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giovedì 27 novembre 2014

Be nice


L'aria era fresca, non fredda, sebbene fossimo a gennaio: merito forse del mare, che vicino com'è alla città in qualche modo ne mitiga la temperatura. Decidiamo di fare una cosa diversa, e di spostarci con l'autobus proprio verso il mare, verso la spiaggia della città, verso Portobello. Sono malato me ne rendo conto, ma tutto in questa città mi affascina e mi strega, ed il fatto di avere nello stesso posto highlands, laghi, luoghi storici incantevoli, una cultura incredibile ed una spiaggia mi aveva messo in uno stato di febbrile eccitazione sin dal risveglio.
Man mano che ci avviciniamo a destinazione l'ambiente cambia: case più colorate e più basse, un'atmosfera quasi più da villaggio della Cornovaglia che da capitale della Scozia, insegne e negozi che sembrano usciti dagli anni Cinquanta. Scesi dall'autobus una pioggerellina leggera ci accoglie, ma ci siamo abituati, e pochi passi dopo eccoci di fronte al mare: qui tutto è perfetto, mi sembra di vivere una scena di "Eternal Sunshine Of The Spotless Mind". Nonostante la pioggia ci sono bambini che, in piumino, giocano scalzi sulla sabbia, e con le loro palette vanno a raccogliere la sabbia bagnata dalle onde per poi riportarla indietro e farci castelli, il tutto sotto gli occhi dei genitori che parlano con in mano immancabili bicchieroni di caffè.
Poco più in là i cani giocano sulla sabbia, si rincorrono e rincorrono i giochi lanciati dai loro padroni. L'aria è frizzante ma il tempo sembra fermo, fissato in una foto che posso vivere, in cui tutto sembra essere al suo posto, e quel baracchino che vende cioccolata calda sul lungomare ha il fascino di una scoperta che non ti aspettavi, e che sembra essere lì apposta per te, per farti commuovere di fronte a tanto stare bene.
Di fatto non succede nulla, te ne stai seduto su uno sgabello con la tua ragazza, sorseggiando una cioccolata calda, giocherellando con i marshmallows che ti ci hanno messo, e conversando con gli affabili proprietari del chiosco, con intorno solo il suono del mare, il vociare dei bambini ed i cani che abbaiano, ma è tutto ciò di cui hai bisogno per stare bene. Ed è bello quando sono le piccole cose a darti felicità e a farti sorridere, ed è ancora più bello quando, a distanza di quasi un anno, riesci a rivivere quelle stesse sensazioni come se tu fossi ancora lì, e le senti al punto tale da farti quasi piangere per la gioia e per la nostalgia.
"We are a band from Glasgow, Scotland, and we enjoy making music." Così, semplicemente, i There Will Be Fireworks (da ora in poi TWBF) si presentano a chi si avvicina a loro. Li ho conosciuti per via della loro etichetta, di base ad Edimburgo, ma appena mi sono apprestato ad ascoltare "The Dark Dark Bright" per la prima volta mi sono subito innamorato di questo gruppo. I Nostri propongono un genere avvicinabile, generalizzando, al post rock: frequenti sono i climax emozionali, che partono da semplici arpeggi acustici o da un crescendo basso-batteria per poi esplodere in una corale travolgente e sbalorditiva in quanto a impatto sull'ascoltatore. Nei pezzi che compongono questo disco sento note di Explosions in the Sky, ma anche di Damien Rice (la consolatoria delicatezza dell'irlandese è ben presente anche nella voce del cantante di questa band), degli Arcade Fire e dei GY!BE (nell'epicità sinfonica e nei crescendo di alcuni pezzi) e dei Brand New (tanti piccoli richiami a "The Devil and God...").
I TWBF non inventano niente, credo sia chiaro, (anche perché in questo genere cos'altro puoi inventare ancora quando ci sono i Godspeed, per dirne uno a caso?), fanno però una cosa semplice, sanno emozionare. E lo fanno con cose altrettanto semplici e forse scontate, giocano con i ricordi, con i sorrisi e le lacrime, consolano e fanno sorridere, ti mettono a tuo agio, ti fanno pensare e ti tengono compagnia. Insomma, sono come quella cioccolata calda presa sul lungomare di Portobello a Edimburgo lo scorso gennaio: qualcosa di piccolo, insignificante, ma che ogni volta che ci ripensi sa darti calma, sa ricordarti di un momento felice, e, magari, sa farti un po' commuovere.

River

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giovedì 20 novembre 2014

Visualize vast wilderness

Visualize vast wilderness.

Un giorno la Dea Alce prese vita dalle radici di un vecchio albero, troncato dalla smania umana di costruire sempre nuovi palazzi togliendo spazio vitale alle foreste. La nebbia si condensò attorno alle foglie marce che riposavano a terra, che subito al suo passaggio ripresero vita e colore, tingendosi di un verde lucente ed animandosi come sospinte da un dolce vento; le radici interrate riemersero, si riannodarono, si alzarono verso il cielo, e da esse si rigenerò la Dea. Antropomorfa, la testa di Alce, raccolse da terra i teschi di tre animali che erano stati lasciati lì a morire, avvelenati dagli scarichi delle fabbriche non troppo lontane, e al suo tocco questi divennero Lupo, Cervo e Volpe, messaggeri del risveglio della Natura incarnata nel corpo della Dea.

La Dea li guardò compiaciuta, e solo con lo sguardo i tre animali intesero quale sarebbe stato il loro compito: i quattro si voltarono verso la città, verso le luci e le ciminiere, e a passi lenti si avviarono verso l’uomo. Ogni loro passo era una pianta che nasceva, dove poggiavano piedi o zampe fiori, foglie, frutti e radici riprendevano vita, e con una folata di vento sputavano verso il cielo le tossine ed i veleni dei quali si erano nutriti fino a quel momento, riprendendo così vita e forza. Alle soglie della città la Dea si fermò, poggiò le mani a terra, e da esse si generarono due scosse che squarciarono in due le fabbriche che trovarono sulla loro strada, inghiottendo manager in cravatta e ricchi industriali che, nonostante l’ora tarda, erano rimasti all’interno degli edifici a contare i loro soldi sporchi di petrolio e veleno. Dai crateri che si generarono emersero piante radici ed alberi, che continuarono l’opera avvolgendo con le loro spire tutto ciò che aveva fino a quel momento soffocato la loro esistenza, riappropriandosi di spazi che erano loro.

Le persone, impaurite, corsero nelle strade: intorno a loro si stava scatenando l’apocalisse, e nessuna preghiera o nessuna fede poteva arrestare le loro paure. Poi il fitto muro creato dagli alberi si aprì, e da essi emerse la Dea ed i suoi tre emissari. Nessuno osò dire una parola, tra gli uomini c’era chi si inchinava, chi si metteva a piangere, chi fuggiva, chi annuiva: tutti però avevano di colpo capito cosa stava succedendo, avevano immediatamente preso coscienza delle loro colpe che avevano costretto la Natura a riprendersi con la forza ciò che le era stato preso. L’Alce fissava un punto fisso in mezzo alla gente, ma era come se ogni persona si sentisse scrutata nella sua anima, nuda come un verme e messa di fronte alle proprie colpe.

Poi i tre messaggeri si accucciarono, la Dea alzò le braccia, ed un caldo turbine di foglie avvolse tutte le persone, nascondendole per qualche attimo: quando la polvere alzata da questo vento si posò tutti dormivano, e non c’era più traccia di Lupo, Cervo e Volpe, e anche l’Alce antropomorfa era sparita.

L’alba ed il sole sorpresero le persone mentre dormivano in terra, acciambellate come gatti: quando aprirono gli occhi le fabbriche, le case, tutto era lì, dove le avevano lasciate. Si guardarono negli occhi, e capirono di aver fatto lo stesso terribile sogno. Poi le porte delle fabbriche si aprirono, ed uscirono i manager e gli industriali, pallidi, sudati e dagli occhi sgranati, come se fossero appena tornati dalla terra dei morti: muti, all’unisono, fecero tutti lo stesso gesto, disattivarono immediatamente i generatori delle loro fabbriche, e come in trance si sedettero in terra a fissare il cielo, sbigottiti. Le trivelle si fermarono, le pompe cessarono il loro lavoro e si arrestò la fitta coltre di fumo che fino a quel momento si era alzata dalle ciminiere; un fresco vento mattutino diradò il poco fumo che ancora rimaneva nel cielo.

Poi tutti quanti, come chiamati da una voce nelle loro teste, camminarono verso il vicino bosco, raggiungendo una radura: a terra tre teschi di animali, di lupo di cervo e di volpe, ed una veste bianca da donna appesa ad un ramo di un vecchio tronco. Gli uomini raccolsero questi oggetti, li sotterrarono nella radura, pregarono ognuno nella propria lingua e secondo il proprio credo, e se ne tornarono verso le loro case ancora un po’ confusi, con ben impressi però in mente gli occhi neri, profondi e tristi di quello strano Alce che, durante il sogno di quella notte, hanno scrutato nel profondo dei loro cuori.

Enisum, un moniker particolare che, se letto al contrario, rivela la regione di origine del gruppo, ossia il Monte Musinè, sulle Alpi Graie, in Val di Susa. La band (prima un progetto solista, allargato poi ad altri membri) si ispira nemmeno troppo velatamente alla scena “Cascadian”, ossia quel frangente di black metal atmosferico di connotazione prettamente USA – North West di cui ormai si sente molto parlare. Nello specifico, per chi conosce un po’ i gruppi che gravitano in quella scena, sono chiari i riferimenti in primis agli Alda (soprattutto per il senso melodico di questo gruppo), ma anche Addaura e Avakr (quando la band spinge sull’acceleratore); non tirerei in ballo invece Fauna o Wolves in the Throne Room, non trovando quel senso di tribalità e di “rito” che permea invece questi due gruppi. Infine, quando i Nostri danno spazio alle sezioni acustiche, è veramente forte il rimando alle parentesi tipicamente neofolk messe in piede da molti ensemble cascadiani (gli stessi Alda per esempio, ma anche e soprattutto gli Agalloch). In generale potrebbe sembrare quindi un gruppo fortemente derivativo, eppure la loro proposta affascina e cattura l’attenzione dell’ascoltatore per tutta la durata del disco (circa 45 minuti): lo scream acido (forse un po’ troppo strozzato, almeno su disco) di Lys (anche chitarra) si fonde perfettamente con le intelaiature melodiche tessute dalle sei corde, mentre la sezione ritmica appare preparata, essenziale e molto efficace nella creazione di crescendo in cui atmosfera e pathos culminano in esplosioni tutto sommato prevedibili (il genere ormai è stato codificato, c’è poco da fare), ma non per questo meno piacevoli. Curiosità aggiuntiva, i testi sono in dialetto locale, con temi trattati che riguardano principalmente il rapporto tra uomo e natura e la descrizione degli spazi che caratterizzano la Valle di provenienza del gruppo.

Non è facile suonare “cascadiano”: sebbene teoricamente semplice questo genere se messo in pratica può rischiare di risultare finto, artefatto, una copia carbone di dischi già sentiti. Questo perché, come detto, sono ormai tanti i gruppi che suonano vantando influenze di questo tipo, e la ricetta è ben conosciuta: unire un modo di pensare black metal come se si trattasse di post rock a ritmiche ora fredde e furiose, (come da scuola norvegese), ora più lente, e comunque sempre alternate a parti più atmosferiche, farcendo il tutto con tematiche incentrate sulla natura. Gli Enisum seguono alla lettera questo modus operandi ma suonano veri, potrebbero quasi rivendersi come un gruppo dello stato di Washington o della British Columbia e nessuno se ne accorgerebbe: questo perché, ad ottime ed indubbie doti tecniche, uniscono un saper fare musica con il cuore, traducendo perfettamente in musica le immagini dei posti dai quali provengono.

La risposta italiana agli Alda quindi? Ancora no, ci sono pur sempre alcune piccole incertezze che minano il disco, qualche caduta di tono e talvolta dei momenti un po’ slegati tra loro e meno incisivi, ma in generale la proposta è ottima, e se avrà la visibilità che si merita (ed il gruppo saprà confermarsi e migliorarsi) anche il metal italiano potrà vantare un rappresentante della propria scena “cascadian black metal”, almeno a livello musicale.

giovedì 18 settembre 2014

Fàilte Gu Alba



"Home...
Oceans of grass from horizon to horizon, further than you can ride.
The sky, bigger than you can imagine.
No boundaries.
Some peopIe wouId caII that freedom."

Oggi è il giorno che ogni Scozzese ha sempre aspettato, e forse temuto, oggi si vota per l'indipendenza.

Per la vicinanza che sento con quel popolo e con la sua cultura io stesso se mi fermo un attimo a pensare a cosa farei se fossi scozzese sento una certa pressione addosso: forse ho mitizzato la cosa, ma credo che se stasera alle 22:00 il "sì" avrà avuto la meglio sul "no" un'importante pagina della storia verrà scritta. Se il "sì" avrà la meglio il 24 marzo 2016, 309 anni dopo l'Act Of Union con l'Inghilterra, la Scozia sarà libera e padrona del suo destino, libera di fallire e impoverirsi o di risplendere in tutta la sua bellezza, responsabile dei suoi successi come dei sui fallimenti, in grado di gestire in autonomia il suo potenziale ed eventualmente crollare in ginocchio sotto i colpi di una crisi che potrebbe non sostenere. Insomma, potrà fare quanto profetizzato nell'anthem "Flower of Scotland": "(...) we can still rise now, And be the nation again, That stood against him, Proud Edward's army, And sent him homeward Tae think again"

Scozia indipendente potrebbe significare (al negativo) niente sterlina per loro, niente monarchia (il che ovviamente è per il paese un fatto positivo), una nuova candidatura per entrare in UE; si tradurrebbe però (in positivo) in una migliore gestione delle ricchezze del territorio in termini di turismo, petrolio, banche, industrie e quant'altro risieda nel nord dell'attuale Gran Bretagna, un ingresso in Europa (e con l'Euro?), e comunque una permanenza nel Commonwealth.
La scelta è tosta, Londra ha promesso molte aperture e concessioni in caso l'indipendenza non vada in porto, ma penso che sotto sotto temano un po' anche loro questo momento. Sinceramente non saprei cosa votare: il mio cuore andrebbe indubbiamente verso il "sì", cresciuto come sono con il mito di queste terre fiere orgogliose e battagliere, ma siccome oggi conta (e non poco) il "grisbi", forse più dell'onore, dell'orgoglio e del cipiglio, forse converrebbe propendere per il "no".
Una cosa è sicura: un momento come questo difficilmente accadrà, per cui se il popolo scozzese si sente realmente in grado di camminare da solo che si sollevi e si proclami libero, e si accolli le responsabilità del caso. Se fallirà ed entrerà in crisi come molti prospettano spero che questo momento buio verrà affrontato con il coraggio e l'orgoglio con il quale si sta ora proclamando l'indipendenza... Della serie, morire con onore almeno.

Qualunque sia il risultato del referendum rimarrò sempre legato a questa terra e fiero dei suoi colori e della sua gente: un'idea romantica forse la mia, ma non essendo scozzese e non vivendo su suolo albionico mi basta per alimentare i miei sogni.

"We are sorrow's children
Torn from Alba's womb
A reflection of fallen martyrs
The lifeblood of this land
We are the mountains of heather
And the desolate moorland below
Aurora and darkness
The pathos of the afterglow
We are the forsaken
Ancient echoes in the breeze
The fallen leaves of autumn
Withering away"

A Highland Lament

domenica 10 agosto 2014

Fuori portata

 
"Guardami, fammi un cenno di avvicinarmi, o alzati e vieni tu da me, fa lo stesso, ma così non è vita. Facciamo finta che oggi non sia iniziato, facciamo finta che i giorni tristi non siano mai esistiti, cerchiamo la nostra felicità in noi due e chiudiamoci agli altri, che ti e ci creano solo problemi. Sappiamo entrambi quali sono i nostri ruoli, sappiamo entrambi che non smetterò mai di esserci per te e di ascoltarti quando ne avrai bisogno. Non ha senso per te preoccuparti per gli altri,  fai come me, viviamo per noi e per nessun altro. E se oggi qualcosa è andato storto perdonami, ma da parte mia non c'era alcuna intenzione di venir meno a quello che ho giurato di fare.
Ora voltati e guardami, perché l'essere così vicini eppure così lontani mi fa male più di ogni ferita, e il saperti chiusa e che non ti fidi più di me mi rende più solo di quanto non sia mai stato."
 
 
...alla fine poi ci siamo nuovamente abbracciati, ed è stato, davvero, come se nulla fosse successo...


giovedì 7 agosto 2014

...Ché mai vi fu una storia così piena di dolore come questa



“Dai fatali lombi di due nemici discende una coppia di amanti, nati sotto cattiva stella, il cui tragico suicidio porrà fine al conflitto.”

La cripta lo avvolge con il suo umido calore, che gli si incolla addosso come una guaina pian piano che scende gli scalini illuminati da un’incerta luce del sole che sta sorgendo, che a malapena filtra dalle piccole finestre.
Nel mezzo alla stanza, su un letto di marmo, sta lei, la persona che più aveva amato nella sua vita, quel lampo di gioia che, seppur breve, gli aveva dato modo di pensare che forse il loro amore avrebbe convinto le loro famiglie a smettere di darsi battaglia e a massacrarsi come era accaduto fino a quel momento.
Le lacrime agli occhi, la rabbia nel cuore, ed una pozione in mano: la sua mente è un turbine di pensieri, ma solo uno emerge sugli altri, la voglia di raggiungerla, là dove nessun altro li avrebbe potuti separare.
Le si avvicina per porgerle l'estremo saluto. “E così con un bacio io muoio”, e si accascia a terra su un cuscino di muschio.

Di lì a poco lei riapre gli occhi: il piano era riuscito, il finto veleno aveva inscenato una morte fasulla che aveva ingannato tutti… Ma proprio tutti, anche chi non doveva trarre in inganno. Fa per voltarsi verso la porta e lo riconosce, riconosce quel viso giovane dalla pelle baciata dai primi raggi del sole, quei lineamenti che avrebbe voluto accarezzare per tutta la vita, corre da lui per abbracciarlo, ma ormai è finita, qualcuno se lo è già portato via con un colpo di falce. E’ in preda al panico e alla disperazione, non avrà più modo di sentire la sua voce e vedere i suoi occhi brillare. Ma proprio un luccichio attira la sua attenzione, il pugnale di lui. Con la mano tremante lo afferra: “Pugnale benedetto! Ecco il tuo fodero...” E trafiggendo il suo triste cuore, “qui dentro arrugginisci, e dammi morte”.

Ed eccoli, abbracciati per sempre l’uno accanto all’altra. “Una triste pace porta con sé questa mattina: il sole, addolorato, non mostrerà il suo volto. Andiamo a parlare ancora di questi tristi eventi. Alcuni avranno il perdono, altri un castigo. Ché mai vi fu una storia così piena di dolore come questa di Giulietta e del suo Romeo”

Chi sono i So Hideous? Fino a qualche tempo fa conosciuti con il monicker “So Hideous, My Love”, il quartetto newyorkese da alle stampe il primo LP (dopo alcuni EP molto ben accolti) dal titolo “Last Poem/First Light”, e fa centro. Colpisce piacevolmente la ricetta di questi ragazzi, uno strano ibrido tra violenza (post) black metal, la sofferenza di matrice (ancora, post) hardcore e certe atmosfere sognanti che fanno da cornice al tutto, create addirittura da un’orchestra sinfonica. C’è dolore in queste sei tracce di poco più di mezz’ora di durata, c’è un ripiegarsi su se stessi figlio dello screamo e del male di vivere che tanto fiorisce nelle recenti produzioni post black metal, ma c’è anche tanta epicità, merito dei crescendo orchestrali che fanno salire il pathos di pari passo con la foga e l’urgenza delle liriche. Ascoltando il disco vengono in mente tanti gruppi che navigano bellavente nei confini tra post black metal e post hardcore, gente come Harakiri for the Sky, Lantlôs (non gli ultimi), Thränenkind, Envy, Elijah, A Hope for Home, e tutta la frangia "post" più emozionale ... Gente che patisce insomma, che si scartavetra la gola e si brucia le mani suonando e mettendo in musica i loro sentimenti.
Si tratta di un album di ottimo livello ma di non facile fruibilità: ha bisogno di decantare e di crescere con gli ascolti. Un consiglio: in cuffia, senza distrazioni, e a volume sparato fino al sopportabile. Le orecchie sanguineranno ma i brividi lungo la schiena ed i peli drizzati sulle braccia vi diranno che avete fatto la scelta giusta decidendo di perdere tempo dietro a questi inconsolabili e teatrali piagnucoloni.

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giovedì 22 maggio 2014

Quando il vento smetterà di soffiare


 

Alle volte rimani colpito da persone che non conosci semplicemente guardandole in foto, o leggendo cosa altri dicono di loro. E' successo anche questa mattina.
E' come nei cartoni animati, quando un quintale di mattoni crolla in testa al malcapitato di turno: ti senti gelato, inebetito da quello che hai appena letto, non ti dai spiegazioni ma ci rimani male, di cuore, perché la cosa ti ha toccato in un modo che non capisci.
Wilhelm aveva un anno più di me: qualche settimana fa aveva deciso di mettere in standby la propria etichetta, per ragioni di tempo e per momentanea mancanza di voglia e di stimoli. La cosa mi aveva fatto rimanere un po' male, anche perché era un'etichetta carina, in grado di scovare nel fitto underground di band "strane" del Nord America (ma non solo) vere gemme. Ho detto "strane" perché Wilhelm era molto trasversale nei suoi gusti musicali, passando con disinvoltura dal black metal caotico e tendente al noise al post black sognante ed etereo, ma tutto ciò che decideva di produrre, tutte le passioni che assecondava, sapevi che erano centellinate ma che erano di notevole fattura. Anche perché spesso e volentieri le confezioni di questi album erano curate da lui stesso, assemblate da lui una per una, spesso in poche copie numerate. Era insomma una persona che, quando credeva in qualcosa, ci si buttava a capofitto, con la modestia che i suoi occhi ed il suo sorriso mi hanno comunicato subito anche quella mattina in cui ho letto che se ne era andato.
E' stata sua moglie a dare questo annuncio, senza dare spiegazioni, dicendo solo "...Wilhelm is no longer among us". Il post continuava parlando di questo ragazzo, di come fosse in grado di illuminare con il suo spirito le persone e le cose che aveva intorno, e chiudendo con "Wilhelm, darling-- please rest in peace, the world is a little less bright without you..."
Arrivato alla fine del messaggio come detto non sapevo cosa pensare, avevo solo gran confusione in testa, con immagini e suoni che si legavano tra loro. Due foto in particolare mi sono tornate in mente, collegate ad un disco specifico.
In una c'era una ragazza, con gli occhi tristi, infreddolita sebbene la foto fosse bagnata da tinte tutto sommato calde, autunnali. La ragazza teneva in mano una tazzona forse di caffè, e stava seduta (credo) sul sedile posteriore di un'auto tutta stretta attorno ad un giaccone a righe sformato... Se non fosse stato per i colori e per altri particolari avrei detto che si trattava di una reduce di un campo di concentramento.
Nella seconda foto c'era invece una casa, con alla sua sinistra un bellissimo albero in fiore (pareva un pesco), e sullo sfondo altre case isolate. La cosa bella di questa immagine, al di là dell'effettiva rilevanza estetica, stava nel fatto che la foto era stata scattata in pieno inverno (c'era neve in terra e sul tetto delle case), ma l'albero si ostinava a fiorire, con le sue foglie che brillavano dorate immerse in una luce che tanto mi ricordava quella che caratterizzava la foto precedente.
Il disco che ho istintivamente legato a queste foto, a Wilhelm, e alla sua storia, è un disco dolce e freddo, lontano e raggelante come il vento che soffia di continuo citato nel suo titolo. E' un disco che parla di amore, di abbandono, di malinconia e di dolcezza, e lo fa con parole scandite lentamente ma urlate da lontano, come se fosse lo stesso vento a trasportarle. La musica, lontano dall'essere aggressiva (sebbene nasca da un genere che faceva della rabbia e della ferocia la sua ragion d'essere) sa essere sferzante, sa tagliare ma non è repulsiva, ti attrae in maniera ipnotica e ti avvolge... Proprio come quel cappotto sformato di quella ragazza. E anche la sensazione di caldo/freddo veicolata dai pezzi è la stessa che la luce con la quale sono state scattate le foto dona ai volti e ai paesaggi.
Il gruppo (anche se di fatto si tratta di una sola persona) che ha fatto questo disco lo ha dedicato alla ragazza in copertina (la madre dell'artista), ma leggendo il post della moglie di Wilhelm il collegamento con lui è stato automatico, e credo che anche lo stesso artista (il cui disco è stato pubblicato proprio dall'etichetta di Wilhelm) leggendo la notizia immediatamente avrà ricollegato le cose.
Ormai sono alcuni giorni che è comparso questo post ma ancora ci penso, e non me ne faccio una ragione: penso che lui aveva quasi la mia età, penso a cosa possa essere successo per aver interrotto così bruscamente la sua vita, e penso all'enorme, immenso, freddo vuoto che lasci quando te ne vai così, da un giorno all'altro: anche se, ne sono sempre stato convinto, se sei una persona buona, se hai fatto alcune belle cose per chi ti sta intorno, quando te ne andrai lascerai comunque un alone dorato, una presenza, un profumo che le persone ricondurranno sempre e assoceranno sempre a te. Così sarà anche per Wilhelm, così è stato, almeno per quanto mi riguarda, per David Gold prima di lui.
"Until the Wind Stops Blowing" è l'ultimo disco dei Clouds Collide, monicker dietro il quale si nasconde il solo Chris Pandolfo. Il genere proposto fa capo ad un post-black metal molto venato dallo shoegaze ("Blackgaze" o "Blackenede Shoegaze" ho letto anche): per capirsi, siamo dalle parti del primissimo Alcest. Il gusto per la melodia sognante innestata su tappeti black accomuna i due, anche se lo scream di Pandolfo è meno potente e lancinante di quello di Neige, più effettato e fuso con i contorni della musica che propone, quasi uno strumento aggiunto. Inoltre dove i primi dischi di Neige potevano ricordare un tiepido pomeriggio autunnale qui siamo in pieno inverno, in una mattina caratterizzata da un cielo sgombro di nuvole e da folate improvvise di vento gelido... Freddo e vento che caratterizzano tutto il lavoro, dal titolo a vari innesti nei vari pezzi. Si tratta di un lavoro da ascoltare tutto d'un fiato, in grado di cullare l'ascoltatore sebbene la proposta non sia, ovviamente, delle più dirette ed accessibili.
Attualmente non so quale possa essere la reperibilità "fisica" del disco (non credo sia un problema per il formato digitale): causa la chiusura dell'etichetta per la quale è stato pubblicato, Khrysanthoney, credo che il punto di riferimento principale rimanga l'autore stesso. E' comunque un lavoro che va ascoltato, almeno prima che arrivi l'estate, quando è ancora vivo il ricordo dell'inverno. Di certo va ascoltato quando si vuole pensare a qualcuno che non c'è più, perché come dice lo stesso Pandolfo parlando del suo progetto, i cardini sui quali fonda la sua musica sono "Music. Life. Death. Dreams. Memories. Nostalgia. Ups. Downs. "

Nota: non volevo che venisse fuori un elogio funebre, ma questa è la natura delle mie "recensioni blogghettose": scrivo solo se la musica mi comunica immagini, e stavolta è andata così. Spero di non avervi tediato, ma mi sentivo di scrivere due parole su una persona che non c'è più e su un gran disco che, per fortuna, sono riuscito ad acquistare, e che terrò ancora più caro.


The Way the Wind Blew

http://www.debaser.it/recensionidb/ID_40912/Clouds_Collide_Until_the_Wind_Stops_Blowing.htm