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giovedì 22 settembre 2016

Note autunnali



Può un disco avere un odore? Oltre a quello della plastica e del cellophane, quell'odore di nuovo tipico di quando lo si scarta... Un odore più “mentale” se vogliamo, legato a delle immagini che subito ti trasmette ascoltando i pezzi che esso contiene.
Non tutti i dischi “profumano” in questo modo particolare, ma questo sì, questo ha un odore particolare, riconoscibile, e adattissimo alla stagione autunnale nella quale siamo appena entrati.
“Black Cross/Death Rune” sa di fumo, quell'odore acre che si diffonde tra i boschi e i campi le mattine nebbiose di novembre, quando nelle case si accendono i primi caminetti e i contadini bruciano le sterpaglie e i rami secchi, accumulati in piccoli mucchi qui e là.
Quando parte “Watchers” si fanno vive alcune di quelle che saranno le note di fondo predominanti del profumo che permea questo disco, quelle della pioggia che cade su strade sterrate, e che fa sollevare polvere e sassi all'impatto con il terreno.
Con “The Dagger” già si tocca forse la punta più alta di questa essenza. Se si chiudono gli occhi in un attimo ci si apre un dipinto fatto di colori caldi, dal rosso all'ocra all'arancione, con paesaggi caratterizzati da alberi dalla chioma infuocata, aceri e pioppi le cui foglie si accendono quando toccate dalla luce di un sole che si fa progressivamente meno caldo. L'aria tutta intorno è tranquilla, in lontananza solo piccoli paesi dalle case tinte di bianco e ponti coperti su placidi fiumi, e un profumo di natura, di foglie secche, di erba umida e di terra.
Con “Banners in Bohemia” per pochi istanti riaffiorano nella mente le immagini e gli odori dell'uva che il nonno metteva ad appassire in garage, preparandola per il vinsanto, mentre quando attacca “Good Morning, Blackbird” si fa avanti il lato più aspro dell'autunno, l'anticamera dell'inverno che verrà. In questo pezzo è la pioggia a farla da padrone, ma non quella delicata che appena sembra bagnarti, ma quegli acquazzoni interrotti dalle bordate dei tuoni, che non ti spaventano solo perché sei in casa, al riparo, vicino ad una tazza di caffè fumante.
“Horse Dysphoria” continua la tematica aperta con il brano precedentemente descritto, amplificandone se possibile l'irruenza, mentre “Stave Fire” è una festa per gli occhi e per i profumi, è il fuoco che scoppietta nel camino e che ti riscalda fin dentro le ossa, con quel profumo a metà tra il pungente ed il piacevole.
Una volta spento il fuoco quello che rimane è il denso fumo di “Bohemian Spires”, che sale nel cielo per poi disperdersi nel nulla, e che sembra congiungersi con la nebbia che pian piano si arrampica sui versanti delle colline e avvolge le valli, permenando il tutto di un piacevole odore di umido e muffa.
C'è poi una doppietta di pezzi costituita da “An Atrophy Trophy” e “Shoreless” che pare volerti trasportare verso la costa, su scogliere ripide e scure che si affacciano su un mare irrequieto. In questa atmosfera sono gli odori della salsedine e della roccia bagnata a dettare legge, e quando si alza il vento portando con sé nuvoloni e gocce di pioggia sai che l'autunno sta cedendo il posto all'inverno. Di colpo ti guardi intorno e il rosso degli aceri è sparito, e quello che rimane sono solo scheletri che si stagliano su un cielo scuro, e il sole è ormai sparito. Un brivido di nostalgia ti percorre la schiena, ti abbottoni il cappotto e decidi che forse è meglio rincasare.
Il New England è un posto magico, pervaso di storia, natura e misticismo. Per le sue stradine di campagna, tra i fitti alberi, nei pallidi villagi e tra le acque dei laghetti tranquilli sono successe cose che hai letto solo nei libri di storia e nelle favole, storie di superstizione che vengono immediatamente alla mente ascoltando “The Golden Alchemy”. Queste immagini si portano dietro odori vaghi, impalpabili, di nuovo porfondamente legati al fuoco, alla cenere, agli elementi. E' l'odore dei libri vecchi e polverosi, di incenso, di corde lasciate al freddo e all'umido. C'è qualcosa di magico in queste essenze, qualcosa che ti cattura, che ti strega... Già, le streghe, i roghi, le persecuzioni, le storie di vampiri e di magia, tutto pare tornarti alla memoria inebetendoti ocn bordate sonore di maestosa bellezza.
“Wildwood” si chiude così, lasciando il passo alla calma e alla dolce malinconia di “The Nightside”, un disco permeato da odori familiari, “casalinghi” se vogliamo, confortevoli come può essere lo starsene seduti tranquilli a guardare fuori dalla finestra le foglie che danzano spinte dal vento... Così aride e secche e fragili, sembrano pronte a cedere il passo all'inverno, eppure le vedi volteggiare piene di vita, e ti fanno stare bene, come tutte quelle piccole cose che vai cercando quando hai bisogno di un po' di tranquillità per rimetterti in sesto.
I 1476 sono un duo misterioso del New England, due ragazzi la cui poetica musicale pare sorreggersi su “Misanthrophy, Animals, Obsidian Mirrors”, almeno stando a quanto emerge dal loro Bandcamp. Difficile individuare un genere di riferimento per i due di Salem: si spazia dal folk apocalittico al post punk, dal gothic ottantiano al post rock, con un generale gusto per la malinconia  e la melodia che collega tra loro i vari brani. Questo “Wildwood/The Nightside EP” è una riedizione curata dalla Prophecy Prod., che è riuscita a mettere sotto contratto il gruppo e che, in attesa del nuovo lavoro, ha deciso di riproporre tutto il loro catalogo. Trovo questo lavoro incredibilemte evocativo, tipicamente autunnale e profondamente radicato nei luoghi di origine dei 1476: la loro grande forza sta proprio nel riuscire a ricreare immagini, profumi, rievocando anche ricordi e storie di vario tipo.
Si tratta di un lavoro non adatto a tutti, ma per chi è attratto dai generi sopra menzionati e ha una predilezione per la stagione nella quale siamo appena entrati forse dovrebbe dare un ascolto a questo disco, dando una chance a un gruppo che, se non si monta la testa, farà parlare sicuramente di sé.

The Dagger

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https://www.debaser.it/1476/wildwood-the-nightside/recensione

lunedì 23 maggio 2016

One Bedroom Apartment



C'è una sola parola per tutto questo, è quella parola è

straziante

Questa voce grezza, viva come un nervo scoperto, questa voce e queste parole ti sanno toccare nel profondo ogni volta, con quel pianoforte che saltella di tasto in tasto come un amore finito che balletta sul tuo cuore...


"Don't leave me
I'm bleeding
All over this linoleum floor
I'm still in disbelief
I'm drowning
Between the clear and blackening
From morning until night
I'm losing sight
Of all the beautiful things
There's nothing here for me
Without you
Right here beside me, why'd you go and go?
Why'd you go and leave me here
To rot inside this empty place?
I know that you are going far away
From morning until night
I'm losing sight
Of all the beautiful things

A man sits naked in the middle of the floor of a one bedroom apartment in New York City
And no one knows he's there and no one's left to care whether or not the next drop comes out
And the blood would be warm and the blood would hug him just like she used to
Before she left him in this fucking mess where only one sentence repeats itself and this is it:
It says, "I will never love again, and I will never love again"
And on the fifth day he placed everything he owned in the centre of the room and he watched it burn
As he recited all of the beautiful words that had ever come out of her mouth
And these are the same words that mock him now and tell him that she's not coming back,
That he is nothing, not worth a fuck, and only one sentence repeats itself:
Says, "I will never love again, and I will never love again,
And I will never love again and I will never love again"
And for the first time in 25 years he cried rivers of black shitty oil that careered down his chest
As the dam to his past broke, exploding, and it's sinking all of his future now
And that was then and this is now as the animals reach their fever pitch
And the windows implode in silence out of respect for the dying, out of respect for the dead
Says, "I will never love again and I will never love again,
And I will never love again and I will never love again
And before he can say stop he's running down the street to the beat of his feet and past all the faces,
Past all the places he's ever known, past all the traces he's left of himself
And into the sky and into the air, past all the stars as he's screaming out, "Why?"
Over the ocean in search of the only love that he will ever have
Says, "I will never love again, and I will never love again,
And I will never love again and I will never love again"

One Bedroom Apartment

giovedì 12 maggio 2016

Floating



Cammini assorto nei tuoi pensieri, e a un certo punto l'aria intorno a te si fa diversa, ti senti distaccato da tutto ciò che ti circonda, riesci giusto a seguire le nuvole spinte dal vento, le rondini che volano, o le macchine che passano, ma tutto è come un film in bianco e nero visto al cinema, del quale sei un mero spettatore nemmeno pagante, (auto) costretto a guardare tutto da una finestra.
E' un senso di sospensione quello che ti avvolge, fluttui in una realtà che non ti appartiene del tutto, aspettano solo di riabbracciare quei pochi punti fermi che ti motivano ancora a passare quelle ore chiuso tra quelle mura, quando quello che vorresti sarebbe solo uscire fuori e camminare con la musica nelle orecchie.

Elevator Beat

lunedì 9 maggio 2016

Nostalgiaplatz



"...E' come impazzire in un mare dorato..."

Giornate strane queste, giornate di nostalgia e ricordi.

Quella rivista che compravi ogni mese, con le recensioni dei giochi della tua consolle, che sfogliavi avidamente fino alle ultime pagine, dove c'era la sezione con i trucchi e i codici segreti... E le pagine con le pubblicità di vari negozi e le liste dei giochi con accanto i prezzi (in lire!!!)... I pomeriggi in cui volevo ordinare un gioco, e allora mi piazzavo in camera dei miei con il babbo accanto e chiamavo il numero del negozio, dicevo cosa volevo, davo il mio indirizzo... e iniziava l'attesa spasmodica del gioco ordinato, o meglio della ricevuta gialla della raccomandata che mi avvisava che il gioco era arrivato e mi aspettava al deposito delle poste... E allora via al deposito a prendere il gioco!
I pomeriggi in cui ero triste, magari i miei avevano litigato (e come tutti i bambini quando i tuoi genitori litigano pensi sempre che sia per colpa tua) o ero stato sgridato io, e mi mettevo a giocare a quel videogioco così demente e beota che riuscivo di nuovo a ridere e scordarmi la tristezza (in effetti ricordo il mio pensiero "meno male ho questo gioco, così almeno rido un po'!".
Quando aspettavo il mio amico più fidato, che veniva a trovarmi il pomeriggio per fare i compiti e giocare... Arrivava col tram delle 15:00, ricordo che lo aspettavo sempre nel piazzale di casa, studiavamo un po' eppoi ci mettevamo a giocare a pallone o a guardare i cartoni animati... Oppure andavo a trovarlo io, sempre con lo stesso tram delle 15:00... Ricordo che studiavamo nel suo salotto, poi interrompevamo perché suo fratello più grande tirava fuori le videocassette della pesca (al tempo ci piaceva andare a pescare) e allora passavamo ore a documentarci su tecniche di pesca, su ami, canne, galleggianti ecc... E talvolta prendevamo anche il motorino per andare a comprare qualcosa al negozio di caccia e pesca vicino, dove passavamo un tempo interminabile in giro tra quelle robe, desiderando ardentemente un mulinello o una canna super leggera....
Oppure le estati che passavamo insieme, i pomeriggi a giocare a Dungeons & Dragons pasteggiando a Estathe al limone e tarallucci (ovvia variante per dodici/tredicenni dei tarallucci e vino), o ci trasferivamo in camera loro a giocare ai videogiochi (alla stessa consolle che avevo io), facendo torneini o facendo un livello a testa... O anche andavamo a giocare a pallone nel loro piazzale sotto casa (ricordo quella volta in cui colpimmo un neon che mi si sfracellò sulla testa... Roba che se accade a un bambino oggi lo portano al pronto soccorso, io ricordo mi detti una spolverata con il compressore e via di nuovo a giocare!).
Le merende al bar pizzeria vicino casa loro, la corsa per riprendere il tram delle 19:00 per tornare a casa... Tram che non sempre passava, e quindi dovevo chiamare mio nonno dalla cabina telefonica e farmi venire a prendere. Erano gli anni delle collezioni delle schede telefoniche, talvolta la mia tessera era senza credito per cui ricordo benissimo le volte in cui alzavo la pedana della cabina per vedere se trovavo schede con un po' di credito (giusto 200 lire per fare la chiamata a casa) o che fossero belline a tal punto da essere collezionate...
Erano pomeriggi che alle volte, quando ero solo, passavano in maniera pigra, soprattutto d'inverno, quando faceva buio presto e alle 18:00 andavo in cucina ad accendere il fuoco mettendo le legna nella cucina economica... E ricordo di averci passato ore lì davanti mentre mia nonna cucinava, leggendo, ripassando, o chi si ricorda facendo cosa.
Poi, un po' più grandicelli, quando già avevamo il motorino, il primo pomeriggio invece di studiare andavamo nel negozio di videogiochi in città per giocare un po' gratis a qualche titolo, sbirciare qualche trucco da un'enorme pila di riviste che il negoziante aveva, o perché no, comprare qualcosa, se eravamo in un momento di grazia economica!

Rimettendo a posto varie cose ritrovo la tesi di laurea e il DVD della mia discussione. Riguardandola rivedo i miei vecchi amici (come siete diversi adesso!), i miei professori, altre facce che non ricordo ma che sicuramente avevo presenti al tempo... Cavolo, la mia tesi era piaciuta, quanta gente c'era quel giorno, solo per me! Ma anche gente che non avevo invitato, e che era lì perché incuriosita dall'argomento... Strano che certe cose le capisci solo dieci anni dopo... E allora ti viene voglia di riscrivere ai professori che avevi cari, professori con i quali avevi un rapporto per nulla paragonabile a quello freddo e accademico che hanno con loro gli studenti di oggi... Professori con i quali scherzavi, parlavi di musica, andavi a cena fuori e anche a giocare a pallone, professori ai quali non davi del "tu" solo perché il loro ruolo te lo imponeva, ma potevi benissimo farlo e anzi, non si sarebbero affatto offesi. Poi ti ricordi i pomeriggi passati a girellare in città, tra una lezione e l'altra, al bar o in biblioteca, e trovavi sempre qualcuno che conoscevi, con il quale eventualmente saltare lezione se non avevi voglia.

Poi ritrovi la scatola delle lettere, quella vecchia scatola di scarpe dove nel tempo hai buttato qualsiasi cosa che ti hanno scritto da quando avevi tredici anni: cartoline, lettere di ex, bigliettini di auguri, post-it della mamma che ti dice che le magliette stirate sono in salotto (cavolo, quanti anni sono passati? e quanto sono tenere queste cose? per fortuna li ho tenuti, già al tempo avevo intuito la loro importanza...). Trovi cartoline di persone il cui nome non ti dice più nulla, lettere di persone con le quali hai condiviso qualche mese di lavoro o qualche anno di studio, e tutte quante mi dicono grazie per essere stato con loro, mi dicono di sorridere di più e di essere più ottimista, mi dicono che sono una bella persona e che non lo avrebbero mai detto... Che strano, sempre questa costante del sorridere e dell'ottimismo... Mi sa che ero (e sono ritornato, per certi aspetti) un bel Grinch!

In giornate nostalgiche come queste è dura non lasciarsi sopraffare dai ricordi, anche perché tutto attorno a te pare avere una qualche valenza, tutto ha un significato. Mi chiedo solo a cosa serva tutto ciò, che senso abbia tutta questa nostalgia del passato, forse sono "adulto" ancora da troppo poco e per questo rimpiango i tempi in cui le cose erano più semplici, in cui ti divertivi con poco, in cui bastava un videogioco per sorridere o un po' di ingegno per fare una telefonata... I tempi in cui le barriere mentali non esistevano, in cui pensavi che nessuno ti avrebbe mai fatto star male davvero, le paranoie e l'ansia non minavano la tua vita quotidiana.
Qualunque sia la ragione di questa nostalgia io la ringrazio, adoro immergermi in quei ricordi, e anche se ogni tanto provocano qualche lacrima va bene così, sono lacrime liberatorie. Solo che, ecco, sarebbe bello rivivere ancora qualcuno di quei momenti, tanto semplici e quotidiani allora quanto speciali e dorati adesso.


Nostalgiaplatz

mercoledì 23 dicembre 2015

Toys in the Attic

Ieri ho postato su Facebook un video di una pubblicità degli anni Novanta sui Cavalieri dello Zodiaco, nello specifico sui giocattoli creati sulla base del cartone: anche io li avevo da piccolo, e adoravo la serie.
In seguito a questo mio video è partita una conversazione con un mio amico, nella quale abbiamo rivangato i regali più significativi ricevuti nei Natali passati, quando eravamo piccoli... Food for thoughts per una mente nostalgica come la mia!
Subito mi sono tornate alla mente una serie di immagini legate a giocattoli e a festività passate a giocarci, e questo post vuole essere un elogio a tante cose perse fisicamente ma che, per fortuna, ti rimangono impresse nella mente e ti riscaldano il cuore e le ossa quando ci ripensi, come un vecchio film.

Virgo, Cavaliere d'oro dei Cavalieri dello Zodiaco

I giocattoli dei Cavalieri dello Zodiaco ti facevano girare sempre le scatole per montarli, con quelle armature pesantissime che non stavano mai insieme, e che non erano fatte per giocarci, era quasi meglio tenerli per esposizione, o se proprio ci volevi giocare montargli solo qualche pezzo. Virgo è stato il primo, ricordo che ci giocavo sempre disteso sulla moquette di camera dei miei, e il loro cassettone fungeva da Tempio e fortezza inattaccabile!

Il Samurai Bianco dei Cinque Samurai

Evoluzione del Samurai Rosso (che era il più figo) il Samurai Bianco fu a dire il vero un regalo della Befana... Lo preferivo ai Cavalieri dello Zodiaco per via dell'armatura di plastica che si fissava meglio e che permetteva più giochi e movimenti!

Il Camion dei Mask

Adoravo i Mask! Ne avevo molti a casa, ma il camion fu ovviamente la ciliegina sulla torta... Epiche battaglie tra quel mezzo e tutti gli altri giocattoli, ricordo che in quei pochi cm di giocattolo ci infilavo un monte di omini!

Commander, a.k.a. Optimus Prime, dei Transformers

Anche qui, giocattolo agognatissimo, c'è poco altro da dire, la soddisfazione nell'averlo fu enorme!

Il Castello di Mighty Max

Questo giocattolo ricordo mi coinvolse un casino... Anche in questo caso ci giocavo spesso in camera dei miei, stimolava tantissimo la fantasia e riuscivo a creare ogni volta avventure nuove!

Il Camper delle Micromachines

Anche qui, come sopra, ci avrò passato giornate intere a giocare con quella città in miniatura!

La Navicella degli Starcom

Ricordo che l'avevo vista al figlio della maestra dell'asilo, e la chiesi a Babbo Natale... Di questo giocattolo ho ricordi confusi perché ero discretamente piccolo, ma ripensandola ricordo distintamente il rumore che faceva quando alcuni suoi componenti si aprivano meccanicamente, quello zhzhzhzhzhzhzhzhzhzh che pareva non finire più, che ogni tanto si bloccava e che necessitava di una spintina mia per ripartire!

Il Sega Master System 2

A dire il vero avevo chiesto il Sega Mega Drive, ma mi sa che costava troppo ai tempi perché mi trovai sotto l'albero questa consolle. Inizialmente mi lasciò un po' di stucco e deluso, ma poi ricordo di averci trascorso ore infinite con quelle cassette, giocando anche con i miei genitori ad Alex Kid e facendomi tradurre i testi delle conversazioni dalla mia mamma, visto che non sapevo ancora l'inglese!

Percival, antesignano del robot Emilio

...e qui si chiude in bellezza! Lo ricordo come fosse oggi: mio nonno travestito da Babbo Natale con, letteralmente, una carretta di regali (tra cui questo) che passa davanti al cancello di casa mia, e i miei che mi dicono di fermarlo perché altrimenti sarebbe andato oltre... Io per paura lo lascio passare salvo poi rincorrerlo per fargli notare che si era dimenticato di me... Che spettacolo!
Il robot era mitico, alto poco meno di me, con il telecomando, ricordo che aveva un vassoio con il quale portare cose e dei comandi da impartirgli, splendido...

Pensando a tutte queste cose, e ripensando a come mi sentivo in quei momenti, mi tornano in mente i (pochi per fortuna) genitori che hanno già detto ai propri figli che Babbo Natale non esiste, togliendo loro praticamente tutta la magia di questa festa e rendendoli, sotto questo punto di vista, praticamente già adulti... E mi viene anche da pensare a quanto la qualità dei giocattoli sia peggiorata dagli anni Novanta ad oggi, o meglio, quanto sia cambiata sia per un maggiore apporto della tecnologia (di fatto magari oggi non vuoi un Transformer ma un IPad per giocare al gioco dei Transformers, per assurdo), sia per una riduzione della capacità di fantasticare nei bambini. Questo aspetto è probabilmente collegato all'altro: mancando l'imput "fisico" (il giocattolino) ti manca magari anche la voglia di crearci una storia dietro... Per dire, il tempio di Virgo che io mi costruivo con il cassettone dei miei, oggi non avrebbe senso, perché magari un bambino chiederebbe anche il giocattolo vero e proprio del tempio per dare al tutto un'idea più concreta e tangibile.
Non so, forse sono discorsi fatti da un eterno nostalgico, ma resto fermamente convinto del fatto che la mia infanzia sia stata arricchita immensamente dai vari giochi che ho ricevuto e dalla fantasia che ho messo in campo per giocarci, e sebbene sia stato effettivamente un po' viziato non mi sento viziato adesso, e credo di aver tratto solo il meglio da quei momenti, che tornano a galla quando meno te lo aspetti e che ti fanno affrontare le prossime feste con occhi più sereni e un cuore più predisposto alla felicità e alla gentilezza.

martedì 15 dicembre 2015

2015: a (metal) retrospective

Dicembre, come al solito è tempo di fermarsi un attimo e guardare cosa mi ha lasciato questo 2015 dal punto di vista musicale.
Va detto che l'anno che si sta per chiudere ha bilanciato perfettamente il 2014, annata un po' stitica e deludente, che mi aveva lasciato un po' l'amaro in bocca con un uscite sulla carta appetibili che si erano dimostrate alla fine un po' sciape. Il 2015, da parte sua, mi ha saputo regalare invece ottimi album, che vado a riportare qui di seguito, al solito senza particolare ordine.

Alda - "Passage"
Mi aspettavo molto da questo gruppo: ":Tahoma" è stato indubbiamente un fulmine a ciel sereno nell'allora nascente panorama del Cascadian BM, elevando gli Alda a nome di punta della scena. "Passage" è arrivato dopo lunga attesa, e seppur riproponendo una formula ormai largamente collaudata dai Nostri, ha saputo confermare quanto di buono ci si poteva aspettare da loro. A dire il vero ha confermato fin troppo: la sua attinenza al percorso degli Alda è se vogliamo anche il suo tallone di Achille, il disco non stupisce, e anche se sa stregare non ha la stessa forza di riproporsi del suo predecessore, rispetto al quale si piazza un gradino sotto. Ciò nonostante si sta parlando di un disco che tanti gruppi firmerebbero per poter suonare.



Anomalie - "Refugium"
Lavoro "scoperto" qualche settimana fa, che ha letteralmente lasciato il segno. Dietro gli Anomalie si cela uno dei membri degli Harakiri for the Sky, band che emerge chiaramente tra le note di questo lavoro, ma non solo; ben percepibili sono anche echi di Katatonia più melodici, Thranenkind, ultimi Nachtmystium... Siamo di fronte a un post black metal dal piglio malinconico ma allo stesso tempo titanico, un lavoro che scorre senza problemi per tutta la sua durata. Un difetto? Forse il cantato un po' monocorde, punto debole anche dei già citati Harakiri e Thranenkind, dal fare molto post HC, un latrato rabbioso che alla lunga può stufare magari, ma se si è abituati al genere o si amano i due gruppi sopra citati non costituirà di certo un ostacolo.



Dead to a Dying World - "Litany"
Signori, siamo forse di fronte al disco che maggiormente mi ha stregato. Gli americani hanno fatto qualcosa di magico con questo album, miscelando la ferocia dei Wolves in the Throne Room con il post rock finalmente post rock (e non una sua imitazione) ed aggiungendo momenti sciamanici à la Dead Can Dance. Nella ferocia ci sono momenti di luce catartica, come le bellissime parentesi in clean di The Hunt Eternal, un gioiello che mi ha riportato alla mente quanto fatto dai Light Bearer nel loro primo lavoro o dagli USA out of Vietnam. In mezzo a tutto questo un cantato feroce, un bellissimo scream black che sa diventare fiero e orgoglioso (mi ricorda tanto i Saor talvolta) e sa alternarsi ad un soave cantato femminile, accompagnati da momenti nei quali la fanno da padrone sezioni di archi a dir poco meravigliose. Forse la vera sorpresa dell'anno, un lavoro che non può stancare.



Deafheaven - "New Bermuda"
Capiamoci subito: non sono mai stato un grosso estimatore dei Deafheaven. Se "Roads of Judah" mi aveva inizialmente preso, calando però nel tempo, "Sunbather" mi era rimasto assolutamente insipido e confuso. Ma con "New Bermuda" i nostri fanno quello che non ti aspetti (o forse, che ti aspetti da un gruppo che sapevi sarebbe esploso "a modo" prima o poi), rimettendo insieme tutte le proprie radici musicali, dando loro un senso compiuto e creando un lavoro finalmente emotivo, affascinante e coinvolgente. Finalmente c'è la melodia del post rock, con i suoi crescendo maestosi, che ben si sposa con il black mai troppo spinto degli americani, ben supportato da un cantante in formissima, che per l'occasione sembra aver cambiato anche registro vocalico, affidandosi ad uno scream acerbo molto simile a quanto fatto dagli Abigail Williams in "The Becoming". Finalmente, come dicevo, tutto pare avere un senso, le canzoni hanno acquisito una forma, ti accolgono con suadenti riff, ti devastano con deflagrazioni black, per poi lasciarti inebetito. Un esempio? Ascoltate anche solo "Come Back"...
PS: il titolo della canzone nel video è sbagliato...



Downfall of Nur - "Umbras de Barbagia"
La nostrana Avantgarde ha tirato fuori dal cilindro una serie di album da novanta in questo 2015, roba in alcuni casi davvero notevole, e questo disco è un esempio.
One-man band a metà strada tra Argentina e Sardegna, il progetto si pone di rievocare i fasti della civiltà Nuragica proponendo un black atmosferico ed evocativo, reminiscente di Primordial e Saor. La facilità con la quale il lavoro sa emozionare e conquistare è incredibile, c'è poco da fare: mettetevi comodi e godetevi questo capolavoro.



Drawn into Descent - "Drawn into Descent"
Altro lavoro venuto fuori dal nulla che subito ho piazzato in questa lista. I belgi si rifanno molto al post black rarefatto e malinconico di scuola francese ed australiana, senza indugiare troppo sul loro aspetto sognante ma puntando su un incupimento dei suoni e su dei tempi dilatati, nei quali è possibile apprezzare l'ottimo lavoro svolto dalle chitarre e dalla voce, uno scream mai lagnoso ma toccante e molto emotivo. Nulla di nuovo sotto il sole se vogliamo dirla tutta, ma avercene di uscite così!


Harrow - "Fallow Fields"
Altro miracolo in casa Avantgarde: gli Harrow fanno Cascadian BM, ma che Cascadian! Mi piace definirli l'unione perfetta tra il misticismo sciamanico dei Fauna, la ferocia degli Addaura ed il senso della melodia e dell'emotività degli Alda. Chi conosce questi gruppi saprà sicuramente cosa aspettarsi, e credetemi non rimarrà tradito da quello che reputo essere uno tra i migliori lavori in campo Cascadian finora fatti.



Ashbringer - "Vacant"
I capolavori Avantgarde, atto III. Di nuovo USA, le coordinate non sono molto distante dal Cascadian, dalla ferocia dei WITTR e dal black bagnato di folk dei primi Agalloch e Gallowbraid, ma c'è anche altro nella musica del giovane Nick, mente dietro al gruppo, tante influenze riconducibili a vari altri filoni del black (e non solo) che non sono in grado di rintracciare, ma che tutte assieme creano qualcosa di magico. Il modo di fare musica di questo ragazzo, la maturità con la quale tesse trame melodiche, hanno davvero dell'incredibile, difficilmente troverete un debutto dotato di tale intensità (o meglio, se scorrete poco più su, la stessa Avantgarde ha prodotto anche i Downfall of Nur che, in quanto a debutto, non scherzano affatto!!!). Un solo difetto: la troppa carne al fuoco alle volte fa perdere di coesione al lavoro, soprattutto nella seconda parte, ma è un dettaglio minimo che scomparirà sicuramente nei prossimi dischi a firma Ashbringer.



Regarde les Hommes Tomber - "Exile"
Tornano i francesi con il loro secondo lavoro, e come accaduto con il debutto omonimo non fanno prigionieri, asfaltando letteralmente l'ascoltatore che si sottopone al loro disco.
I Nostri non cambiano di una virgola la loro proposta, cambiano semmai solo il cantante, che sposta ancor più l'ago della bilancia verso il black (dove nel debutto c'erano ancora reminiscenze di post hardcore), ma l'atmosfera da apocalisse incombente rimane la stessa. Ritmiche feroci e martellanti unite ad un senso di sconfitta e di disperazione rendono questo "Exile" un disco a mio avviso imprescindibile per gli amanti di sonorità apocalittiche e tese.




So Hideous - "Laurestine"
Disco strano questo dei So Hideous, stranamente rarefatto e inconsistente, seppure la materia che tratta sia tutt'altro che sognante. I Nostri suonano ancora un post black molto orchestrale, teatrale e disperato, ma stavolta hanno puntato ancor più sulle orchestrazioni, che accrescono la drammaticità del tutto.
Probabilmente unici nella loro proposta, gli americani hanno prodotto quello che forse è il loro lavoro meglio riuscito, una colonna sonora perfetta per tragedie shakesperiane o drammi holliwoodiani, o più semplicemente un immenso monolite di epica sofferenza e teatrale drammaticità (e sono da considerarsi complimenti!).



Enisum - "Arpitanian Lands"
Gli Enisum sono un gruppo piemontese che da ormai un paio di dischi a questa parte ha deciso di seguire la strada del Cascadian BM, trasportandolo però nelle Alpi nostrane. Il primo risultato di questa trasposizione è stato "Samoth Nara", ma il decisivo passo in avanti in termini qualitativi avviene a mio avviso con questo lavoro.
La formula è quella tipica degli Alda, quindi crescendo emotivi che uniscono parti acustiche a sferzate black, ma in questo disco i Nostri sono cresciuti, proponendo soluzioni più variegate sia nella voce (non più solo scream ma anche growl e voci femminili), nella lingua usata (siamo passati all'inglese), sia nella varietà dei momenti che si alternano in ogni canzone, ora meno prevedibili rispetto al precedente lavoro.
Tanto cuore e emotività in questo "Arpitanian Lands", bravi.



Ecco, credo sia tutto, ma non ci giurerei. La qualità media dei lavori da me ascoltati in questo 2015 è alta, non è stato facile citare i migliori, ma non escludo che da un giorno all'altro possa spuntare qualche altro lavoro che mi era inizialmente sfuggito, e che potrebbe meritarsi anche un posto in questa lista... Che anche già così mi sembra più che sufficiente per confermare che questa annata è stata davvero eccezionale!

Al prossimo anno!

venerdì 13 novembre 2015

A Dying World



La ragazza non vedeva gli occhi dell'uomo, coperti com'erano dall'obiettivo di vetro della macchina fotografica, e non percepiva i suoi tremori di passione, non riusciva a intravedere le gocce di sudore che gli colavano sulla fronte, coperta com'era dal telone nero dell'apparecchio. Eppure quell'uomo, quella sagoma scheletrica che la sua famiglia aveva contattato per le foto di rito, allorché l'età del suo ingresso in società si avvicinava, quell'uomo soffriva le pene dell'inferno ogni volta che la ragazza sorrideva alla macchina, ogni volta che si metteva in posa, ogni volta che tratteneva il fiato (complice quel bustino stretto) per risultare più bella in foto, come se ce ne fosse bisogno poi!
Quel giorno sembrò diverso però: dopo l'ultima foto la giovane sembrò sorridergli quasi, sembrava quasi essersi accorta che il battito del cuore di quella figura accelerava di colpo a ogni suo battito di ciglia, gli sembrò più vicina insomma. Salutata la ragazza ed i genitori, l'uomo uscì di casa loro quando la luce dei lampioni ad olio era già accesa da qualche ora, e nelle strade della città le persone eleganti e rispettabili stavano inavvertitamente dandosi il cambio con la popolazione meno appariscente ma senza dubbio più numerosa, i pezzenti, i mendicanti, le prostitute. L'uomo fece qualche passo salvo poi bloccarsi perché una voce lo aveva chiamato: "aspetta!" aveva urlato la ragazza, e quando si voltò la vide corrergli incontro, ma fu un'idea egoistica e da sognatore la sua. La ragazza lo urtò e gli passò oltre, per abbracciare un giovane che stava camminando nel senso opposto: il suo ragazzo, bello, elegante, con un vestito lungo, stava andando a trovarla, e lui, povero scheletro ambulante, era solo un ostacolo tra i due, un'ombra neppure notata.
Sconfitto, affranto, si ritirò a casa, nella sua camera oscura, dove sviluppò le foto fatte. La più bella se la tenne stretta al cuore, la portò in uno stanzino, accese un lumino e subito prese colore un altare interamente cosparso di foto della giovane, fiocchi per capelli, boccette di profumo quasi finite, fazzoletti... La venerava come una dea, sperando che un giorno lei si sarebbe accorta di lui, ma quel giorno non sarebbe mai arrivato, ormai ne aveva avuto la certezza.
Con un colpo deciso del treppiede della macchina fotografica, poggiato lì vicino, distrusse tutto quell'altarino; colpì il lumino a gas e dette fuoco alle foto e ai vari cimeli, poi afferrò un pezzo di vetro e con un colpo secco si recise un polso: che senso aveva vivere ormai? Colmo com'era di rabbia non gli venne però in mente di affidare le sue ultime parole ad un dio, ma maledisse con tutto se stesso la ragazza, la sua bellezza e il suo cuore.
La casupola ci mise poco a bruciare, ma le guardie furono sorprese del fatto che, a rogo spento, non fosse stato rinvenuto alcun resto. Non fu invece sorpresa la ragazza, che anzi non vedendo il fotografo varcare la soglia di casa sua come di consueto avvisò i genitori di cercarne un altro, visto che la festa per il suo ingresso in società si avvicinava e dovevano essere fatte le pubblicazioni.
Era seduta di fronte al suo specchio e si spazzolava i capelli, e assorta com'era dalla vacuità dei suoi pensieri nemmeno si accorse di un'ombra che era sinistramente caduta sopra di lei: quando sentì il freddo del coltello che le lacerava la gola fu tardi, e solo mentre perdeva per sempre i sensi intravide quell'ombra, che le ricordava qualcuno che aveva incrociato forse una volta nella sua vita, qualcuno di scheletrico, magro, terribilmente insignificante.

Non ricordo nemmeno come mi sono imbattuto nei Dead to a Dying World, ma è stato un incontro davvero fortunato. In un autunno in cui sembrava sembravo non trovare soddisfazione particolare in nessun ascolto, in un momento in cui le uscite che attendevo con più ansia alla fine mi lasciavano l'amaro in bocca (salvo rari casi), in un momento di stasi insomma spuntano questi texani a sconvolgermi la giornata. Capire cosa ci offrono è complicato: il loro suono è ondivago, fatto dall'urgenza tipica del crust e del post hardcore unita alla furia del black che si spinge però molto spesso in cavalcate epiche dall'ampio respiro tipiche del post metal/post rock, che si infrangono in rallentamenti doom per poi crescere nuovamente di intensità. Voci pulite (poche, ma quando ci sono fanno letteralmente venire i brividi), scream e growl si alternano al cantato, in un pandemonio sonoro veramente coinvolgente. Qualche gruppo di riferimento? Vi cito direttamente l'etichetta, Alerta Anrtifascista Records: traete da soli le conclusioni, sappiate solo che i Nostri rientrano perfettamente nei canoni tipici del roster di questa label. C'è poi, udite udite, qualche influsso wave: nei momenti di calma potreste sentirci anche l'eco dei Dead Can Dance.
"Litany" è pervaso da un senso di epica disperazione, di rovina, di apocalissi imminente, c'è una rabbia che si contorce su se stessa, che vede la luce solo per qualche attimo salvo poi ripiombare nella disperazione cupa. Non c'è la natura deificata dei cascadiani, il loro senso rituale e catartico (anche se quella batteria nei momenti in cui pare "rotolare" con quel suono tipicamente "Cult of Luna" è molto ipnotica); manca il degrado urbano e postpunk di molti gruppi post black, così come manca la tristezza e la malinconia fine a se stessa. Qui come detto è la disperazione titanica a farla da padrone, un senso di perdita che ho percepito forse solo con i Dying Sun.
Insomma, ascoltatelo e capirete da soli cosa non riesco a dire a parole: un ascolto anche della sola "The Hunt Eternal" e tutto vi sarà chiaro.
Da provare!

Eventide

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