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martedì 8 ottobre 2019

Lo spirito adolescente



Certi dischi sono porte, varchi attraverso universi che non conosci se non per sentito dire o per aver letto qualcosa. Se hai le chiavi giuste riesci ad aprire queste porte per accedere al mondo dell'artista, al suo io, al suo cuore, alla sua anima. Certe porte si aprono sul nulla, altre si aprono invece su floridi giardini assolati pieni delle più straordinarie creature che hai mai visto, quasi degli Eden. In questi giardini c'è un uomo incappucciato, con un grosso libro in mano al quale è inesorabilmente incatenato. Il volume che tiene in mano è grigio, imponente, scritto con caratteri che solo a prima vista non sai leggere, ma se chiudi gli occhi è come se le parole ti apparissero dentro le palpebre.
Il libro parla del dolore per la scomparsa di un tuo caro: un figlio, un padre, una madre, qualcuno che magari ha dato la vita per te, o per il quale tu hai dato tutto. Oltre al dolore c'è l'elaborazione del lutto, un percorso difficile, diverso per ognuno di noi, che avviene in fasi diverse e con metodologie diverse. Non subito ti accorgi di quanto è successo, travolto come sei dal momento, lo realizzi dopo, e inizi a lavorare su di te, per elaborare appunto quanto c'era e adesso non c'è più. Il libro è un percorso che va dalla nascita alla crescita, alla morte, e perché no alla reincarnazione o resurrezione, parla dei rapporti tra le persone, del tagliare i ponti o all'opposto, di lasciare spiragli. Come sei tu, sei una persona che taglia tutti i rapporti e guarda solo avanti o sei una persona che ha sempre un occhio puntato sullo specchietto retrovisore? Lasci spiragli o non ti volti mai indietro? Il libro parla anche di questo. Ti fa chiedere perché certe cose accadono in un dato momento, ti fa domandare se tutto sia concatenato oppure buttato sparso su un tavolo come bottoni rovesciati dalla scatola di latta della nonna. C'è uno schema che lega la morte di tuo padre alla tanto agognata nuova casa a una nuova vita, magari? Il libro ti mette questi dubbi, ma non esige risposta.
Il libro parla di Sogno che poco prima della sua dipartita parla con sua sorella Morte, e le dice di quanto sia stanco. Ma parla anche di Sogno che "consola" suo figlio Orfeo dopo la morte di Euridice, parla di come si deve affrontare un lutto, di quale sia la "mortal way" che lui, Eterno, non può capire ma che riesce comunque a spiegare con parole semplici, schiette, dure e vere.
Non ha molto senso parlare solo di musica per il nuovo lavoro di Nick Cave, "Ghosteen": se lo analizzassimo solo in questi termini qualcuno lo potrebbe definire monotono, noioso, un lamento continuo: ma sarebbe assolutamente fuori strada. Oltre il rock, oltre il blues, oltre le murder ballads, oltre il drone e l'elettronica, l'album è assolutamente impalpabile come il freddo di un'assolata mattinata invernale. E' lì, lo senti, ma lo "senti" in maniera diversa, non attraverso le orecchie ma attraverso il cuore e le emozioni. Come dicevo è come se fosse una porta che lo stesso Cave ha voluto aprire, è un percorso di purificazione che tocca tutto: la bibbia e la religione cristiana, il buddismo, la poesia, le atmosfere destabilizzanti e aride di T.S. Eliot e la speranza che filtra dai canti Danteschi del Paradiso. Parla del lutto e della perdita del figlio, ma va oltre quello, è elaborazione e ricerca di qualcosa per andare avanti.
"Oh, this world is plain to see/It don't mean we can't believe in something/And anyway, my baby's coming back now on the next train/I can hear the whistle blowin', I can hear the mighty roar/(...)/Well, there are some things that are hard to explain/But my baby's coming home now on the 5:30 train" è la straziante presa di posizione di un padre che continua a credere in qualcosa, sebbene la perdita sia stata enorme. E poi ancora:
"Everybody's losing someone/It's a long way to find peace of mind, peace of mind
It's a long way to find peace of mind, peace of mind/And I'm just waiting now, for my time to come/And I'm just waiting now, for peace to come/For peace to come"
E' come quando in "American Beauty" vedi la busta che fluttua, e ti senti dire che "a volte, c'è così tanta bellezza nel mondo che non riesco ad accettarla", ed è vero, se chiudi gli occhi, se credi in qualcosa, se pensi che ci sia altro, se hai persone intorno a te che si fidano di te e vivono per te, te ne accorgi che è vero. Ed apprezzi il sole, ti senti in pace, cerchi il bello nelle piccole cose che ti cambiano la giornata.
Per "Ghosteen" è doveroso andare oltre una recensione puramente tecnica, è necessario mai come ora leggere i testi, analizzarli, "sentire" sulla propria pelle le parole e la musica. E' difficile, assolutamente, probabilmente molti non lo apprezzeranno, ma se riuscite a trovare la chiave e ad aprire la porta rimarrete estasiati da quello che sentirete.

"Please, take care of yourself. Seek out beautiful things, inspirations, connections and validating friends. Perhaps you could keep a journal and write stuff down. The written word can put to rest many imagined demons. Identify things that concern you in the world and make incremental efforts to remedy them. At all costs, try to cultivate a sense of humour. See things through that courageous heart of yours. Be merciful to yourself. Be kind to yourself. Be kind.
With love, Nick"

Hollywood

https://www.debaser.it/nick-cave-and-the-bad-seeds/ghosteen/recensione-ashbringer83

domenica 1 settembre 2019

Septembre et ses dernières pensées



Quando settembre inizia te ne accorgi da piccole cose: non è necessario guardare il calendario o controllare la data da qualche parte, è una sensazione che senti a pelle quasi, una sorta di risveglio dal torpore e dalla calura estiva che ti avevano addormentato fino a quel momento.
Sono mesi di cambiamento quelli autunnali che stanno per iniziare, ma dei quali già senti la presenza. Giorni in cui la natura ti sorprende per l’ultima volta con i suoi colori più belli, tira fuori un calore che non ti saresti aspettato, sembra vivere con una forza maggiore rispetto a quella, teoricamente strabordante, con la quale ti aveva colpito nei mesi precedenti. E’ una carezza delicata, fatta di ombre che si fanno più lunghe sotto tramonti rossastri, di serate in cui la brezza scuote le fronde degli alberi, in cui cominci a sentire il bisogno della camicia o del giacchetto leggero, in cui i raggi del tramonto accendono le foglie che si fanno giorno dopo giorno più gialle. Sono giorni magici, nostalgici, malinconici, belli, l’aria è frizzante ed energica, e anche quando piove, anche quando ti svegli e la nebbia copre i tetti, in fondo in fondo non è così male.
Con questa predisposizione di animo mi sono visto con un caro vecchio amico, compagno di banco di scuola, una persona con la quale ho trascorso almeno tre anni importanti, anni nei quali crescevi, diventavi “grande”, anni nei quali iniziavi ad affrontare le prime vere sfide, e il sapere che avevi vicino una persona come te, che sapeva capirti e aiutarti anche solo con una parola, ti dava forza e coraggio. Poi succede che quando cresci prendi una strada e le persone con le quali hai passato tanto tempo spariscono: non per cattiveria, semplicemente imboccano un altro sentiero in uno dei tanti crocicchi della vita. Eppure mentre cammini, ora tra boschi intricati, ora in mezzo a prati aperti, in lontananza lo vedi sempre il tuo amico, intento anche lui a barcamenarsi tra sfide in fondo non dissimili dalle tue. Poi, come dicevo, per puro caso a distanza di anni un giorno ti senti con lui e decidete di rivedervi per una birra o due, e non sembra passato nemmeno un secondo dal diploma di maturità. E credo che una predisposizione d’animo propensa alla rievocazione dei ricordi, alla riconciliazione, al confronto tra amici, alla comprensione, a quella pacca sulla spalla che ti era mancata finora, siano tutte figlie di una stagione malinconica eppure positiva che sta per iniziare, come l’autunno. E così tra una birra e l’altra parli di ricordi di scuola, di gite, di amori presenti, passati e futuri, di vecchi videogiochi, di vita e di morte, di passioni recuperate e tramandate, di momenti persi e poi riguadagnati; parli di birra, delle piccole gioie della vita, di case nuove, di convenzioni sociali e di gabbie mentali, e le ore volano senza che te ne accorgi. E quando ti saluti lo fai con la promessa di rivedersi presto, magari a casa nuova, per bersi qualche birra in terrazzo perdendo lo sguardo tra le foglie della quercia che hai in giardino.
Quali sono le connessioni tra l’autunno, l’aver rivisto un caro amico, e la musica degli Ashbringer? Non so di preciso ma istintivamente, dopo aver salutato il mio amico ed aver messo su “Absolution”, ho sentito come un filo conduttore che piano piano legava tutti i miei ricordi, il mio trascorso e le mie speranze. E ancora una volta mi sono trovato a riconoscere la bontà della proposta del gruppo di Minneapolis, che non stravolge quanto fatto con il precedente “Yugen”, procedendo su quelle coordinate autunnali, malinconiche e dolci e dando alla luce un disco forse un pizzico meno passionale del precedente, se visto nella totalità, ma di certo di pregevole fattura. Un black metal atmosferico mai troppo veloce o feroce, con richiami naturalistici e “selvatici” tanto cari alla scuola “cascadiana”, intriso di pennellate folk e progressioni post-rock, una tavolozza sonora i cui colori predominanti sono quelli, come già detto, autunnali, con largo spazio quindi alle digressioni strumentali, alle progressioni “post”, ai riff dal sapore consolatorio e rassicurante.
Questo è il periodo in cui va ascoltato “Absolution”, gli va concesso del tempo, va fatto decantare e ripreso dopo un po’ così da permettergli di crescere e di parlare con la sua vera voce. E’ un disco onesto, che conquista pian piano, che va saputo leggere e che va lasciato parlare, che va guardato negli occhi e va ascoltato come un amico che non vedi da tanto, ma che sai che in fondo sta parlando la tua stessa lingua, e che al netto di una voce diversa, magari più matura, e di un aspetto cresciuto e forse burbero, nasconde sempre un animo in fondo non dissimile dal tuo.

Dreamscape
https://www.debaser.it/ashbringer/absolution/recensione

mercoledì 27 marzo 2019

Asocialità e musica

Per noi asociali la musica è una benedizione divina.
Nell'ora scarsa di pausa che spezza la tua giornata lavorativa fuggi dall'ufficio alla ricerca di un po' di pace, giusto per ascoltare un po' i tuoi pensieri anziché quelli degli altri. Il "problema" si pone quando arrivi all'unico bar aperto in paese, vuoi prendere un caffè ma è pieno zeppo di colleghi. Incroci i loro sguardi, sorridi timidamente per salutarli, ma non vuoi parlare, non ce la fai proprio, non te la senti, non vuoi rompere il tuo flusso di pensieri, vuoi crogiolarti ancora per qualche minuto nella tua malinconia, nei tuoi ricordi, nel tuo isolamento.

Eppoi parte questo pezzo, e ti sembra di essere in un film.



Il pianoforte, la chitarra, le melodie ti cullano, vedi le bocche dei colleghi aprirsi al dialogo ma quello che senti è solo musica, senti finalmente quello che vuoi sentire, solo quello,
e ti piace.
Tutto si muove come in slowmotion, solo tu riesci a muoverti come se nulla fosse, fluttui in un mare che non ti tocca, ci sei ma non ci sei, ne sei immerso ma è come se tu ne fossi impermeabile,
e ti piace.
Ultimamente penso davvero che sarei una persona diversa senza la musica, più povera, più uguale a tante altre, e invece, per fortuna, riesco ancora a ritrovarmi.

venerdì 22 marzo 2019

So the story goes, and there will be fireworks, eventually



Da cosa ci rendiamo conto che siamo diventati "grandi"?
E' iniziato tutto con un sogno, nel quale, dopo quasi venti anni, riuscivo ad organizzare una cena di classe con i vecchi compagni delle superiori. La sera ci dovevamo incontrare nella Piazza della città, arrivando li vedo, sparpagliati qui e là, ne saluto uno, poi un altro, poi vedo il mio vecchio compagno di banco e ci abbracciamo di corsa dandoci qualche cazzotto nelle costole, come facevamo da ragazzi, in maniera bonaria. E' una sensazione strana, bellissima, calda, molto da teen movie se vogliamo, ma è appagante. Alla fine è un sogno, quello che vorremmo che fosse e che spesso invece non è.
Ci accorgiamo che siamo "grandi" quando, passando con la macchina di fronte alla casa dove siamo cresciuti, una marea di ricordi ti invadono la mente. Quando passavi i pomeriggi a giocare a calcio fuori, o a giocare alla Playstation, o quando interrompevi i compiti alle 16:30 per guardare Holly e Benji, o quando dovevi prepararti per la seconda prova di maturità, quella di matematica, ma poi se ne usciva tuo babbo con una boccia di vinsanto trovata chissà dove, e allora ciao compiti... In tutto due costanti, amici e una innocenza e una giusta noncuranza del domani, perché, appunto, era domani, e oggi c'erano altre cose da fare.
Ti accorgi che sei cresciuto quando perdi un genitore e il suo ricordo ti assale nei momenti in cui meno te lo aspetti, o quando devi comprare casa e ti senti piccolo piccolo, inadatto alla vita e alle sue sfide. Quando basta poco per commuoversi, una canzone, un disco suonato nel momento in cui sei più fragile, in cui ti senti più nudo di fronte a tutto e tutti. Quelle canzoni sono carezze, sono pacche sulle spalle, sono persone che ti dicono "è la vita, ci sono passati tutti, ce l'hanno fatta tutti, è normale che sia così". Quelle canzoni così semplici, eppure così coinvolgenti, così vere, come se le avessi scritte te se solo avessi saputo scrivere un po' più decentemente.
Stai crescendo quando ti rendi conto che è molto più facile commuoversi per la nostalgia delle cose che hai vissuto, dei ricordi, piuttosto che piangere lacrime di felicità per le cose che sai che succederanno, magari a breve, ma delle quali hai ancora tanta paura. Hai abbandonato infanzia e adolescenza quando aumentano sì le responsabilità, ma soprattutto aumentano le paure, soprattutto quella di deludere chi ti ama, chi ti sta vicino, e di deludere anche te stesso, gli ideali con i quali sei cresciuto, le cose che ti hanno detto e che ti hanno formato.
Non si è per sempre bambini, e chi dice di esserlo è un cazzaro. Si può però cercare di rivivere per un attimo quelle sensazioni, ricordando, piangendo, guardando un film, ascoltando un disco, o semplicemente abbracciando un vecchio amico, anche se solo in sogno. Ed è bello come il disco di una band sconosciuta ai più, forse adesso sciolta, mi abbia fatto riflettere su queste cose.
Scozzesi di Glasgow i There Will Be Fireworks escono nel 2009 con il loro primo omonimo full lenght. Il disco grazie al quale li ho conosciuti, il già recensito "The Dark Dark Bright", è forse l'apice della loro (breve, va detto) carriera, ma già in questo lavoro ci sono picchi di emotività e di classe rilevanti. Il loro è un post rock non strumentale, con un cantato che ricorda ora un Damien Rice, ora i Brand New, mentre la struttura portante dei pezzi è un saliscendi di emozioni, pause, accelerazioni, corse e rifiatate, tanto care ai conoscitori degli Explosions in the Sky.
Come ho già avuto modo di segnalare nel precedente scritto i Nostri hanno l'innata capacità di saper emozionare in maniera semplice, con piccole cose dal sapore universale e condivisibile. Fanno quella specie di "magia" grazie alla quale, con una combinazione di note, riescono a farti pensare a cose anche lontane dal testo del pezzo che stai ascoltando in quel momento, e ti fanno sciogliere come neve al sole, ti permettono di parlare con te stesso.
Non so dove siano ora questi ragazzi, se la band sia ancora attiva o se si sono divisi, online si trova poco... Ma sarò sempre debitore nei confronti della loro musica, che sa esserti amica senza chiederti nulla in cambio.

So the Story goes

https://www.debaser.it/there-will-be-fireworks/there-will-be-fireworks/recensione

martedì 19 marzo 2019

Il Giardino dell'Abbandono



Lo chiamavano il "Giardino dell'Abbandono" perché chi vi accedeva riusciva ad abbandonare tutte le sue paure, le preoccupazioni, le angosce. In questo giardino Proserpina era solita abbandonarsi a danze e risate con le sue sorelle, ingenuamente incurante del male, del dolore e della sofferenza che serpeggiavano all'esterno del Giardino, che tentavano invano di scavalcare le alte mura arrampicandosi come edera malvagia. Figlia di Cerere e Giove, mora, la pelle pallidissima infiammata da labbra e guance rosso sangue, gli occhi verdi smeraldo, svettava sulle sue sorelle per bellezza e grazia.
C'era una grotta in questo Giardino, nella quale le fanciulle non andavano mai: buia, umida, incorniciata dall'edera, sembrava emanare qualcosa di tremendo e arcano: era la porta degli Inferi, messa lì a monito della caducità della bellezza e della vita: il "Giardino dell'Abbandono" era un Eden per le creature non umane come Proserpina, ma per i comuni mortali assumeva i tratti di un luogo di passaggio, un momento di estrema libertà e vita immediatamente precedente l'abbandono dell'esistenza.
Dalla fredda grotta occhi rosso fuoco scrutavano bramosamente la vita nel giardino: Plutone, re degli Inferi, stanco della continua tenebra e del dolore nell'essere reietto in un mondo di tristezza e sofferenza, agognava la gioia e la felicità incarnate nelle fanciulle che popolavano il florido prato. Tra queste creature il Demone voleva Proserpina, si era innamorato della sua grazia, delle sue eteree fattezze, della sua leggiadria, la voleva a suo fianco per regnare all'Inferno, nella speranza che la ragazza potesse portare un po' di sole nella sua non-vita. E così un giorno uscì dalla grotta, sorprendendo la fanciulla che era seduta a raccogliere violette: la strinse in un abbraccio e incurante delle urla fuggì con lei nel suo Regno.
Nel regno delle Tenebre il Demone cercava di far sentire la ragazza a suo agio, le portava fiori, che però morivano dopo pochi istanti causa la mancanza di luce ed il troppo calore; le portava animali, che presto si fiaccavano per l'assenza di aria pulita; le portava cibi, che lei rifiutava perché sapeva che, una volta accettato qualcosa da mangiare dal regno degli Inferi, quella sarebbe stata per sempre la sua dimora.
E così il tempo passava, e Cerere, madre di Proserpina, non vedendola più iniziò a cercarla: la sua rabbia e angoscia aumentavano ogni giorno di più, smise di interessarsi al mondo, e così iniziarono carestie e siccità. L'umanità periva pian piano e Giove, per cercare di porre un freno a queste sofferenze, inviò il suo messo Mercurio a cercare la giovane: quando questi riuscì finalmente a trovarla non riconobbe nei suoi occhi la luce smeraldina che la contraddistinguevano. Per la troppa fame la fanciulla aveva infatti ceduto e aveva mangiato un chicco di melagrana, di fatto condannandosi ad essere sposa di Plutone e a non abbandonare più il regno delle Tenebre.
La furia di Cerere non si placò nel sapere la triste sorte riservata a sua figlia, e i giorni di carestia si trasformarono in mesi. Giove, arbitro della vicenda, impose quindi una condizione, che avrebbe di fatto messo d'accordo Plutone e Cerere: Proserpina avrebbe trascorso sei mesi nel mondo dei vivi, con sua madre nel Giardino dell'Abbandono, e sei mesi in quello dei morti, a regnare con Plutone negli Inferi.
Insieme sarebbe stata Regina dell'Estate e Padrona dell'Inverno, e quegli occhi color smeraldo non tornarono mai più a brillare come una volta, nemmeno quando erano illuminati dalla calda luce del sole.
"The Garden of Abandon" è la seconda prova a firma Monastery, monicker dietro il quale si nasconde Robb Kavjian dei 1476. Come nel precedente "Peculiar Storms" siamo di fronte a un album i cui riferimenti musicali possono essere ricercati nella musica ambient con inserti elettronici, folk e synth. Sebbene la critica faccia rientrare il genere proposto dall'Artista come "dungeon synth" sono totalmente assenti i connotati cupi e oscuri che caratterizzano gran parte dei questo genere: sarebbe quindi quasi più corretto parlare di "Fantasy Synth", a patto che esista questa etichetta.
Principale fonte di ispirazione di questo album è l'arte dei Preraffaelliti: il Nostro ha sviluppato una sorta di concept che dona una forma letteraria e musicale a questo affascinante movimento pittorico inglese, creando un mondo magico e delicato nel quale prendono vita personaggi storici, mitologici o delle favole. Valore aggiunto sono l'artwork del disco e i testi scritti a commento di ogni pezzo, necessari per rendere al meglio l'atmosfera che si vuole ricreare con la musica proposta.
Si tratta di un ascolto adattissimo a questa stagione, quando i rigori invernali lasciano il passo alle miti temperature primaverili, e la Natura si sta risvegliando pronta a raccontarci le storie meravigliose che ha sognato durante i suoi mesi di riposo.

The Garden of Abandon

https://www.debaser.it/monastery/the-garden-of-abandon/recensione

martedì 26 febbraio 2019

Romanticismo inglese/3



Ricordo di essermi svegliato abbastanza presto quella mattina. Ero in vacanza ma non mi importava, era una cosa che facevo volentieri.
Le vie di Glastonbury alle 6:00 di mattina erano ancora addormentate: nessuno in giro, giusto qualche senzatetto che dormiva sotto i portici della chiesa; l'aria era già fresca, frizzante, positivamente tesa, una caratteristica che ormai avevo imparato a conoscere e ad apprezzare, tipica di quel posto.
Mi incammino verso la Tor: superato il centro città e imboccata una via secondaria inizio a salire le scale ricavate nella terra, in cuffia le parole di un bardo inglese, mi parlano di leggende antiche, di nature incontrastate, di luoghi magici. Arrivo al cancello in cima alla scalinata, lo oltrepasso e inizio a salire la collina. Il cielo è splendidamente chiaro, intorno a me la tipica nebbiolina mattutina, mentre i belati delle pecore al pascolo fanno da contorno ai miei passi in solitaria. Arrivato a metà salita mi volto ad osservare il paesaggio: Glastonbury come Sleepy Hollow, una cittadina in una vallata affogata dalla bruma inglese, dormiente e pacifica. Ripresa la scalinata è un attimo arrivare ai piedi della Torre di San Michele: alzo gli occhi e la sua maestosità mi inebria. Si alza un leggero vento, i cardi dondolano, c'è una sensazione di elettricità nell'aria, di magia, di positività. Varcato l'ingresso della torre un raggio di sole mi sorprende e per un attimo mi acceca: quando riapro gli occhi ho davanti agli occhi la scena più bella di tutta la vacanza. Il sole che sorge in lontananza, i greggi di pecore sparpagliati lungo il pendio della collina, l'erba verde che asseconda il vento, e soprattutto la calma, la pace, la lontananza da tutto e da tutti e allo stesso tempo la comunione di anime e spiriti. Mi siedo dentro la Torre, in una delle panchine di pietra ricavate al suo interno, occhi chiusi, accarezzato ora dal vento, ora dal sole, e respiro. La magia del momento è amplificata dalla musica che ho in cuffia: è il bardo di prima, le sue parole calde, i cori che sostengono e abbracciano gli strumenti, tutto concorre nel rendere l'emozione del momento tangibile. Non succede nulla di speciale, alla fine sono solo una persona che se ne sta seduta con gli occhi chiusi dentro un'antica torre, aspettando il sorgere del sole e ascoltando musica, ma è questo "niente di speciale" che rende questi momenti così indimenticabili. E commoventi, quando mesi dopo ti trovi a riascoltare quella musica e a ripensare a quelle scene.
In un precedente scritto avevo parlato del debutto a firma Wolcensmen come di "un disco fatto di piccole cose, di piccoli gesti, di piccole emozioni e gioie, così come la natura inglese oggetto delle canzoni che lo compongono". Ebbene non posso che ripetere e enfatizzare questa descrizione. "Songs from the Mere" è un EP, una raccolta di pezzi che seguono il filo logico del precedente "Songs from the Fyrgen" allo stesso tempo però distanziandosene per certi aspetti. Musicalmente però le soluzioni scelte sono le medesime, chitarre arpeggiate, fiati, percussioni, tappeti di synth mai invasivi, cori, per un disco di neofolk/ambient da ascoltarsi tutto di un fiato.
Tutti coloro che hanno avuto esperienze non dissimili da quella descritta non avranno difficoltà a riviverle tra le tracce create dal Nostro. Per tutti gli altri un invito ad approcciarsi a questo lavoro con il cuore aperto e con la voglia di lasciarsi andare, per un attimo, ad atmosfere antiche e ricche di pathos.

Lady of the Depe

https://www.debaser.it/wolcensmen/songs-from-the-mere/recensione

martedì 19 febbraio 2019

Marooned



Ero piccolo, avrò avuto massimo dieci/undici anni.
I pomeriggi avevo l'abitudine di scendere in garage, dove mio babbo lavorava, e di passare del tempo nella Fiat 131 di famiglia, il "macchinone" come lo chiamavo io, l'auto che usavamo per i viaggi lunghi quando per esempio andavamo al mare d'estate. Una volta dentro accendevo lo stereo e mi mettevo a giocherellare con le tante cassette che il mio babbo era solito tenere lì dentro. Accanito fan del tape trading lui, credo che di originali ne avrà avuti tre o quattro, tutto il resto erano nastri copiati, fossero esse compilation di musica registrata dalla radio o copie di album originali. Ricordo che mio babbo era solito fare una cosa molto carina, che anche io negli anni a venire ho rifatto, non sapendo che forse, inconsciamente, me l'aveva passata lui: faceva le copertine. Prendeva immagini ritagliate da giornali, o foto sue, le riassemblava con colla e forbici, le ritagliava nel formato corretto e le attaccava al cartoncino della custodia della cassetta. Così non sapevi mai cosa avevi tra le mani, se una compilation o una copia di un album, e lo scoprivi solo aprendo la custodia della cassetta.
Tra tutte le cassettine una mi colpiva sempre tantissimo: ritraeva due teste che si osservavano, a bocca aperta, occhi sgranati, in un campo. Nessuna scritta, nessuna parola, l'atmosfera era sospesa, indefinita, sognante e arcana. Non lo so perché mi affascinava moltissimo questa cover, era confortante e inquietante al tempo stesso, esprimeva allo stesso tempo calore e freddo.
Passano gli anni, crescevo prendendo la mia strada, sbagliando, facendo scelte giuste, e allo stesso tempo quel babbo mi osservava andare per la mia via, rimettendomi in carreggiata se c'era bisogno, ma tutto sommato rimanendo sempre nell'ombra. Negli anni affino i miei gusti musicali, accresco la mia "libreria", ma il caso vuole che alla fine, più o meno consciamente, un giorno mi imbatto nuovamente in quella copertina, o meglio, in quell'album. Stavolta sapevo perfettamente di cosa si trattava, nel tempo avevo iniziato a conoscere, apprezzare, fino a innamorarmi dei Pink Floyd, e il giorno che rividi nuovamente quella copertina, e vi associai i testi e la musica che questa rappresentava, riuscii finalmente a dare un senso a quella percezione che avevo di inquietudine e freddo.
Passano altri anni, quel babbo che era stato sempre al mio fianco non c'è più, ma ovviamente continua a rivivere nei miei ricordi, nelle sue/nostre cose, e nelle canzoni. Ieri avevo messo su, distrattamente, "The Division Bell" dei Pink Floyd, disco che mi è sempre piaciuto, sebbene non lo ritenessi pietra miliare della discografia degli inglesi. Ne ho sempre apprezzato i suoni, la dolcezza con la quale Gilmour suona la chitarra, il calore consolatorio della sua voce, le atmosfere miti, rassicuranti, tratteggiate dalle tastiere di Wright, e quell'alone nostalgico che animava tutto il lavoro. "High Hopes" è stata per molto tempo il mio pezzo preferito, ma ieri, ascoltando "Marooned", ho avuto un brivido.
marooned: adjective UK, /məˈruːnd/ US - /məˈruːnd/, left in a place from which you cannot escape.
Ho dato un senso all'inquietudine che ultimamente mi sta assalendo, al senso di "mancanza" di qualcosa, di un pezzo di cuore probabilmente. E come vuole il concept alla base del disco anche io percepisco assenza di comunicazione, lontananza, mancanza, "silence that speaks so much louder than words" prendendo in prestito le parole di un altro brano Floydiano. Il brano, strumentale, è un monologo chitarristico gilmouriano, un pianto lontano che si adagia dolce su tappeto di tastiere offerto da Wrigh: tantissima atmosfera che permette ad ognuno di noi di vagare e perdersi nella propria anima.
Si cresce, si cambiano gusti, le canzoni che una volta ritenevi fondamentali per la tua crescita cedono il posto ad altre, ma è bello constatare come alla base di tante cose ci sia sempre la musica a tenere vivi i ricordi.
Nota a margine:
Non si tratta di una recensione di un album ("The Division Bell"), non si tratta di fatto di una recensione anche se alla base c'è una canzone ("Marooned" dei Pink Floyd). Vuole semmai essere una riflessione appoggiata a una piccola recensione (se mai ce ne fosse ancora bisogno di parlare e incensare i Floyd), un tentativo di dire che la musica va ascoltata con il cuore, va sentita, va legata ai ricordi e non lasciata a sottofondo passivo. E' una molla fortissima, una ancora indistruttibile che ci permetterà sempre, ovunque, di restare in contatto con il nostro passato e allo stesso tempo avere indicazioni sul nostro futuro.

Marooned

https://www.debaser.it/pink-floyd/marooned/recensione