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giovedì 3 maggio 2012

La farfalla di fumo



Non sentì la morte arrivare, ma solo un boato terrificante. Più forte di cento ruggiti di orso, tremendo come solo l'ira di un Dio sa essere, la valanga si mosse improvvisa dalle apparentemente lontane vette dei monti Sawatch, e in un attimo Leotie sentì tremare la terra sotto i suoi piedi. Cominciò a correre verso la valle, cercando affannatamente con i suoi occhi vispi un punto, una grotta, un nascondiglio sotto il quale ripararsi. Mentre correva nella sua mente, lucida e razionale nonostante i piedi affondassero implacabilmente nella neve e le rocce si stessero sgretolando dietro di lui, cominciarono piano piano a riaffacciarsi alcuni momenti della sua vita.
Incontrollabili, come la corrente del Grande Fiume che bagnava i boschi dimora della sua tribù, le immagini si affollarono dentro i suoi occhi, assieme a sensazioni, sapori e odori che credeva ormai dimenticati. Eccolo, da piccolo, mentre caccia i salmoni con il nonno, o mentre gioca alla guerra con suo fratello (che della guerra fu poi vittima, solo alcuni anni dopo); si rivede attorno al fuoco, seduto, riesce ancora a percepire il calore delle fiamme e l'odore della resina che esce dai tronchi mentre scoppiettano tra le fiamme danzanti. Calore che si trasforma poi improvvisamente in bruciore eppoi dolore, quello della ferita che gli aveva procurato, pochi anni prima, il terribile orso che aveva dovuto affrontare quando si era messo alla ricerca del suo Spirito Guida. La zampata del terribile animale aveva lasciato un segno sul suo braccio, una cicatrice che tutt'ora, nonostante cinque anni fossero ormai passati, gli provocava un dolore ormai fraterno, al cambio della stagione. Eppure quel dolore gli aveva permesso di entrare in perfetta sintonia con se stesso e con ciò che lo circondava, gli aveva permesso di materializzare il tutto nella forma di un animale, la Farfalla, che, si diceva, lo avrebbe protetto a lungo. Ricorda il suo scetticismo iniziale quando comprese quale sarebbe stato il suo Totem: la Farfalla è gracile, ha vita breve, è un animale minore, si diceva... Ma ora aveva capito tutto: di vita breve certo (di fatto anche Leotie aveva solo 20 anni), votata però alla continua trasformazione, alla trascendenza, a qualcosa di più al quale ben pochi altri Spiriti potevano aspirare.
Una volta compreso questo rallentò la corsa e si voltò verso la valanga, la quale ormai era solo a poche centinaia di metri da lui. Si guardò intorno, solo sparuti stecchi emergevano dalla bianca coltre di neve a terra, e la valle era ancora molto lontana. Chiuse gli occhi, le braccia aperte, un respiro lungo: come detto, non sentì la morte arrivare, ma solo un abissale boato.
Lo sciamano quella sera si sedette vicino al fuoco, con la tribù disposta tutto intorno alle fiamme. Lacrime erano state versate, e tutt'ora le guance di molte persone, di tutte le età, continuavano a essere solcate da caldi rivoli. L'anziano prese da una sacchetta di pelle una manciata di polvere (solo lui ne conosceva la natura) e la gettò sul fuoco. Dalla punta della fiamma più alta si alzò un filo di fumo, la cui sagoma, modificata da un alito di Vento dell'Est, prese le fattezze di una farfalla. Fu un attimo e tutto scomparve, un attimo che portò però un dolce e consolatorio sorriso sulla bocca della tribù affranta.

This has become the weight of all
This is the precipice, the breaking of the spirit
This is the weight of fate
Carried into the ocean of chaos
 In the waning light we bloom
 In the bitterness of mourning
 We release this pain
 Safe passage to you, our friend
 Though were you've wandered we cannot follow
 When the spring rises you shall be reborn.

Originari dello Stato di Washington gli Alda sono l'ennesima band appartenente al cosìddetto "Cascadian Black Metal", genere, se così possiamo definirlo, che deve i suoi natali, volenti o nolenti, ai Wolves In The Throne Room, ma che schiera tra le sue file band dall'indubbio talento. E gli Alda, con questo ":Tahoma:", vi rientrano egregiamente, prendendo anzi a spallate altri gruppi caratterizzati da poca consistenza e originalità. I Nostri svolgono un lavoro impeccabile nell'intessere armonie folk delicate e dall'odore di legno bruciato, armonie che si ramificano e si fondono in sfuriate e scream tipicamente black, feroci ma in un certo modo poetiche e toccanti. Un po' come hanno fatto gli Agalloch con "Pale Folklore" (e con i brani prima di esso) gli Alda sanno toccare l'ascoltatore e coinvolgerlo nelle loro storie sebbene usino uno "strumento" come il black metal, solo apparentemente ostico, freddo e impenetrabile (ma che tanti gruppi statunitensi ci stanno dimostrando essere tra i più utili se unito a determinate tematiche).
Senza dubbio un nome da tenere d'occhio, per quanto mi riguarda un disco da avere (per ora è presente solo la versione in cassetta e in vinile, ma pare essere in cantiere una nel più comune formato CD).

martedì 17 aprile 2012

Luoghi comuni sull'età che avanza


Quando sei in contrada di servizio a una cena di quindici/diciassettenni e ti accorgi che...
-questi si ubriacano selvaggiamente (senza reggerlo per altro) e te devi stare lì a controllarli e a far loro quasi da fratellone;
-al bar a servizio ci sono delle tue coetanee che, se osservate mentre parlano con questi ragazzotti, sembrano donne mature;
-fuori dei locali c'è un ragazzo appoggiato al muro di schiena, che mentre vomita tira fuori il cellulare di tasca e lo osserva (...)
...non puoi non tornartene a casa senza una punta di stupore per come sono cambiati i tempi e di rassegnazione, per come ormai i tuoi anni da ragazzotto, sebbene esteticamente non riesci a immaginarti "grande", siano ormai passati.

...bene o male che sia tocca adattarsi e addio.

Why Does my Heart Feel So Bad?

"If this grand panorama before me is what you call God, then God is not dead"

E' bello sentirsi "tra amici" quando sei in mezzo a persone che non conosci e non hai neppure mai visto in vita tua.
Una fila tranquilla, fuori del locale, con persone che parlano del più e del meno. C'è il nerd onniscente del gruppo, che sa a memoria ogni riff di chitarra di ogni pezzo (anche se magari avrà preso in mano, forse, solo la chitarra del Guitar Hero); c'è la signora di mezza età (un po' ridicola a dire il vero) griffata dalla testa ai piedi (letteralmente, attenzione) con spille, toppe, maglietta della band; c'è la darkettona con le zeppe (che a dirla tutta facevano comodo, viste le pozzanghere nel parcheggio: se non altro non si bagnava i piedi) e le calze strappate; c'è il tipo normale, comunemente vestito, che gl'importa una sega delle mode, lui è lì solo per ascoltare buona musica; c'è quello che non si mette la maglia del gruppo (pur avendola) ma di un'altra band per "rispetto" verso i gruppi spalla che suoneranno (e che poi comprerà ogni sorta di merchandise di tutte le band... questo per la cronaca sono io).
Entri dentro e seguendo questo ordine ti dirigi :
A) verso il banco degli headliner, dove compri una T-Shirt;
B) verso il banco del "secondo" gruppo, dove compri un'altra T-Shirt e chiedi informazioni su un CD;
C) verso il banco del "terzo" gruppo, per adocchiare se hanno un CD che ti interessa (per poi comprarlo a fine concerto);
D) verso il bar, per la birra di ordinanza.
Ti fa piacere constatare come nella musica, in "certa" musica almeno, esistono ancora valori come riconoscenza, amicizia, emozione, onestà. E ciò lo vedi nelle facce emozionate del "terzo gruppo" mentre suona, nei loro sorrisi sinceri, nei loro ringraziamenti, nella reazione del pubblico che li accetta pur non avendoli (almeno credo, nella maggior parte dei casi) mai sentiti. Lo vedi in due dei componenti del "secondo gruppo", che non avendo potuto darti il CD che avevi pagato loro preventivamente perché ancora non disponibile (è una lunga storia, per maggiori dettagli si legga qui) ti vogliono prima rimborsare il costo della maglietta acquistata poco prima, poi regalartene un'altra (non me la sono sentita di accettare...). E questa, lo sottolineo, è stata forse tra le cose più inaspettate che mi siano mai accadute.
Lo vedi negli headliner, felici di essere lì, che gongolano e si crogiolano nell'accoglienza che il pubblico riserva loro, che scherzano, gigioneggiano, ma quando dicono di suonare cazzo se suonano, cazzo come macinano, come gli "fumano i coglioni", dice il mio amico.
Un senso di familiarità pervade l'aria (assieme al caldo che intasa la stanza), la gente scherza, canta, esci di corsa per lasciare delle cose in macchina e, senza volerlo, entri in una pozzanghera che ti infradicia la scarpa: la quasi-bestemmia ci sta tutta, e con essa scattano le risate dei ragazzi ancora in fila, non così abituati al "moccolo" toscano: della serie, facciamoci riconoscere (come il mio compare di avventura, che poco prima aveva letteralmente sdraiato un cestino della spazzatura di fronte al bancone del bar).
Eppoi c'è la Musica, e che Musica... Quando già il "terzo" e il "secondo" gruppo sanno emozionarti capisci di essere di fronte a qualcosa di magico, ti senti, non scherzo eh, quasi un "eletto". Vero, non c'è la ritualità di altri live che hai visto, ma che Musica ragazzi!

..."Summer is a-coming, arise, arise!" canta il pubblico...

E quando a fine serata sei sotto la doccia e ripensi a cosa ti è rimasto capisci che hai qualcosa in più di qualche foto, un video, un CD e due magliette: hai una sensazione, hai un ricordo, che difficilmente svanirà.

15 Aprile 2012 - Retorbido - Agalloch, Velnias e (Echo).






domenica 8 aprile 2012

Le cose che non ti aspetti

"I want you to get into the deep beautiful melancholy of everything that's happened."



Lo sentivi dentro ma era qualcosa che non avevi ancora tradotto razionalmente... Sapevi che ti mancava qualcosa ma non sapevi bene cosa, finché non lo hai visto. Il film giusto al momento giusto, grazie.
Cheers,

mercoledì 28 marzo 2012

Barocchismi




...riempire una pagina bianca con parole che testimoniano la mia totale mancanza di idee di questo periodo.

Se non è horror vacui questo...

Weight

giovedì 8 marzo 2012

Rapito dal Re


Le sue guance erano rosse fuoco, la sua testa scottava come se tizzoni ardenti stessero bruciandodietro i suoi occhi: Johann sapeva che suo figlioletto Werther non sarebbe sopravvissuto a quella notte, e che c'era bisogno di fare qualcosa, di portarlo al più presto al vicino villaggio per tentare di arginare in qualche modo quella terribile febbre che attanagliava il bimbo di cinque anni da ormai qualche giorno.
Lo avvolse alla bell'e meglio in una calda coperta che fino a quel momento era rimasta appesa vicino al crepitante focolare, lo imbacuccò bene bene e, di corsa, si precipitò fuori casa con il figlio in braccio e salì sul cavallo, che come un'onda in un mare in burrasca si impennò e di slancio partì nel buio di quella notte di febbraio. "Non è lontano il villaggio" diceva Johann al bambino (che, febbricitante com'era, era sospeso in uno stato di dormiveglia tremendo, nel quale non sapeva distinguere ciò che era reale da ciò che era frutto della malattia), "Resisti figlio mio"! A ogni scossa del cavallo il bambino sussultava, parlottava tra sé e sé, si divincolava e cercava di liberarsi da mani immaginarie.
"Non vedi, padre, il Re degli Elfi?" diceva Werther... Johann tentava di rassicurare il figlio, dicendogli che non c'era nulla intorno a loro, solo il freddo vento che spirava sui loro volti, la nebbia e gli ossuti rami degli alberi ai bordi della strada, ma nel bambino cresceva la paura di qualcosa che il padre non vedeva (o non voleva vedere). Il giovane parlottava sempre più forte, sempre più intensamente: parlava di un Re che lo chiamava a sé, che cercava di conquistarsi la sua fiducia narrandogli di giochi, di belle favole, di castelli e di prelibatezze che lo attendevano se solo si fosse lasciato scivolare tra le sue grige braccia.
L'uomo, terribilmente impaurito e preso dall'orrore nell'udire i tremendi deliri del figlio, accelerò la corsa del suo cavallo, e in poco tempo raggiunse il villaggio. Sopraffatto dallo sforzo e dalla fatica riuscì lo stesso a sollevare il bambino e correre verso la bottega del dottore: aperta la porta entrò come un uragano dentro la stanza, e appoggiò delicatamente Werther sul lettino. Quando gli scoprì il volto la disperazione lo prese nel vedere che il bimbo non respirava più, che il suo cuore aveva smesso di battere, che la sua bocca era contorta in una smorfia di dolore e che le sue manine, ora gelide, stringevano un lembo di stoffa grigia ricamata strappato da chissà dove, ultimo tentativo di ribellarsi a un assalitore che lo stava inesorabilmente tirando a sé.
Il post black metal, oggi tanto in voga, può avere diversi esponenti di spicco, alcuni padri fondatori, ma per come l'ho sempre sentito e vissuto io, un'unica radice, che risponde al nome di "Bergtatt" degli Ulver. Dato alle stampe nel 1995 questo lavoro unisce la ferocia del black metal norvegese (una nera fiamma che proprio in quegli anni stava splendendo con maggior vigore) a atmosfere folk notturne e nostalgiche, in cui una voce pulita e "lontana" aleggia come presenza inconsistente per poi investire l'ascoltatore con glaciale furia cieca. Disco imprescindibile nella collezione degli amanti del black metal, e più in generale di coloro che amano approfondire i suoi risvolti più "post", "Bergtatt" non necessita di tante parole, ma vuole solo che si chiudano gli occhi e che ci si lasci trasportare dalle sue note, abbandonarsi ad esse come ci si può abbandonare al Re degli Elfi.

Capitel I : I Troldskog Faren Vild

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venerdì 2 marzo 2012

Corvi d'oro


Paola stava giocando, persa nei suoi mondi immaginari, non aveva sentito sua nonna entrare in camera sua, se ne era accorta solo quando le aveva posato una mano sulla testa e l'aveva accarezzata. Potevi quasi toccare l'aria che permeava la sua cameretta, vedevi il pulviscolo in controluce che danzava , illuminato com'era dalla calda luce di un tramonto primaverile. Era stata una giornata intensa per Paola, era stanca dopo tante ore di lezione a scuola, e quello che voleva era solo giocare un po' con i suoi giocattoli e bersi la cioccolata che la nonna le aveva appena portato. Fuori il mare, immobile tappeto azzurro alla base della scogliera sulla quale la casa si ergeva, accarezzava il silenzio di quel pomeriggio con le sue onde lente, e i gabbiani si scambiavano richiami insistenti ma non fastidiosi.
Fu con stupore che a un certo punto Paola e la nonna si resero conto che tutti questi suoni si erano chetati: la luce arancione si macchiò di colpo di chiazze nere sempre più fitte e rapide, e un vocìo di corvi e cornacchie circondò la casa. uscite di casa, le nostre si trovarono circondate da uno stormo nero: erano impaurite ma in un certo senso non si sentivano minacciate. Le ali dei volatili, densa e scura coltre, si dissiparono, e lasciarono il posto a una figura alta e snella, con un nero mantello e un nero cappello, il volto coperto da una maschera con un lungo becco, gli occhi chiusi da cicatrici cucite. Paola fuggì terrorizzata dentro casa, ma si affacciò comunque alla finestra per tenere d'occhio la scena; vide la nonna prima indietreggiare, poi correre sorpresa a abbracciare quel losco figuro. I due, per mano, si tuffarono poi dalla rupe, ma quando Paola, trafelata, accorse trafelata e disperata temendo per la morte della nonna, quello che vide furono solo corvi che volavano, lenti, verso nord.
La bambina non ci pensò due volte: corse a perdifiato fino alla spiaggia sottostante, prese la barca a remi del povero nonno pescatore (scomparso solo qualche anno prima) e remò con tutta la sua forza all'inseguimento di quei due scuri puntini nel cielo crepuscolare. Mentre remava, il volto perlato da un misto di sudore e lacrime, pensava alle mani: quelle della nonna, vellutate come una buccia di pesca, e quelle del nonno, forti, solcate da calli e cicatrici portate dalle tante nottate spese a pescare. Mani che l'avevano tante volte accarezzata e coccolata, mani che d'improvviso erano scomparse.
Seguendo i corvi giunse a un isolotto che non conosceva: piccolo, grande forse quanto la sua casa, pieno di fiori porpora e strani arbusti. Vide in lontananza, su una collinetta, la nonna e l'uomo nero, e corse verso di loro. Quando li raggiunse si scagliò con tutta forza verso quello strano essere scuro e con il becco, percuotendo il suo apparentemente gracile corpo con tutta la sua forza: le sue mani furono però strette, con amore, in una stretta che subito riconobbe. Cadde così stupita in ginocchio, e la sua bocca, fino a pochi istanti prima contorta in una smorfia di dolore e rabbia, si aprì in un bellissimo sorriso: l'alto uomo si tolse la maschera, e i suoi occhi ora familiari scintillarono nel poco sole rimasto. Paola si alzò e abbracciò suo nonno: era come se lo era sempre ricordato, forse un po' più giovane, come la nonna era solito descriverlo dopo che era morto. Il loro abbraccio durò un 'eternità, ma fu la nonna a staccarli. I due anziani si chinarono, baciarono la ragazza, ognuno in una guancia, e le sorrisero. Poi si voltarono, furono di nuovo avvolti da una miriade di corvi, e quando tutto fu di nuovo più tranquillo non era rimasto più nessuno su quell'isolotto. Paola guardò nel cielo ormai buio, poi in terra, dove raccolse due penne, scure sì ma non nere, di un blu intenso che saettava di strani riverberi dorati. Le strinse a sé, le bagnò con le sue lacrime che copiose scendevano dalle sue guance, sorrise e si voltò, incamminandosi a piccoli passi verso la barchetta che ondeggiava poco distante da lei, cullata, accarezzata, da onde quasi consolatorie.
Nella nuova opera degli *Shels è possibile godere di tanto buon post rock: questo di base il genere proposto dai Nostri, che pagano evidente pegno ai Godspeed You! Black Emperor ma anche a Isis e Mogwai, con un occhio di riguardo per le epiche e struggenti atmosfere morriconiane (peraltro molto care anche ai canadesi citati poco fa). Il combo rielabora tutti gli imput provenienti sia dalle band appena nominate sia dal precedente loro lavoro "Sea of the Dying Dhow", (ereditandone le strutture direi proggressive senza l'accezione cervellotica e intricata che esse spesso si portano appresso), creando un'opera pregna di magia, impalpabile e allo stesso tempo pe(n)sante e massiccia, in cui le melodie e le ritmiche si sposano e si fondono le une con le altre in sabbiosi impasti, il tutto incorniciato da cori sontuosi (ma mai troppo invadenti) evocanti addirittura qualcosa dei 30 Seconds To Mars.
“Plains of the Purple Buffalo” si presta felicemente a essere ascoltato durante momenti di cambiamento (come il passaggio da una stagione invernale a una più mite) in cui si ha bisogno di qualcosa "amichevole" che ben si accompagni ai tiepidi raggi solari quasi primaverili, pur non dimenticandosi del rigore invernale peraltro non del tutto passato. In generale, una grande prova di forza di un gruppo che merita molto.