi che riesce a stregarti tale è la sua sensualità. I gemelli sono strani: giocano continuamente e cantano nenie disturbanti, sembrano avere uno strano rapporto con Black Phillip, il nostro caprone, ma va bene finché se ne occupano e lo portano fuori. Il giorno che smetteranno anche di fare quello giuro che li chiuderò nella stalla con lui. Katherine cerca di fare il possibile ma non credo si sia abituata a questa nuova realtà: ha partorito Samuel da sola e con dolore, il buon Dio l'ha aiutata. Eppure sembra avere un rapporto morboso con il nuovo nato, e allo stesso tempo sembra quasi provar invidia per la rigogliosa bellezza di Thomasin.
Ho una strana sensazione, prego Dio di darmi la forza per andare avanti sulla retta via.

Giugno, 1643.
Samuel è morto. Mio Signore, dammi la forza. Lo avevamo lasciato a Thomasin, e quella stupida se lo è fatto sfuggire, non si sa come. Lei dice che un sortilegio lo ha rapito, glielo ha fatto sparire da sotto gli occhi, è stata la strega dice, la strega della foresta, lo ha rapito per le sue pozioni. La ragazza è impazzita, ha perso la fede; o forse no, forse davvero Samuel è stato rapito da qualcosa. Mia moglie è un fiume di lacrime, i gemelli cantano istericamente le loro filastrocche su quel maledetto caprone, ho solo Caleb a sostenermi adesso. Anche la semina è andata male: il grano sembra malato, piagato, se fossimo in condizioni migliori potremmo anche non mangiarlo, ma così come siamo dobbiamo nutrircene lo stesso.

Luglio, 1643.
Sto impazzendo. Le pecore hanno smesso di darci latte, dalle loro mammelle esce solo sangue. In questa foresta, che incombe su di noi come il giudizio divino, in questa foresta vive un male antico. Abbiamo ritrovato Caleb nudo nel bosco, febbricitante, vaneggiante, parlava di una donna nuda e bellissima che lo ha baciato e che gli ha fatto bere un vino "sanguinoso", così dicevano i vaneggiamenti di mio figlio. Lo abbiamo legato a letto, le sue convulsioni sono sempre più forti, la notte si sveglia recitando pezzi delle Scritture che non credevo neppure potesse conoscere. E Thomasin, quella ragazza mi spaventa: non sembra essere turbata da quanto sta accadendo, non sente la punizione di Dio incombere su di noi, e anche i gemelli hanno iniziato a dire che è una strega, che si è concessa a Phillip in cambio dei poteri da fattucchiera, e che presto ci ucciderà tutti. Io non posso credere alle loro storie, ma Katherine sembra dar loro ascolto... Mia moglie sta perdendo il contatto con la realtà, parla da sola, temo per la sua vita.
Non posso credere che Thomasin sia una strega, è così bella...

Agosto, 1643.
Questo è il mio ultimo appunto, stanotte metterò fine a tutto. Caleb è morto, soffocato dalle sue stesse crisi; i gemelli sono scomparsi, solo una traccia di sangue verso il bosco mi ha fatto capire che è indubbiamente opera della strega. Devo salvare Katherine, e uccidere la strega. Ho chiuso Thomasin nella stalla assieme al suo amante, il caprone: adesso andrò lì e li squarterò entrambi, e brucerò il cuore di quella che una volta era mia figlia, e che adesso è solo la sguattera e concubina di Satana in persona. Salverò Katherine e torneremo alla colonia. Signore dammi la forza, questa follia non ci consumerà fino in fondo.

L'inizio della primavera porta con sé il nuovo lavoro dei 1476, combo del New England del quale si è già parlato su queste stesse pagine.
"Our Season Draws Near" è però ancora strettamente collegato con l'inverno, come ben si evince sin dalla copertina del disco. Ascoltando le dieci tracce che compongono questo lavoro si percepisce un taglio più solenne ed epico che i Nostri hanno voluto dare alla loro opera, con molti rimandi a "Wildwood", soprattutto nelle sue ultime fasi. Il citato album si chiudeva con un'immagine invernale, di vento e mare in burrasca, di autunno che lascia il passo alla stagione fredda. Allo stesso tempo trasportava l'ascoltatore in una dimensione tanto cara ai 1476, quella della magia, dell'esoterismo, della superstizione, dei roghi e delle uccisioni sommarie che hanno afflitto la loro regione durante il periodo della caccia alle streghe nel tardo Seicento. "Our Season..." parte da qui dicevamo, con una formula musicale nuovamente eterogenea, che continua a unire sfuriate al limite del (post) punk e dark metal con rallentamenti e fasi introspettive tipiche del folk più oscuro e quasi tribale. Ottima l'interpretazione di Robb, non solo da un punto di vista strumentale (alla chitarra), ma anche e soprattutto vocale, sempre in grado di dare un taglio squisitamente emotivo ad ogni pezzo; così come è grande il lavoro dietro le pelli di Neil, con tanta varietà nel drumming a costituire il cuore pulsante di ogni brano.
Forse di tratta di un disco meno immediato dei precedenti, probabilmente perché più complesso e ancora più sfaccettato da un punto di vista delle emozioni che sa suscitare, ma credetemi, sarà grande la vostra soddisfazione quando e se riuscirete finalmente a fare vostre queste dieci tracce, a capirle e a farvi trascinare dalle immagini che sanno evocare.
Va ribadito: i 1476 sono una sorpresa, anzi ormai una conferma, da seguire con molta attenzione e fiducia.

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martedì 21 febbraio 2017

A Circle is Eternal



"Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco,
sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata;
mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d'un tratto, sentii un colpo leggero,
come di qualcuno che leggermente picchiasse - picchiasse alla porta della mia camera.
« È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia camera »
Questo soltanto, e nulla più.
Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre,
e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre
dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la mia perduta Eleonora,
e che nessuno chiamerà in terra - mai più.
E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea,
facendomi trasalire - mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima,
sicché, in quell'istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo:
« È qualche visitatore, che chiede supplicando d'entrare, alla porta della mia stanza.
« Qualche tardivo visitatore, che supplica d'entrare alla porta della mia stanza;
è questo soltanto, e nulla più ».
Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
« Signore - dissi - o Signora, veramente io imploro il vostro perdono;
« ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente,
« e voi sì lievemente bussaste - bussaste alla porta della mia camera,
« che io ero poco sicuro d'avervi udito ». E a questo punto, aprii interamente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.
Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito
sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare;
ma il silenzio rimase intatto, e l'oscurità non diede nessun segno di vita;
e l'unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora!»
Soltanto questo, e nulla più.
Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme;
ben presto udii di nuovo battere, un poco più forte di prima.
« Certamente - dissi - certamente è qualche cosa al graticcio della mia finestra ».
Io debbo vedere, perciò, cosa sia, e esplorare questo mistero.
È certo il vento, e nulla più.
Quindi io spalancai l'imposta; e con molta civetteria, agitando le ali,
si avanzò un maestoso corvo dei santi giorni d'altri tempi;
egli non fece la menoma riverenza; non esitò, né ristette un istante
ma con aria di Lord o di Lady, si appollaiò sulla porta della mia camera,
s'appollaiò, e s'installò - e nulla più.
Allora, quest'uccello d'ebano, inducendo la mia triste fantasia a sorridere,
con la grave e severa dignità del suo aspetto:
« Sebbene il tuo ciuffo sia tagliato e raso - io dissi - tu non sei certo un vile,
« orrido, torvo e antico corvo errante lontano dalle spiagge della Notte
« dimmi qual è il tuo nome signorile sulle spiagge avernali della Notte! »
Disse il corvo: « Mai più » (...)"

"Edgar Allen Poe: A Life Of Hope & Despair" è la quarta opera dei 1476 (se includiamo in questo conteggio il demo "A Wolf's Age" e gli l'EP "Smoke in the Sky" e "The Nightside", quest'ultimo poi riproposto in una nuova versione assieme al già recensito "Wildwood"). Come spiega il duo nella propria pagina Bandcamp si tratta di una sorta di colonna sonora ispirata a Edgar A. Poe, una raccolta di pezzi attraverso i quali si cerca di esplorare diversi aspetti della tormentata vita dello scrittore americano. Il genere proposto prende le distanze da quanto fino a quel momento creato dai Nostri, sebbene alcune formule saranno riprese in piccola parte nel successivo lavoro: siamo qui in territori ambient, i pezzi sono quasi tutti strumentali e imperniati sull'uso del pianoforte, attorno al quale si sviluppa un contorno di synth, samples e drones. Nelle pochissime volte in cui interviene anche la voce lo fa in maniera toccante ed emozionante, aumentando un crescendo già di per sé teso e toccante (si veda a tal proposito "A Circle is Eternal"). Il risultato di tutto questo lavoro è un affresco incredibilmente suggestivo ed emotivo, una colonna sonora che va ascoltata tutta d'un fiato immaginandosi di essere quel corvo che, con gli occhi da "demone che sogna", osserva il tormentato uomo dibattersi nelle angosce della sua casa, in piena notte.
Come scritto in precedenza la musica dei 1476 emana degli odori, e anche in questo caso questa sensazione si ripete: c'è la carta ingiallita, l'inchiostro, ci sono i vecchi libri riposti in librerie rigonfiate di umidità... L'aria è intrisa dall'acre odore di fumo del camino, che si unisce a quello dei lumi ad olio creando un'atmosfera accogliente ma allo stesso tempo resa inquieta dai rumori della notte che si agita fuori dalle finestre. Il vecchio orologio a pendolo è il legno che arde nel caminetto sono gli unici compagni del protagonista di questo nostro dipinto.
"Edgar Allen Poe: A Life Of Hope & Despair" non è assolutamente un disco immediato, e necessita di una situazione adatta per essere ascoltato ed apprezzato. E' contemplativo, rilassante e inquietante al tempo stesso, si sposa bene con i viaggi nel cuore della notte o le camminate in solitudine, aiuta il flusso dei pensieri e fa riflettere sulle piccole e grandi cose che ogni giorno viviamo e che lasciano il segno sulla nostra pelle. I 1476 si confermano duo capace di emozionare e colpire dritti al cuore, ma (per fortuna?) non sono per tutti: a causa della loro ecletticità spesso non sono capiti, ma sono istintivi: se la loro musica ti colpisce al cuore sin dal primo ascolto è fatta, se invece il triste e sommesso pianoforte suonato su questo disco non smuove nemmeno una corda della vostra anima beh, lasciate perdere allora.

NB: La discografia dei 1476 è stata ripresa in toto dalla Prophecy Productions, che ha riregistrato e riproposto con nuovi package i vari album dei Nostri.

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giovedì 22 dicembre 2016

2016: a (metal) retrospective

Le miti giornate di questo dicembre non mi hanno fatto dimenticare che ci stiamo avvicinando alla chiusura dell'anno, e che quindi si tirano un po' le somme di questo 2016 musicale.
Sono stati 365 giorni piuttosto intensi, che mi hanno regalato diversi spunti interessanti, mi hanno fatto conoscere nuove ottime band ma, come di consueto, hanno portato nella calza natalizia anche un po' di carbone, qualche delusione che però non mina un bottino decisamente ricco.



1476 - "Wildwood/The Nightside"
Si tratta in realtà di una reissue, che però ha avuto il merito di mettere finalmente in luce il duo del New England. I 1476 propongono un suono che spazia dal folk apocalittico al post punk, dal gothic ottantiano al post rock, con un generale gusto per la malinconia e la melodia che collega tra loro i vari brani. La Prophecy Prod. ha messo sotto contratto il gruppo e, in attesa del nuovo lavoro, ha deciso di riproporre tutto il loro catalogo. Si tratta di un disco evocativo, autunnalee permeato delle immagini, dei profumi e dei ricordi radicati nei loro luoghi di origine. Per quanto mi riguarda si tratta della sorpresa più bella dell'anno.



Ashbringer - "Yugen"
Nick e il suo progetto Ashbringer (ora un vero e proprio gruppo) si conferma astro nascente della scena black atmosferica made in USA. Nel suo secondo lavoro Nick aggiusta un po' alcune sbavature presenti nel precedente "Vacant", dona al tutto una produzione spettacolare impreziosita da un innato senso melodico e ci regala un disco con i fiocchi, in cui ogni singolo brano è da ascoltare più e più volte. La troppa carne al fuoco che evidenziavo come essere un difetto nel disco precedente si è adesso trasformata in un banchetto tarato perfettamente sull'ascoltatore: lontano dall'essere barocca o all'opposto scarna e raw, la proposta degli Ashbringer è evocativa e carica di pathos, e assieme al sopra descritto lavoro dei 1476 mi ha accompagnato per buona parte dell'autunno.



Alcest - "Kodama"
Checché ne dica la gente, Neige sa fare musica. Ha avuto un calo, vero, ha preso una cantonata in un paio di album, ma con questo "Kodama" ha dato una risposta concreta a chi lo dava per spacciato. Monsieur ha ritirato fuori il suo scream, ha riappesantito un po' le trame, e ha tirato fuori un disco che pochi secondo me si aspettavano. Non che sia eccezionale, capiamoci subito: se paragonato a un "Souvenirs..." perde il confronto. Quello che lo rende meritevole di stare nella lista sta però nel fatto che, con naturalezza, Neige ha fatto capire a tutti che c'è ancora, e che, se vuole, sa ancora regalare intense emozioni con la sua musica. Sinceramente non so se nel prossimo lavoro continuerà con la sua opera di ritorno alle origini, ma per quanto mi riguarda se anche restasse così com'è sarei contento. Alla fine non mi aspetto molto di più da lui, deve solo fare quello che sa fare bene, emozionare.



Chiral - "Gazieng Light Eternity"
Dietro il monicker Chiral si nasconde il talentuoso Teo, polistrumentista piacentino autore con questo "Gazing Light Eternity" del suo secondo full. Chiral propone un black metal atmosferico ossessivo, dilaniante nella sua ripetitività, figlio dei vari Lustre e della scena depressive australiana. Non mancano i riferimenti al timor panico cascadiano, che emerge sia nei paesaggi bucolici ed arcani tratteggiati dalla sua musica che negli inserti più folk-oriented, dove prende il sopravvento l'amore per la chitarra acustica e per le trame neo folk tanto care, ad esempio, agli Agalloch. Si tratta di una realtà musicale del panorama black nostrano da tenere sicuramente d'occhio, e che potrebbe regalare ulteriori sorprese in futuro, anche in termini di evoluzioni stilistiche.



Cult of Luna & Julie Christmas - "Mariner"
Da una parte il combo svedese, che prima si era sciolto, poi era in pausa di riflessione, poi era di nuovo un gruppo; dall'altra la signorina Christmas, già nei Made Out Babies e Battle of Mice (non nuova al post metal dunque), una gattina che di colpo sa trasformarsi in una tigre e sbranarti mentre te sei ancora lì inebetito dalla sua voce da ragazzina che avevi sentito pochi secondi prima... Dall'unione di queste entità sbuca dal nulla "Mariner", una botta di post metal con tutti i crismi. Si tratta dell'unione perfetta delle due anime, c'è poco da fare: se si conoscono le strutture dei Cult of Luna non avrete difficoltà ad immaginarvi l'impianto di questo disco, ma la vera sorpresa è il modo magico in cui la voce di Julie si innesta sulle strutture degli svedesi. Sembrano suonare assieme da sempre, con una naturalezza tale che ti lascia inebetito, e alla fine del lavoro non puoi non cominciare un nuovo ascolto e un nuovo viaggio.



Esben and the Witch - "Older Terrors"
Gli EATW sono un trio di Brighton fautore di una miscela musicale strana e straniante, in cui si mischiano dream pop, post punk e gothic vecchia maniera, post rock, ritualismo e cantautorato. Le quattro lunghe tracce di questo nuovo lavoro costruiscono un viaggio negli incubi: si parla per loro di nightmare pop, e questa definizione calza a pennello. E' come se ci trasportassero nelle fiabe che ci raccontavano da piccoli, solo che il finale non è mai bello come ce lo ricordiamo, le foreste sono sempre oscure e umide, popolate da spettri, streghe e mostri, e la luce difficilmente vince. La voce di Rachel ci guida con mano tremante attraverso questi boschi, è una mano fredda, che ogni tanto ci scivola, scompare, e allora corriamo per raggiungerla nuovamente, per non perdere questo unico appiglio senza il quale saremmo smarriti come bambini abbandonati.
Gli EATW creano un mondo magico e tenebroso, ma al tempo stesso accogliente: queste quattro tracce hanno un incedere lento, hanno bisogno di crescere e maturare in intensità per sprigionare tutto il loro potenziale, ma l'attesa ipnotica e snervante sarà ripagata da un album dalla grande potenza evocativa.



Sedna - "Eterno"
Altra sorpresona del panorama nostrano, i Sedna sono un trio cesenate al secondo full. Se il primo lavoro aveva impressionato per la forza e l'atmosfera messe in gioco, pur mostrando però ancora qualche limite, con questo "Eterno" i Nostri spazzano via ogni perplessità. Si parla di un post metal che trae linfa vitale ora dal black metal, ora dal post rock, ora addirittura dalla psichedelia: le carte si mischiano continuamente ed è splendido perdersi in queste quattro lunghe tracce: un mare scurissimo di pece nera avvolge l'ascoltatore, lo isola da tutto e nasconde ogni fonte di luce, per un viaggio lungo e catartico.

https://sednablack.bandcamp.com/album/eterno


Downfall of Gaia - "Atrophy"
Non mi ero mai avvicinato prima ai DoG, non so perché, ma l'ascolto del nuovo "Atrophy" mi ha fatto capire che forse ho commesso un errore. I tedeschi propongono un incrocio ben riuscito tra crust, black e post metal, un prodotto che molto mi ricorda i Fall of Efrafa nelle atmosfere plumbee e disperate, e gli americani Sadhaka nella voce furiosa e rantolante. Merito forse della durata contenuta di questo lavoro, che rende i vari pezzi più fruibili nonostante il genere sia spesso una bella mattonata da digerire. Si tratta alla fine di una bella sorpresa, ma mi rendo conto che sia un giudizio quanto mai soggettivo, non avendo mai ascoltato niente dei loro precedenti lavori; ciò nonostante, una bella e per quanto possibile piacevole badilata sonora nei denti.



John, the Void - "II"
Oscuri come la loro proposta musicale, i friulani John, the Void sono entrati nel mio radar musicale all'improvviso, e mi hanno lasciato basito. Avevo sentito parlare di loro, complice forse l'EP di un paio di anni fa, ma non avevo dato molto peso a quei pezzi, forse perché concentrato su altre uscite... Ma stavolta non si può non accorgersi dell'imponente muro sonoro e dell'atmosfera che innalzano con queste cinque lunghe tracce. Proprio una forse eccessiva prolissità mina un po' questo full, ma è davvero l'unico difetto che sono riuscito a trovarci; tutto il resto è un post (black) metal oscuro, nero come la pece, lento e asfissiante nel suo incedere neanche troppo vagamente reminiscente dei migliori Cult of Luna. Altro colpo per la nostrana Drown Within Records, che dopo i Sedna ci regala un altro interessantissimo gruppo confermandosi etichetta di riferimento per il panorama post italico (almeno per quello più oscuro e underground).



Klimt 1918 - "Sentimentale Jugend"
Otto anni, otto anni fatti di promesse, smentite, voci insistenti... Ci sono voluti otto lunghi anni ai romani Klimt 1918 per dare un seguito a "Just in Case We'll Never Meet Again", disco a mio giudizio un po' deboluccio, ma accettato di buon grado essendo anche quello figlio di un'attesa di qualche annetto. Stavolta i Nostri strafanno con un doppio album, acquistabile sia separatamente ("Sentimentale" e "Jugend") sia in blocco unico.
La proposta dei Klimt ha conservato la sua estetica elegante e vagamente vintage, con un sound che vede tra i suoi numi tutelari lo shoegaze, il post rock e il post punk, ma sarebbe un errore vedere nei Nostri un clone mal riuscito di altri gruppi (Slowdive per esempio). I Klimt 1918 hanno una loro identità che affonda in una Roma nostalgica, malinconica, legata da un lato ai suoi antichi fasti, dall'altro alla sua attuale condizione, specchio di un'Italia un po' in crisi di identità. "Sentimentale Jugend" è un lavoro invernale, nebbioso e freddo, perfetto per giornate in cui non vuoi uscire e vuoi solo mettere il disco nello stereo, premere "play" e affogare nei tuoi ricordi.
Personalmente ci trovo molti punti di contatto con quello che per me risulta ancora essere il loro apice, quell'"Undressed Momento" che ancora oggi annovero tra i miei dischi preferiti in assoluto, somiglianze in quel forte alone nostalgico che permea ogni pezzo, e che ti fa sentire i Klimt vicini, amici, persone fidate alle quali puoi raccontare tutto. Ho solo una paura, che questo possa essere il loro canto del cigno. Se così fosse va bene ragazzi, alla fine ci avete lasciato un disco esagerato, ma il dispiacere sarebbe innegabilmente tanto.


giovedì 1 dicembre 2016

Fields of Gold




"8 luglio 1890

Theo, fratello mio, oggi mi sentivo stanco, più stanco del solito, ciò nonostante ho deciso lo stesso di uscire, tela e pennelli alla mano, e di dirigermi verso i campi di grano, quelle sterminate distese di fragile oro che tanto mi affascinano. E nulla importa se fa caldo: sentivo la necessità di sedermi in mezzo a quelle spighe, e di perdermi tra l'oro e il blu del cielo.
Una volta arrivato mi sono reso conto che la natura intorno mi stava parlando; anzi, di più, mi stava come leggendo nell'anima. Sai quanto la rispetti, quanto veda nelle sue azioni un fine a noi superiore, che nessuno riesce a capire, ma mai fino ad oggi ero riuscito a provare un simile terrore di fronte ad essa. I campi di grano sembravano di colpo vasti, senza fine, i tre sentieri, che tante volte ho percorso, sembravano adesso arzigogolati e senza una meta precisa, confusi. Il cielo, che inizialmente sembrava azzurro, aveva di colpo iniziato ad incupirsi, con delle nubi oscure e minacciose che sembravano essere pronte a scaricare il loro odio e la loro furia contro l'oro in terra. Per un attimo mi sono sentito come quell'uccellino in gabbia di cui ti avevo parlato tempo fa, impotente mentre fissa, oltre le sbarre della sua cella, un cielo turgido e tempestoso, e si sente debole, vittima del suo stesso fato. E quei corvi, quello stormo nero che sembrava impazzito, essi stessi apparentemente sopraffatti dall'imminente fiamma della tempesta, quei corvi mi facevano impazzire, e il loro gracchiare beccava fuori dalla mia testa cattivi e oscuri presagi.
Questa è la mia vita Theo, questo è quello che provo adesso, e la natura lo sta gridando al mondo al posto mio: mi sento triste, solo, abbandonato di fronte al nulla e al fato.
Sono disperato, non vedo via di uscita, ma sono convinto che questo quadro che ti sto lasciando saprà dirti ciò che io a parole non ti so dire.
Un abbraccio, Vincent."

Dietro il monicker Chiral si nasconde il talentuoso Teo, polistrumentista piacentino autore con questo "Gazing Light Eternity" del suo secondo full (escludendo demo, EP e progetti paralleli). Un primo ascolto delle quattro lunghe tracce del presente lavoro già permette di individuare i tratti principali della sua proposta: Chiral suona un black metal atmosferico ossessivo, dilaniante nella sua ripetitività, figlio dei vari Lustre e della scena depressive australiana. Non mancano i riferimenti al timor panico cascadiano, che emerge sia nei paesaggi bucolici ed arcani tratteggiati dalla sua musica che negli inserti più folk-oriented, dove prende il sopravvento l'amore per la chitarra acustica e per le trame neo folk tanto care, ad esempio, agli Agalloch.
"Gazing Light Etenity" è un disco complesso e sfaccettato: meditativo e al tempo stesso avvilente, inquieto e contemporaneamente piacevole perché specchio dei nostri pensieri. E' un lavoro da tener caro per i periodi più freddi dell'anno, quando le belle giornate di sole sono accompagnate dal gelido vento invernale, o quando agli ultimi tepori autunnali fa da controparte il freddo tappeto di foglie morte che calpestiamo a terra. Una realtà musicale del panorama black nostrano da tenere sicuramente d'occhio.

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lunedì 21 novembre 2016

Antichi orrori per Cappuccetto Rosso Sangue



"È un paese del nord: freddo il clima, freddi anche i cuori.
Freddo, tormenta; bestie feroci nella foresta. La vita è grama. Le case sono di legno, buie e fumose all'interno. Ci potete trovare l'immagine rozza della Madonna dietro una candela sgocciolante, la zampa di porco appesa a stagionare, una ghirlanda di funghi essiccati. Un letto, un tavolo, uno sgabello. Sono vite difficili, misere, brevi.
Per questa gente che vive nei boschi del nord, il Diavolo è cosa reale, non meno di voi, o di me. Anzi di più; perché noi non ci hanno mai visti e nemmeno sanno che esistiamo, ma il Diavolo lo vedono spesso nei cimiteri, quelle inquietanti e sinistre città dei morti, dove ogni tomba è segnata dal ritratto naif del defunto e non c'è un fiore da metterci innanzi, perché lassù non crescono fiori, e così la gente fa piccole offerte votive, pagnottelle, a volte una focaccina dolce, che presto gli orsi pesanti di sonno vengono a rubare lasciando i margini della foresta. A mezzanotte, specialmente la notte di Santa Valpurga, il Diavolo invita le streghe ai suoi picnic fra le tombe; e allora dissotterrano cadaveri freschi e se li mangiano. Chiunque ve lo potrà confermare.
Collane di aglio sopra le porte tengono lontani i vampiri. Se un bambino dagli occhi azzurri nasce di piedi la notte di San Giovanni, si dice che diventerà un veggente. Se scoprono una strega - qualche vecchia che riesce a far maturare il formaggio quando i vicini non riescono, oppure il cui gatto nero -orrore!- le sta sempre appresso, allora spogliano la megera e vanno in cerca dei segni, quel terzo capezzolo al quale si attacca a succhiare il Demonio. Lo trovano sempre. E allora la uccidono lapidandola.
Inverno e freddo pungente.
Va' dalla nonna che è stata malata. Portale le focaccine d'avena che ho preparato per lei sulla pietra del camino, e la terrina di burro. La brava bambina fa come le dice la mamma - sono cinque miglia di faticoso cammino nella foresta; non abbandonare mai il sentiero, ci sono gli orsi, i cinghiali, i lupi affamati. Ecco, prendi il coltello da caccia del tuo papà: sai già come usarlo.
La bambina aveva una giubba di pelle di pecora per ripararsi dal freddo, conosceva la foresta troppo bene per averne paura, ma sapeva che doveva stare all'erta. Quando udì l'ululato agghiacciante del lupo, lasciò cadere i suoi doni, afferrò il coltello e si lanciò sulla bestia. Era enorme, con gli occhi rossi e le grigie fauci grondanti; solo la figlia di un montanaro poteva guardarla senza morire di terrore. La bestia tentò di azzannarla alla gola, come fanno i lupi, ma la bambina la accolse con un ampio colpo di lama e le mozzò la zampa destra anteriore.
La belva emise un lamento, quasi un singhiozzo, quando si rese conto di ciò che le era successo: i lupi non sono poi così coraggiosi come si pensa. Si allontanò tra gli alberi zoppicando come meglio poteva sulle tre zampe rimaste, lasciandosi indietro una traccia di sangue. La bambina pulì bene la lama del coltello sul grembiulino, ravvolse la zampa del lupo nel panno che la sua mamma aveva usato per le focaccine d'avena e proseguì verso la casa della nonna. Di lì a poco prese a nevicare talmente fitto da cancellare il sentiero e insieme a esso ogni impronta, pista o altro segno.
Trovò la nonna così malata che si era messa nel letto ed era sprofondata in un sonno inquieto, e gemeva e tremava e la nipotina capì che aveva la febbre. Le sentì la fronte con una mano: scottava. Scosse il panno dal cestino: voleva usarlo per preparare alla nonna una compressa gelata, e la zampa del lupo cadde a terra.
Ma non era più una zampa di lupo . Era una mano mozzata all'altezza del polso, una mano indurita dal lavoro e macchiata dagli anni. C'era una fede nuziale all'anulare e un porro sul dito indice. Da quest'ultimo riconobbe la mano della nonna.
Tirò indietro il lenzuolo e la donna si svegliò e subito prese a dimenarsi e a strillare come un'indemoniata. Ma la bambina era forte, e armata del coltello da caccia del padre, riuscì a tenere ferma la nonna quanto bastò per individuare la causa della febbre. Al posto della mano destra, restava un moncherino insanguinato e già marcescente.
La bambina si fece il segno della croce e gridò tanto forte che i vicini la udirono e si precipitarono a soccorrerla. Riconobbero immediatamente nel porro un capezzolo di strega; la vecchia, così come era, in camicia da notte, fu spinta fuori nella neve; a colpi di bastone condussero la sua carcassa cascante fino ai margini della foresta, e qui la presero a sassate fino a lasciarla a terra senza vita.
Dopo di allora, la piccola visse felice e contenta in casa della sua nonna."

Il processo iniziato nel precedente lavoro del 2014 dagli inglesi Esben and the Witch (EATW da ora in poi), grazie al quale avevano cambiato pelle rispetto agli esordi per mettere in luce una nuova natura ("A New Nature"), continua con questo nuovo album, anche se dal titolo pare riallacciarsi più all'antico, all'ancestrale, al mistico, "Older Terrors".
Parliamo di un trio di Brighton, fautore di una miscela musicale strana e straniante, in cui si mischiano dream pop, post punk e gothic vecchia maniera, post rock, ritualismo e cantautorato, per dare alle stampe quattro lunghe tracce che, tutte assieme, costruiscono un viaggio negli incubi. Si parla per loro di nightmare pop, e questa definizione calza a pennello. E' come se ci trasportassero nelle fiabe che ci raccontavano da piccoli, solo che il finale non è mai bello come ce lo ricordiamo, le foreste sono sempre oscure e umide, popolate da spettri, streghe e mostri, e la luce difficilmente vince. La voce di Rachel ci guida con mano tremante attraverso questi boschi, è una mano fredda, che ogni tanto ci scivola, scompare, e allora corriamo per raggiungerla nuovamente, per non perdere questo unico appiglio senza il quale saremmo smarriti come bambini abbandonati.
Gli EATW creano un mondo magico e tenebroso, ma al tempo stesso accogliente: queste quattro tracce hanno un incedere lento, hanno bisogno di crescere e maturare in intensità per sprigionare tutto il loro potenziale, ma l'attesa ipnotica e snervante sarà ripagata da un album dalla grande potenza evocativa.

Testo tratto da Angela Carter, "The Bloody Chamber and Other Stories"

The Reverist

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https://www.debaser.it/esben-and-the-witch/older-terrors/recensione

lunedì 24 ottobre 2016

The Quiet Things that No One Ever Knows


https://somberlanemusic.wordpress.com/2016/10/24/music-sharing-passion/

Questo post vuole essere sia un ringraziamento verso l'autore dell'articolo sopra linkato sia una ricondivisione di parole e sensazioni che ho sempre provato ascoltando la Musica.
Parole nobili che tirano in ballo emozioni nobili che spesso non vengono considerate, perché, in fondo, "è solo musica"... O forse no?!